Libri

G come Goodreads

Era la prima decade degli anni 2000 quando mi iscrissi su Anobii e iniziai ad annotare le mie letture online. Poi Anobii passò alla Mondadori, divenne più lento, lanciarono mille versioni beta ed esasperata migrai su Goodreads nel 2013. Frustrata dai problemi di esportazione della mia libreria virtuale da una piattaforma all’altra, decisi di tornare alla cara vecchia lettura privata. Poi, a gennaio 2019, decisi di ricominciare. Eccomi dunque di nuovo su Goodreads, a partecipare a reading challenges ed esplorare pagine e pagine di suggerimenti, accumulando libri nella wish list.

Per quanto si ponga un problema di privacy non indifferente anche quando si usano social apparentemente innocui come questi (ce lo spiega bene Kari Paul nel suo recente articolo pubblicato sul GuardianThey know us better than we know ourselves‘, ma già nel 2012 la questione sulla privacy della lettura l’aveva sollevata, sempre dalle pagine del Guardian, Jo Glanville), confesso che l’utilizzo costante di Goodreads ha avuto il suo impatto nella mia vita, non sempre positivo.

Tra gli aspetti decisamente negativi rientra quella sorta di ansia da prestazione che si genera nel tracciare i progressi di ogni lettura. La simpatica sfida di lettura annuale proposta da Goodreads, in cui a inizio anno ciascun utente si pone un obiettivo di lettura in termini di numero di libri, rischia facilmente di far perdere il gusto del leggere per puro piacere e portare la lettura su un piano competitivo e produttivo. Più leggo, più pagine accumulo, più mi avvicino all’obiettivo, più sono produttiva. Anche se in una sfida solo con me stessa, la conta dei libri che leggo mi suscita stimoli che non vorrei associare alla lettura. La soddisfazione di cliccare su ‘ho finito’ e vedere aumentare il numero di libri letti è alla stregua del piacere provocato dai ‘like’ sui vari social network (si legga questo interessante articolo su come i social network e il loro sistema di engagement attivino risposte e reazioni nel nostro cervello) ed è un qualcosa che non vorrei minimamente associare a un hobby.

Dunque perché sei ancora su Goodreads? è la domanda che sorge spontanea. Accennavo ad aspetti positivi, che insieme a quel piacere patologico di cui sopra mi tengono ancorata a questi social di libri. Sono da sempre una lettrice bulimica. Anzi, mi correggo, è dall’età di circa 8 anni che sono diventata una lettrice bulimica. Escludendo la mia ossessione per Topolino e tutti i suoi fratelli (dai mensili Paperino, Paperinik, Le grandi storie, Minnie ecc. ecc.), che comunque non mi hanno solo intrattenuta ma instradata alla lettura grazie alla trasposizione di grandi classici come Piccole papereI promessi paperi ecc. ecc., per non parlare della riduzione dei film di Capra come La vita è meravigliosa, dopo vari tentativi dei miei genitori di farmi passare a letture più ‘classiche’ qualcosa è scattato in me e non ho mai più smesso. Ancora mi ricordo i miei genitori che mi rimproveravano, ‘non si legge a tavola!’, ‘guarda dove metti i piedi, posa quel libro!’, a cui ho sempre risposto serafica che, in fondo, la colpa era loro per aver insistito che passassi il mio tempo leggendo. All’età di 32 anni le cose non sono cambiate. Leggo ancora ogni volta che ne ho l’occasione, e, tornando al tema di questo post, Goodreads mi stimola non tanto a leggere di più, quanto ad espandere i miei orizzonti in termini di libri. Non posso negare che è stato proprio su questo social che ho scoperto autori che altrimenti non avrei mai letto. Grazie a uno dei gruppi di lettura di cui faccio parte, ad esempio, ho letto Atonement (in italiano Espiazione) di Ian McEwan, che non solo mi è piaciuto moltissimo, ma mi ha anche fatto scoprire un autore di cui mi sono innamorata.

Da aggiungere agli aspetti positivi c’è anche il confronto con altri lettori. Certo, ogni recensione che scriviamo è di fatto lavoro e pubblicità gratuita che facciamo sia per i social (e Amazon, nel caso specifico di Goodreads) sia per gli editori, ma seppur online poter parlare di libri e scambiarsi opinioni, ricevere consigli e dibattere sulla lettura rimane stimolante e divertente. Insomma, trovo che discutere di autori e libri su Goodreads abbia un impatto più positivo sulla mia vita rispetto a leggere post complottisti su Facebook, tanto per fare un esempio. A un mondo ormai sempre più virtuale che reale, parlare di libri non è soltanto un atto rivoluzionario in un mondo che ci vuole ignoranti e non pensanti, ma una forma di resistenza all’abbrutimento culturale in cui la nostra società è caduta ormai da molto tempo. Indubbiamente subentra comunque quel paradosso per cui un comportamento rivoluzionario (oggi la lettura) viene inglobato e reso un prodotto della stessa cultura a cui si contrappone (si veda la miserevole fine della beat generation, tanto per fare un esempio), ma potendo scegliere preferisco un comportamento che aggiunge valore alla mia esistenza piuttosto che appiattirmi sulla mediocrità dilagante.

