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P come Perseveranza

Errare humanum est, perseverare autem diabolicum è una frase che mi ha sempre dato da pensare. Se chiara nel suo significato, quel perseverare mi ha sempre fatto riflettere. In fondo, è un po’ un concetto che va contro il più contemporaneo chi la dura la vince, locuzione usata da Lorenzo De Medici per dire che, alla fine, con la perseveranza si ottengono risultati. Ma sto divagando.

Nel mondo accademico i rifiuti sono all’ordine del giorno e sono molto pochi coloro che ottengono borse, assegni o vincono bandi al primo colpo. Fece scalpore il ‘CV dei fallimenti’ pubblicato nel 2016 da un professore di Princeton, poiché se tutti riceviamo molti rifiuti, pochi li condividono. Vediamo, come sempre, solo la punta dell’iceberg senza conoscere la fatica, i rifiuti e, appunto, la perseveranza che ci sono dietro contratti di postdoc, assegni di ricerca o titoli ancora più soddisfacenti.

C’è un però, in tutto questo, che negli anni successivi all’ottenimento del dottorato è stato un vero e proprio tarlo nell’orecchio. Ovvero: quand’è il momento di smettere di perseverare? Quand’è che i rifiuti sono diventati troppi ed è il momento di rassegnarsi e cambiare strada?
La risposta a tale domanda, ovviamente, non c’è. Si entra nel mondo del soggettivo, in cui le valutazioni personali fanno da padrone. Un anno dopo la fine del PhD, e dopo molti rifiuti, ho preso una pausa dal mondo accademico. Neanche leggevo più i bandi, non volevo più saperne, pensavo che la misura fosse colma. Finché ho semplicemente ricominciato, spinta dal richiamo di un mondo che mi appassiona e che mi spinge sempre al di fuori della mia zona confortevole. ‘Mi do due anni e poi cambio strada’, mi ero detta nell’ormai lontano 2018. Ne sono passati 3 e sono di nuovo alle prese con domande infinite, bandi creati ad hoc a cui fare comunque domanda perché non si sa mai.

Mi sono spesso chiesta se questa sia la scelta giusta, e la verità è che, date le mie personalissime circostanze, lo è per me. Non mi sento pronta a dire addio a ciò che più amo fare e ho voglia di ripartire nel mondo accademico come non mai. Quindi riparto. Se sarà un viaggio senza ritorno o solo una piccola parentesi, solo il tempo potrà dirlo. Nel mentre, cerco di godermi il viaggio senza perdere di vista la meta.

Pensieri & Parole

C come Corsa

Diciamolo: il 2020 è stato un anno difficile, per usare un eufemismo. Un anno che abbiamo passato perlopiù chiusi in casa, spesso da soli e quasi sempre online. Il 2021 non sta certo andando meglio, almeno qui in Italia. Non so voi, ma io mi sono data al mio sport preferito: mangiare. Come se affrontare una pandemia e la precarità non fosse abbastanza, alla fine sono pure ingrassata. E siccome a stare sempre chiusi in casa ci si deprime, e la scienza dice che lo sport fa bene all’umore, ho iniziato a correre.

Ebbene sì. Io, la persona meno sportiva del mondo, che prima di un intervento a entrambe le ginocchia non poteva neanche fare 10 metri, ho cominciato a correre.

‘Vedrai, è bellissimo’, mi dicevano alcuni runners (che poi, da quando abbiamo iniziato a chiamarli così?!). ‘Dopo un po’ diventa come una droga, e non sai quanto ti sentirai meglio’, commentavano alcuni amici.

Io, confesso, non è che mi fidi molto di quel che dice la gente (cliccare sul link per un’esperienza di lettura più intensa, o per cogliere la semi-citazione). Tuttavia, un po’ presa dalla claustrofobia, un po’ perché non mi entrano più i vestiti, ho deciso di provare. Ho persino creato una playlist su Spotify per darmi la carica! Così, attrezzata di cuffie, tuta acetata anni ’90 (letteralmente), magliettone largo dell’Ariano Folkfestival per celebrare la mia vita precedente, orologio semi-samrt, sono uscita di casa pronta a prepararmi per la prossima maratona di Ostia.

È stato un momento bellissimo. L’asfalto scorreva sotto di me dandomi sempre più carica. La sentivo quella scintilla di cui tutti parlavano, mi vedevo dal di fuori come nei film, la donna in carriera che in pausa pranzo va a correre. Cominciavo a vedermi magra, con un tubino nero aderente sfoggiando un fisico asciutto alla prima occasione post-pendemia. Senza fiato ma felice, controllo la mia performance sull’orologio che ha fedelmente riprotato ogni mio passo, valutando la cadenza e il battito cardiaco per ottimizzare l’allenamento.

Avevo fatto 400 metri. 400 metri e mi sentivo morire, senza fiato, sudata come mai nella vita, con i capelli che andavano da tutte le parti, che più che a una donna in carriera mi facevano sembrare medusa in uno dei suoi momenti d’ira.

Ora, io lo so che bisogna essere pazienti. Che ci vuole tempo, soprattutto quando si è fuori allenamento. Ma diciamolo, onestamente, senza filtri: correre fa schifo. È noioso, è faticoso, si suda, si puzza, si arriva spompati alla fine con le gambe pesanti che hai voglia a fare stretching! Oltreutto scatta quel meccanismo per cui alla fine mangi più di prima, perché ‘tanto ho fatto sport’ e si ritorna a dover trattenere la pancia per tentare di chiudere quei jeans che tanto ti piacciono. Insomma, una sofferenza.