Certo, potrei eliminare ogni social e vivere una vita più sana, in cui leggo per conto mio, scrivo le mie opinioni nel mio diario personale, e lascio perdere la conta dei libri, ma chi sono io per andare contro alle tendenze sociali della mia generazione?! In fondo, prima ci rassegniamo a vivere in un mondo modellato su 1984, prima inizierà a germogliare in noi il germe della rivoluzione, il ritorno alla vita privata, in cui non c’è colosso social che possa entrare. Perché, in fondo, posso scrivere di libri, tracciare quali ho letto, quali vorrei leggere, quali ho amato e quali ho detestato, ma le sensazioni e il piacere che provo quando prendo in mano un libro, quando mi dimentico chi sono e smetto di pensare persino alla pandemia in corso, è una libertà di cui nessuno può privarmi.

Heart tries reading

 

 

 

Pensieri & Parole, Uncategorized

Q come Quarantena

What a time to be alive!

Tante cose mi sarei aspettata di vivere nel corso della mia esistenza, ma ammetto che non mi ero mai immaginata uno scenario del genere. Alla nostra generazione non bastava la crisi economica del 2008, da cui non ci siamo più ripresi, né il cambiamento climatico che sta condannando la nostra specie all’estinzione, ci voleva anche il nuovo coronavirus. Avevamo a malapena iniziato a fare i conti con la triste realtà di una vita per sempre precaria, senza certezze di alcun tipo, stavamo accettando di essere la prima generazione il cui standard di vita non supera quello dei genitori quando ecco arrivare una pandemia a rimettere tutto in discussione.

Fortunatamente erano anni che ci eravamo abituati ad avere rapporti più virtuali che reali, a privilegiare comunicazioni indirette e usare i social per mostrare una vita interessante e all’ultimo grido stando comodamente seduti sul divano. Adesso ce lo chiedono, di stare seduti sul divano! I nostri smartphone non fanno che squillare, riceviamo meme su meme sul virus, sull’Italia che per una volta raggiunge il primato nella storia! Certo, non proprio il primato che avremmo voluto, ma insomma, dopotutto il made in Italy è sempre una garanzia.

Smart working, Netflix, corsi gratuiti online, film d’autore messi a disposizione in streaming da videoteche ed enti culturali. Insomma, questa pandemia sembra coronare il sogno di tanti che non avevano più una vita. Io per prima, con un lavoro (ovviamente precario) 9-18, costretta a uscire di casa alle 8 e tornare non prima delle 20 (ah, la flessibilità lavorativa di noi millennials!), ho reagito con un certo ottimismo alla notizia di dover smettere di uscire di casa. Una settimana, forse due, finalmente posso dedicarmi a tutte quelle cose tralasciate a causa di ritmi lavorativi poco compatibili con un’esistenza privata.

E invece no.

Le settimane sono molto più di due, le notizie sono disastrose e allarmanti, la disponibilità di informazioni online fa sì che saltiamo da un quotidiano a un altro, da un post a un tweet, da aggiornamenti a opinioni fuori dal coro. Per non parlare della trappola dello smart working, che ti illude di poter lavorare in maniera più comoda. Indubbiamente non dover passare oltre 1h sui mezzi pubblici è una gran comodità, ma parliamoci chiaro: lavoriamo molte più ore di prima. Il pigiama diventa una seconda pelle, tra sensi di colpa e rabbia contro chi ci vuole acchittate e truccate pure per lavorare dal divano. Per non parlare di chi non ha uno spazio per sé e si ritrova a fare videoconferenze dal bagno, a gestire casa-compagno-prole-animali, a sentire la mancanza del silenzio. Per non parlare di quelle situazioni, di cui si parla troppo poco, in cui casa è sinonimo di violenza. O di quelle famiglie in cui la clausura sta creando grossi problemi al proprio caro disabile, a cui sono state sospese cure o spazi essenziali per il suo benessere. Ci sono poi altre situazioni drammatiche, nascoste alla vista per via del ben più ingombrante COVID19 ma che nella piccola realtà quotidiana di chi le vive hanno un peso sempre più difficile da sostenere.

Così, tra una notizia ansiogena, una realtà drammatica e la pandemia che avanza lasciando una scia di morti e gente esausta ed esasperata, sui social si alternano i post di chi ha riscoperto la propria creatività, chi impara una terza lingua, chi perfeziona le proprie doti, chi canta dal balcone, chi si scopre scrittore, chi si diverte a fare lo sceriffo e riprendere e segnalare chi va a correre da solo sotto casa, in barba alla legge e alla privacy.

E poi ci sono io, che da lettrice bulimica mi ritrovo con la capacità di attenzione di un criceto, non faccio che mangiare e saltare da un sito all’altro, dormo poco e male, lavoro da casa a orari improponibili e alla faccia dei vari opinionisti ho scelto il pigiama come stile di vita e non mi dovete rompere le scatole perché no, non mi trucco, non mi depilo e non me ne vergogno. Qualcuno lo chiamerebbe abbrutimento, io lo definisco adattamento.

In fondo non abbiamo che da adattarci e aspettare che passi anche questa. Per fortuna nel frattempo possiamo silenziare le voci di chi ci vuole produttivi e sempre attivi anche quando l’unica cosa che vogliamo fare è staccare da tutto e concederci il lusso di annoiarci. In fondo, basta un clic.

Lavoro, Pensieri & Parole

W come Weekend

Arriva il tanto atteso weekend. È da mercoledì sera che il pensiero inizia a farsi strada, ‘ancora due giorni’, ‘un ultimo sforzo’, e infine eccolo, arriva il venerdì, procede lento, lentissimo, ma ecco che sono le 18:30, finalmente liberi, inizia il weekend!

Tra cose da fare, questioni pratiche da sbrigare, piatti da lavare, casa da pulire, voglia di socializzare al di fuori dell’ufficio, e quel minimo di relax tanto agognato, ed ecco che in un soffio il weekend è passato.
Diciamocelo: dura troppo poco. Non si fa in tempo a riprendersi dalla settimana, a recuperare quel po’ di stanchezza accumulata, che si è fatta domenica. E si sa, la domenica è il giorno più triste, passato tra la voglia di godersi il tempo libero che rimane e la consapevolezza che siamo agli sgoccioli, la settimana lavorativa è ormai alle porte. Questa tristezza che caratterizza la domenica è una costante nella vita fin da quando siamo semplici e spensierati liceali. Eppure, quando ero piccola e andavo a scuola, sabato compreso, la tristezza mi assaliva solo nel tardo pomeriggio. Oggi, da adulta, la tristezza mi assale già dalla mattina. Il caffè non ha quel sapore dolce che ha il sabato mattina, un po’ perché magari la sera prima si è esagerato, un po’ perché le ore che ci separano dalla sveglia del lunedì sono sempre meno. In fondo lo aveva già capito Leopardi:

Questo di sette è il più gradito giorno,
Pien di speme e di gioia:
Diman tristezza e noia
Recheran l’ore, ed al travaglio usato
Ciascuno in suo pensier farà ritorno

Dove ‘questo’ è ovviamente il sabato (del villaggio) e il ‘diman’ la domenica.

Ma il costante pensiero che domani ricomincia il solito tran-tran non è la sola caratteristica della domenica. Già, perché noi che lavoriamo negli uffici, o comunque con orario fisso che ci impone di uscire di casa tra le 7 e le 8, soffriamo di una patologia incurabile: la sveglia presto. E non ha importanza se sabato sera sei stato in giro fino a tardi, se hai visto sorgere l’alba uscendo dall’ultimo locale, se hai recuperato tutti gli arretrati su Netflix o consumato la vista divorando i Fratelli Karamazov. Alle 6:45 il cervello si sveglia. Inarrestabile. A nulla servono le proteste del corpo. ‘Lasciaci dormire!’, urlano gli occhi. ‘Lasciaci riposare’, gridano gli arti. No, lui è lì, sveglio, che non solo non ti lascia recuperare il sonno, ma inizia subito a martellarti: ‘domani è lunedì, devi andare a lavorare’.
Non che il sabato mattina vada meglio. Anche lì, oltre le 8 non si dorme, ma almeno hai talmente tante cose da fare – tutte quelle che non avendo una vita al di fuori dell’ufficio devi rimandare – che la sveglia presto riesci a viverla come una risorsa. ‘Almeno riesco a pulire casa, andare a correre, farmi la doccia, cambiare il letto, e uscire’, pensi. La domenica no. La domenica l’unico pensiero è ‘ma io ho sonno!’.

Così è passato anche questo weekend, nella nostra percezione durato a malapena dieci minuti. E l’unica cosa che lo salva, questo fine settimana troppo breve, troppo effimero, è una sola cosa, l’unico piacere che rende il sabato e la domenica degni di essere vissuti: la pennichella.

 

SABATO E' UNA SIRENA
Paperino di Silvia Ziche
English, Post PhD

P as in Post-PhD Life

Have you ever wondered if there is life after a PhD? The most obvious answer is ‘of course there’s life after a PhD!’, and even the most anxious PhD student knows that.

What we don’t know is what *kind* of life there is after a PhD.

It is hard to understand for those who haven’t spent years researching a topic that became the centre of their life. I remember the day I submitted my thesis as if it were yesterday! In that moment, I understood what a mother feels like on the first day of school of their baby. I was letting my thesis, my baby!, go out in the wide wild world, all on its own, ready to be judged! Then the judgement came, and it was a such a positive one! I then understood how a mother feels when their baby finally graduates.

But then…then all I felt was emptiness. I submitted the thesis, I celebrated wildly, I waited for my viva, I passed my viva, I printed and deposited the copy of the final approved thesis. Then I was left with uncertainty, lack of purpose and, well, lack of perspective.

What happens next?, I wondered while collecting impersonal rejection letters from Universities I was hoping would be interested in my skills and research. These are difficult times to be an academic. There are more PhDs than grants for post-docs, too many people in such little space. Not enough money to fund everyone means you have to be very determined, very skilled, have a relevant network and, well, be lucky enough to be the right person at the right time. Guess what? I wasn’t. I’m not.
We are all very familiar with Princeton Professor Johannes Haushofer’s Cv of Failures, but what we are less prepared to is the uncertainty that characterise the beginning of an academic career. And way less prepared to face the reality that there might not be an academic career at all.

Now, I know that I’m in Humanities and my expertise is in fascism and culture, which makes things worse in a world where fascism is on the rise and culture is stigmatised, but uncertainty in academia is something we all have to consider. I have many friends who are brilliant scientists and they also struggle not to so much as to get grants but rather to keep them. What academia can give us now are yearly grants, during which you spend 6 months working on your projects and the other 6 applying for other grants and worrying (what if you don’t get any?); 3-year projects (!), which give you the chance to finally do a decent amount of research and publish your work (yay!), but then what? Then you’re 3 years older and still looking for the next grant. And who knows where! Moving across countries, sometimes continents, is something you have to deal with. Forget about having a private life: you might not be able to financially afford it, or might find resistance from your partner to move every year or so. And if you’re a woman, oh boy, I feel sorry for you, because let’s face it: maternity leave means someone will do their best to get your job. And it’s not because they’re evil, it’s just how it works: a constant fight for your place in the sun.

So here I am now, writing a short bio for an article that will soon get published (yay!). I’m looking at the blank page and wondering what to write. The reality is that I have a PhD from the University of Cambridge and have been unemployed since submitting the thesis. I have worked as a translator and interpreter for a couple of people (freelancing sounds fancier though, doesn’t it?) but that was it. In the industry people seem not to be interested in my skills, not in Italy, not in the UK, not in Germany (places I’ve been looking for jobs in the past year). I have been rejected for entry level positions because I have a PhD, and not being considered for associate positions because I have a PhD.

So while I wait for the response of the last academic application I submitted, I still wonder what happens next. And the hardest question I have to answer to is ‘do I still want to have a career in academia?’.

Sadly, I’m afraid the answer is still yes.

But as much as I’d love to be able one day to tell the story of how my determination finally landed me the research/teaching position I always dreamed of, it’s time to face reality and accept that it might never happen, and that there’s nothing wrong with that, because we are not defined by the job we have.

Or are we?

Senator Jeff Sessions Rolls Out Series of Speeches about ...
Credits to Jeff Parker
English

R as in Review: 13 Reasons Why

So, I just finished watching the third season of Netflix’s ’13 Reasons Why’. I really liked the show’s first season, enjoyed watching the second one and got convinced by the third one that the series should have started and finished with the story of Hannah Baker.
But first things first. The last season, and this is no spoiler, centres on Bryce Walker’s death – his assassination to be more precise. Although the series had long finished its scope at the end of season 1, the authors were able to create another catchy story that got many of us binge watching Netflix. But here come a series of buts.

First of all:
who is this guy?!

Risultati immagini per charlie 13 reasons why

Called ‘Charlie’, the guy appears randomly throughout the season and suddenly becomes an important character in the last three episodes or so. Did we really need him? Although the guy has his own Wiki Fandom page, he makes absolutely no addition to the story. Really, I can’t see why he got introduced in the story. Is this functional to season 4? Really, who is he? What’s his story? Was he attending Liberty high school all this time without us noticing? Just…why?

Then there’s Ani (I thought her nickname was ‘honey’ all season!), the new girl who got super close to everyone and is the key to the secret surrounding Bryce’s death. Right. Let’s first take a minute to reflect on how beautiful Ani’s mother (actress Nana Mensah) is:

Ok, let’s keep going.

Ani has a beautiful British accent that everyone will fall in love with. Including poor Clay Jensen, who this season reached his peak in being the most unlucky, persecuted, and so-nice-to-be-terribly-annoying character.
The thing is, Ani has no real personality of her own. She is simply functional to the story, and frankly we could have done it without her. We have no idea of who she is, where she comes from (apart from being born in Kenya), how was her life before Liberty etc. etc. the list could go on and on. Basically, she’s an empty character with no backstory nor an independent storyline. Like the aforementioned Charlie, I don’t think the show needed her. Well, to be completely honest, I don’t think the show needed the last 2 seasons, but that’s not the point we’re discussing here.

Then there’s Bryce, who this season got a more interesting personality than before. He represents the bad guy who finds out has a conscience after all. Ironically, it seems to be the fact that in the new school (Hillcrest) no one likes him that makes him reflect on what kind of person he was/is/will be. Not really a positive message, isn’t it? Whatever the trigger might have been, Bryce is committed to change and make amends. And here comes the most interesting theme of this season: can someone who has (intentionally and repeatedly) hurt other people change? Bryce is clearly trying hard, but with no effect. While us watching might sympathise with him, his former friends don’t. And it’s tricky, isn’t it? He raped many girls, got acquitted in court thanks to his family’s money, but at the end of the day is a kid who’s trying to become a better man. Netflix leaves the decision to us, leaving us with an entire season showing his efforts while reminding us he’s a rapist.
The same goes with Monty. He’s just horrible. There’s no storyline here either, he’s just a horrible person. Seems pretty straightforwards, doesn’t it? Well, it’s not. Here and there we got hints that Monty comes from a very troubled family, a violent father, and has issues with his sexual orientation. Don’t expect more than what I just told you, we are only given hints but no real back story. The end of the season leaves us thinking that maybe this horrible guy deserved more space to tell us his story, rather than just being a side character depicted exclusively in a negative light until the season finale.

Then there’s the ending. Read no further if you haven’t watched season 3!

Netflix ends this season with a bittersweet happy ending: the bad guys have been punished, the good guys got to the other side despite the difficulties, and they all have a happy ending. Sure, they’ll have to live with murder, evidence tampering, constant lies, drug addiction etc. etc. but they got each other’s back!
The season’s finale last message is about the importance of a system of support – family coming first (who wouldn’t want a father who destroyed evidence that linked us to a homicide?!) – and that no matter how hard it may seem, it will be ok.
I have to admit it, I skipped the last 5 minutes of the last episode, which I wish had ended with the police accepting the most convenient version of who killed Bryce (also: seriously?!). They were just too much, too fake, too soppy and also disturbing: who talks about how much you love each other when you covered up a cold-blood murder? I mean, I would accept it in a series like How To Get Away With Murder, but not when it comes from a series that aims to be (more or less) realistic.

Let me finish with one last consideration: poor Tony, the most positive and healthy character of the show, who didn’t get the space his storyline deserved. Also, what happened to his family? They got released and are now living happily ever after in Mexico? Netflix, we need answers!

Tony - 13 reasons why [Season 1] - YouTube
(F)Utilities, PhD, Post PhD

D come Disoccupazione

Il dottorato è finito, manca solo la cerimonia ma il titolo di Dr è ormai un dato certo!

E poi? C’è vita dopo il dottorato?

Ni.

Se come me non siete tra quei fortunati che, sostenuti dal vostro mentore o supervisor, o aiutati da una mano divina – perché, diciamocelo, le capacità anche nel mondo accademico passano in secondo piano – non avete fatto altro che collezionare impersonali email di rifiuto, la vita post PhD non è propriamente rosea.
Certo, ci si può prendere il tempo per recuperare tutti quei romanzi e film messi in lista in attesa di tempi migliori; ci si può sparare intere stagioni Netflix senza sensi di colpa e vivere (finalmente) i ritmi notturni che la vita reale non concede, ma la verità è che passati i primi mesi di vita da inoccupati la triste realtà chiede a gran voce di essere affrontata: bisogna trovare un lavoro.

Fin dall’inizio del dottorato, almeno nel regno aglosassone, viene sottolineato come non sia mai troppo presto per pensare al post PhD (di come prepararsi parlerò in un altro post), e, ahimè, mi duole ammettere che avevano ragione.
Ogni supervisor a Cambridge ha periodicamente parlato con il suo supervisee della necessità di un piano B – non ci sono soldi, la competizione è altissima, è un brutto momento per la ricerca ecc. ecc.
Post Brexit, il piano B per molti di noi è diventato un piano A. Per alcuni è una scelta (‘non voglio certo stare in un paese che non mi vuole!’), per altri una necessità (nell’incertezza, i fondi nel settore umanistico sono i primi che saltano); per quelli come me è rassegnazione. Un po’ perché alla fine, conoscendo a fondo il sistema accademico inglese, ci si rende conto che non è poi tanto diverso da quello italiano; un po’ perché pare che la ricerca sulla cultura fascista non vada proprio per la maggiore in questo periodo.
Non riesco a immaginare momento storico peggiore di questo per noi esperti di fascismo e cultura! Figuriamoci in Italia, poi.

‘Ma perché, sei tornata in Italia?! Ma come ti è venuto in mente?!’ è la domanda che mi viene posta più frequentemente, per usare un eufemismo. Sorvolando sul fatto che se c’è qualcuno disposto a mantenermi all’estero si faccia pure avanti, ci tengo a precisare che il mondo è paese e che almeno in Italia non devo combattere né muffe né landlords, e che a volte tornare è una scelta obbligata. Poi, una volta tornati, ci si rende conto di quanto si vive meglio, e ci si dice che magari un tentativo lo si può fare; che, chissà, magari si riesce pure a trovare – gasp! – un lavoro!

Tutte illusioni, ovviamente.

È passato un anno ormai dal mio ritorno in patria, e qualcosa di meno dall’inizio della ricerca di un lavoro – sia in ambito universitario che ‘in the industry’. Pare sia normale, è la realtà della nostra generazione, bisogna essere ottimisti e ‘vedrai che qualcosa salta fuori’. Sarà.

Che fare, dunque?

Beh, prima di tutto, se siete ancora in tempo scegliete una facoltà scientifica, o, se proprio vi piacciono le materie umanisitiche e volete andare in Inghilterra, buttatevi sul Rinascimento e soprattutto su Dante (in tutte le salse, Dante tira sempre!). State alla larga dai totalitarismi, nessuno ha voglia di sapere cosa abbiamo da dire in merito, soprattutto di questi tempi! Al massimo, potete buttarvi sugli studi di genere, preferibilmente in età contemporanea (o nel Rinascimento! Se poi riuscite a infilarci dentro pure Dante…bingo!).

Se ormai siete immersi negli studi di italianistica, niente panico.

Costruitevi un network. Partecipate a quante più conferenze e convegni possibili, presentatevi alle persone, parlate con chiunque! Insomma, fatevi conoscere. Superate ogni vergogna e pudore: entrare in contatto con gli studiosi del vostro settore è la vostra arma migliore, e a volte l’unica: usatela.
Cercate di pubblicare! Soprattutto se siete in un dipartimento meno rigido rispetto alla pubblicazione della ricerca del dottorato (nel mio caso, non potevo fare uscire nulla prima dell’approvazione della tesi – approvazione dopo la difesa, ovviamente). Se avete aspetti della vostra ricerca che non rientrano direttamente nel vostro progetto, invece di abbandonarli trasformateli in un articolo. E armatevi di santa pazienza, il processo di peer review è lungo e frustrante (anche di questo parlerò in un altro post).
Infine, costruitevi un profilo di insegnamento. Corsi di formazione, shadowing, chi più ne ha più ne metta, ma cercate di trovare uno spazio vostro. Per chi è a Oxbridge, la questione sarà più complicata, ma se siete in qualsiasi altra università cercate di farvi dare quante più ore e corsi possibili!

‘E la ricerca per la tesi?’, direte voi. Qui si torna al discorso iniziale: a meno che non abbiate un supervisor pronto a sostenervi e trascinarvi con sé nel mondo accademico, passa quasi in secondo piano. Quando farete le domande come lecturer, post doc o altri incarichi, la vostra ricerca sarà l’ultima cosa che guarderanno, almeno nella selezione iniziale.

‘E tu?’, mi chiedono. Io dispenso consigli mentre mi godo l’Italia prima di ripartire. Quando e per dove, questo ancora non lo so.

 

Art Tuesdays: Political Cartoons (Unemployment) | Info ...

 

Pensieri & Parole

N come Novità

Nell’ultimo anno il blog è rimasto silenzioso. La fine del dottorato e il mio ingresso in quel terribile limbo in cui tanti ‘millenials‘ si ritrovano loro malgrado, il fin troppo noto sono-troppo-qualificata-ma-non-ho-abbastanza-esperienza-lavorativa, hanno fatto sì che le mie energie si siano rivolte altrove. Ma siccome io sono della generazione cresciuta con drammi come GeorgieCandy CandyDolce RémiDumbo Lady Oscar, non posso certo farmi spaventare da una terribile crisi della cultura a livello mondiale, no?
No!
Dunque rieccomi qua. Come i miei (pochi ma buoni!) followers avranno notato, ho cambiato tema del blog (addio mio caro, dolce, vintage licorice!). Potrebbe essere stato il risultato di un gesto avventato, di una manina che ha premuto ‘salva le modifiche’ senza prima avvisare, fatto sta che il blog ha una nuova grafica. E viste le ripetute polemiche di un certo lettore contro il mio header dalla scritta lilla, mi auguro che apprezzerete lo sforzo per rendere il tutto più leggibile.

Stay tuned!

 

snoopy

Pensieri & Parole, PhD

D come Didone

A ognuno di noi è capitato, almeno una volta nella vita, di aver frequentato un Enea.*
Io, poi, per gli Enea ho proprio un debole. Se non sono un po’ depressi, narcisisti, e tutto fumo e niente arrosto proprio non mi piacciono. Son fatta così, perdo la testa per i vorreimanonposso. Quelli che andrebbero sulla luna per te, ma solo ed esclusivamente a parole.

Così, come Didone, invece di godermi la libertà e darmi anima e corpo alla mia ricerca di dottorato, la mia Cartagine dopotutto, mi sono data a un altro Enea. Non paga delle legnate (emotive, s’intende) prese col primo, mi sono trovata un Enea che più Enea di così si muore. Riassume bene Galatea questa categoria di uomini:

Ma non c’è nulla, tranne la sua tristezza infinita, muta, senza motivo, a cui non ti lascia avvicinare. È un vuoto che lo rosica da dentro, e non si può colmare, lo tormenta, ma non abbastanza da sfociare in qualcosa di serio: resta sempre a mezz’aria, inespresso, se ne vergogna un po’ anche lui, ma non lo affronta mai, anzi ci si crogiola.

‘E tu lascia che si crogioli nel suo tristissimo brodo’, mi dice la regina che è in me. E tutto sommato, sai che c’è?, la Donna che è in me ha ragione. Uno che non ha il coraggio di assumersi la responsabilità delle proprie azioni e di chiamare le cose con il loro nome non vale certo la pena! Didone, regina di Cartagine, si uccise mandando maledizioni. Io, memore della sua immeritata fine, nel mio piccolo, ho deciso che non valeva la pena, mi sono rimboccata le maniche, comprato del buon vino e il miglior caffè sul mercato, e ho finito il dottorato esattamente secondo programma. Ebbene sì, nuntio vobis magnum gaudio, habemus dissertationem. E quante lacrime ho versato per tirar fuori quelle 79520 parole entro la scadenza che mi ero data. Alla faccia degli Enea. Sì perché, ironia della sorte, gli Enea hanno caratterizzato la mia vita privata dal principio di quest’avventura meravigliosa che è stata il dottorato.

Il progetto di ricerca, e la preparazione del TOEFL da cui scaturì l’idea di questo blog, fu scritto proprio mentre ero alle prese col primo Enea. Anche lui un classico esempio di vorreimanonposso, uno che il giorno del mio compleanno, un mese prima della mia partenza per Cambridge, mi rivelò tutto contento che aveva finalmente capito cosa voleva fare dopo la laurea: un master in Francia. In Francia. Mentre io partivo per l’Inghilterra. Lui, cresciuto a New York, bilingue, che in francese non sapeva dire neanche Michelle ma belle, voleva andare in Francia. Imparata la lezione di Didone, lo lasciai il giorno dopo e partii felice e contenta alla volta del mio futuro da dottoranda. Di quella relazione il mio analista, quasi dieci anni dopo, ancora ride.
Finalmente libera, arrivata a Cambridge che faccio? M’innamoro di un altro Enea, ovviamente. Perché godersi la vita, fare la spensierata vita harrypotteriana quando puoi essere una Didone persa dietro un Enea?! Quasi quattro anni dopo, in pieno panico da writing up finale, con progetti paralleli che si accumulano, deadline che ti inseguono furiosamente, studenti con crisi mistiche da esame, e il caffè che non basta mai, il mio ultimo vorreimanonposso segue il copione scritto da Virgilio:

 Lui, codardo come un uomo, scappa, di nascosto. Con l’alibi di non farti soffrire e di essere chiamato a doveri più grandi. Perché non ha nemmeno le palle di dirtelo in faccia, in realtà.

Non avrei potuto descriverlo meglio.

Ho ripensato tanto a Didone mentre, tra l’amarezza e l’incredulità, lavoravo a una tesi che sentivo di non essere mai pronta a lasciar andare. E’ un momento terribile e bellissimo la consegna della tesi, che mi ha fatto capire come si sentono le madri la prima volta che vedono la loro prole andare a scuola. Il momento in cui ho stampato la mia tesi ho quasi pianto (lo avrei fatto se non fossi stata terribilmente in ritardo). Non so descrivere la bellezza di quel momento. Nonostante tutto, la fatica, le paure, le insicurezze e, non da ultimo, il cuore infranto, i miei ultimi tre anni e mezzo di vita erano lì. La mia creatura prendeva vita ed era pronta ad affrontare il mondo da sola. Così gli Enea hanno perso ogni importanza. Immagino Didone guardarmi fiera, perché un po’ di dramma ci sta sempre bene e il mio dottorato è stato anche drammatico a momenti, come ogni fase di vita che vale la pena. In quelle pagine lì, rilegate con una spirale, con il logo dell’Università di Cambridge che troneggia sopra il titolo del mio lavoro, ci sono io, la mia passione per la storia, per la cultura popolare, per i fumetti. Ci sono gli ultimi mesi di lavoro durissimo, di notti insonni, di emozioni nuove, belle e brutte.

E l’incognita del futuro. Consegnata la tesi, finisce un progetto e ne comincia un altro, tutto da scrivere.

 

 

*Per capire di cosa parlo, consiglio la lettura del meraviglioso post di Galatea, dal significativo titolo ‘Il complesso di Didone. Ma perché le donne toste perdono la testa per gli Enea?‘, da cui provengono le varie citazioni.

PhD

D come Dottorato #10

Quanto in fretta cambiano le cose durante un dottorato, soprattutto in un ambiente universitario come quello di Oxbridge. Non solo cambiano le case, i coinquilini, le abitudini, gli studenti a cui insegni, ma soprattutto cambiano la ricerca, le aspettative accademiche, le preoccupazioni future. Ricordo ancora uno dei primi training universitari ‘get the PhD started’, quando ci dissero che non è mai troppo presto per pensare al post-dottorato. Cercare post-doc sembrava allora qualcosa di assurdo, così lontano che il consiglio ‘non è mai troppo presto per pensare e organizzare le domande’ sembrava folle. Come potrei concentrarmi sulle domande di post-doc quando ancora non ho iniziato a organizzare il mio dottorato?

Beh, avevano ragione. Ma su questo ci tornerò più avanti.

La fine del dottorato è caratterizzata principalmente da due fattori: ANSIA e  TERRORE.

Ansia perché le persone intorno a te insistono col dire ‘ah quindi hai finito! Complimenti’, quando ancora non hai neanche iniziato a mettere insieme la bibliografia né riletto tutti i capitoli uno dietro l’altro.*

Terrore perché chiunque ti chiede ‘e cosa farai dopo?’ e tu neanche sai cosa farai tra un paio d’ore, perché la lista delle cose da fare per finire la tesi è talmente lunga che vorresti solo piangere.

Il quarto anno – che qui è common practice ed è il writing up year – è come un tunnel di cui non vedi la fine. Ogni tanto intravedi la luce, ma presto ti rendi conto che era solo frutto della tua immaginazione.

Però.

Però a un certo punto ti ritrovi a fare incubi sulla discussione, o su feedback esterni che ti dicono ‘dovresti lavorarci su almeno altri 6 mesi’, o sull’avere il lapidario giudizio: ‘rewrite and resubmit’, un gradino sopra il fail. Ed è quel momento che ti rendi conto che la fine tutto sommato è vicina. Che devi metterti alle spalle i rifiuti alle domande di post-doc collezionati nel corso degli ultimi mesi. E ti trovi a pensare agli acknowledgments, e guardando indietro ti rendi conto cosa è stato realmente questo dottorato, un incredibile momento di crescita personale (e professionale) che ti ha reso una persona completamente diversa (in meglio o in peggio, questo è ancora tutto da vedere).

Quindi non disperate: sembra infinito, lacrime e frustrazione sono all’ordine del giorno; pensieri come ‘ma chi me l’ha fatto fare’ sono il mantra di ogni dottorando. Nella disperazione e frustrazione, noi dottorandi siamo tutti sulla stessa barca. Cerchiamo solo di non affondare.

http://www.phdcomics.com: una delle migliori risorse per ogni dottorando.

 

*Bibliografia: ascoltate il mio consiglio, iniziate a compilarla dal primo giorno. Era una delle cose che mi ero ripromessa di fare e che ovviamente non ho fatto. Provo tanta di quella frustrazione nei confronti della me del passato che se potessi tornare indietro la prenderei a schiaffi. Aggiungo anche di non affidarsi troppo a meravigliosi programmi come zotero: sono utilissimi, ma anche un’arma a doppio taglio. E se siete svampiti come me e vi ritrovate con un HD bruciato nel bel mezzo del vostro dottorato, e a non ricordare minimamente i vostri dati di accesso, si rivelano solo un’enorme perdita di tempo. Prevenire è meglio che curare!

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C come Conferenza

Oggi mi sento un po’ come Irene Brin mentre scrivo sdraiata a letto. Certo, lei usava una macchina da scrivere molto elegante e poteva muovere le gambe liberamente, ma il fatto che io stia usando il mio fedele hp e abbia una gamba immobilizzata da un tutore sono dettagli trascurabili. La cosa importante è riuscire a scrivere e continuare a parlare di quell’astruso percorso che è il dottorato. Oggi è il turno delle conferenze, momenti fondamentali per noi dottorandi. Partecipare a una conferenza non è importante solo perché si ha l’occasione di presentare la propria ricerca e farsi conoscere, ma soprattutto per le persone che si incontrano. La vita accademica si fonda anche sul network di accademici che si riesce a costruire (e questo vale ovunque), ed è perciò importante curare i propri contatti. Ma andiamo con ordine.

La partecipazione a una conferenza inizia dal call for papers, un vero e proprio ‘bando’ che delinea le tematiche principali che verranno affrontate. Quando si risponde al CFP, inviando un abstract, bisogna perciò tenere presente lo scopo della conferenza ed esaltare gli aspetti della propria ricerca che corrispondono ai temi citati, di solito sufficientemente generici per permettere a ogni persona del settore di partecipare. Ad esempio, una conferenza sul ruolo della donna in Italia aprirà le porte a chiunque si occupi di storia di genere, storia d’Italia, letteratura, e così via (un buon esempio di CFP si può trovare qui, guardando il programma si può vedere come gli interventi vengano da campi di ricerca molto diversi tra loro).
Superata la selezione, è il momento di preparare la presentazione.

‘Posso leggere il mio intervento?’ è la domanda che soprattutto chi è alle prime presentazioni si pone. Per quanto mi riguarda, ho visto che la maggior parte delle persone leggono i propri interventi, in rarissimi casi ho visto qualcuno presentare senza leggere un testo preparato. I pro di un testo scritto sono molteplici: non si rischia di rimanere senza cose da dire o dimenticare passaggi importanti, è più facile rispettare i tempi dati (in genere 20 minuti) e l’avere un qualcosa di scritto tende a calmare i nervi. Di contro, a seconda di come si legge, l’intervento può risultare poco spontaneo e, diciamolo, un po’ noioso. Tutto però dipende dal modo in cui presentate, al modo in cui leggete e dal supporto grafico scelto, ovvero dal powerpoint che preparerete. La presentazione in powerpoint vi permette di: riassumere le questioni principali; spiegare visivamente ciò di cui parlate (per me, mostrare la rivista di cui parlo è fondamentale); fornire quelle informazioni che non potete includere nei 20 minuti che avete a disposizione. Tuttavia, bisogna fare attenzione a non cadere negli errori più comuni, ovvero preparare slides piene di testo, che faranno sì che le persone perderanno il filo del vostro discorso per leggerle, ad esempio. La presentazione in powerpoint deve essere un supporto al vostro discorso, non una distrazione né tantomeno una digressione.
Nella preparazione della presentazione in sé, bisogna tenere conto che in 20 minuti non si potrà parlare e presentare di tutto ed è perciò necessario fare una serie di scelte su come strutturare il paper. Prima di tutto, bisogna valutare il pubblico che si ha di fronte: chi ascolterà è un esperto del campo? Dovrò spiegare tutto? Questo dipende dal tipo di conferenza. Una conferenza come quella annuale della Social History Society, ad esempio, sarà così generica che se volete che le persone seguano il vostro discorso dovrete strutturarlo in modo che sia comprensibile anche al vostro prozio che pensa che ciò che studiate sia un frutto che cresce solo in Macedonia. Per contro, una conferenza sul piatto di pasta preferito da Petrarca raccoglierà esperti del campo che non avranno bisogno che gli spieghiate cos’è la pasta. Per riassumere: il CFP va letto con attenzione, per capire a chi si rivolge e preparare una presentazione che sia adatta all’evento.

All’inizio del post ho parlato di network, elemento cruciale di una conferenza. Un convegno, infatti, non serve solo per far conoscere il proprio tema di ricerca (e farsi conoscere), ma anche per conoscere altre persone. Incredibili collaborazioni possono nascere da una persona con cui avete fatto la pausa caffè alla conferenza sul dito mignolo di Dante! I contatti sono importanti non solo per eventuali collaborazioni, ma anche perché si viene a conoscenza più facilmente di progetti in corso, novità nel proprio campo di ricerca, opportunità e così via. Perciò non siate timidi e lanciatevi in conversazioni con quante più persone riuscite.

 

linus