Oggi ho comprato una corda per saltare. Pare sia divertente e sia un esercizio ad alta intensità paragonabile alla corsa per i benefici. La corsa la lascio ai runner. Cosa ci trovano loro di bello, non lo so. Io continuo a preferire il cioccolato fondente.

First Appearance: February 4, 1980 #peanutsspecials #ps #pnts #schulz #snoopy #okay #gang #jogging #no #exercise #stubborn #feet #nononono www.peanutsspecials.com
PhD, Post PhD

D come Dottorato #11

Dopo aver abbandonato il blog per un po’ per impegni lavorativi (per fortuna!), ho deciso di tornare su queste pagine con un tema che nell’ultimo anno è diventato una questione urgente per ogni ricercatore: come portare avanti una ricerca in piena pandemia, con archivi e librerie chiuse? Indubbiamente la grandezza del problema varia a seconda del tema della ricerca, soprattutto per la mancanza della digitalizzazione di moltissime risorse (una questione spinosa in Italia, dove un patrimonio ricco come quello dell’Archivio di Stato si sta deteriorando e perdendo a causa della cronica mancanza di investimenti nella cultura). Tuttavia, in questi mesi di lockdown e chiusure generalizzate, portare avanti la ricerca si può.

Prima di tutto, le risorse delle librerie universitarie offrono una serie di informazioni molto utili per la ricerca. Tra risorse digitali e reindirizzamenti verso lidi più prolifici, è sempre un ottimo punto di partenza. Spesso i dottorandi, o i postdoc, e comunque in generale tutti i ricercatori affiliati a una università, hanno accesso gratuitamente a una serie di archivi online, soprattutto di articoli e riviste scientifiche (primo fra tutti JStor, ma anche Taylor&Francis etc.). Sfortunatamente per chi fa ricerca senza essere ancora affiliato a una università l’accesso a tali risorse è limitato ma non impossibile. Sempre JStor offre infatti la lettura gratuita di ben 100 articoli (!). Non si possono scaricare, ma almeno si ha l’accesso ad articoli che, diciamolo, in un momento di stallo possono essere un’ottima risorsa per costruire la propria literature review e mappare la ricerca esistente sul tema da noi scelto.

Un’altra risorsa piena di sorprese e accessibile a chiunque è archive.org, un vasto archivio digitale dove è possibile trovare risorse gratuite da scaricare o da consultare. Infatti, una risorsa ancora poco sfruttata è quella del prestito bibliotecario virtuale. Molte biblioteche e archivi digitali hanno infatti a disposizione molti libri in formato digitale che è possibile prendere in prestito proprio come un libro fisico. La Biblioteca Nazionale Centrale di Roma ha una collezione digitale facilmente consultabile online (qui), ma non è la sola. Per fare una ricerca sul patrimonio digitalizzato è possibile consultare il catalogo di Internet Culturale, che come scritto nel sito, è un ‘aggregatore di repository digitali sparsi sul territorio italiano appartenenti a biblioteche di varia provenienza e specializzazione’. C’è poi MLOL, anch’essa provvista di un catalogo di ricerca integrata per consultare le risorse digitali delle biblioteche italiane. E queste sono solo alcune delle risorse disponibili! Spesso le biblioteche hanno delle emeroteche digitali, dove è possibile consultare quotidiani e settimanali d’epoca, risorse per me essenziali durante il dottorato, quando i viaggi in Italia non sempre coincidevano con le mie esigenze di ricerca!

In lingua inglese, poi, il panorama è ancora più ricco. La prima biblioteca digitale da citare è la World Digital Library (nata sull’iniziativa del Congresso degli Stati Uniti e dell’UNESCO), seguita dalla European Digital Library, la quale contiene risorse di vario tipo facilmente consultabili. Project Gutenberg è forse una delle piattaforme più conosciute in cui trovare centinaia di libri privi di copyright da poter consultare e scaricare. Simile al Project Gutenber c’è Public Domain, in cui si possono trovare anche molti saggi, tutto senza problemi di copyright e pertanto liberamente scaricabili. La Open Library è un’altra risorsa molto ricca e utile, affiliata al già menzionato archive.org, dove si possono prendere in prestito libri digitali in maniera del tutto gratuita. Persino Getty Images ha una sua libreria digitale, comprensiva di libri Open Access (è possibile consultare il catalogo qui).

Nonostante tutte queste risorse non siete riusciti a cercare ciò che vi serviva? Non disperate, si può ricorrere al metodo più antico del mondo: chiedere. Vi stupirete di quanti studiosi saranno felici di condividere i loro articoli (o addrittura i propri libri) per aiutarvi nella ricerca. Chiedendo in maniera cortese ma diretta riuscii ad ottenere durante il mio dottorato la digitalizzazione di intere annate di una rivista, due libri in formato pdf, e una serie di articoli! Non siate dunque timidi, per uno studioso poter diffondere la propria ricerca è un piacere, ed è anche gratificante sapere che tutta quella fatica sia valsa a qualcosa. Infine, vale la pena tentare una ricerca su academia.edu, in cui si possono trovare non solo pdf di articoli caricati dagli autori, ma è anche possibile fare richiesta di pubblicazione di specifici articoli (caricati a discrezione degli autori!).

Fortunatamente anche in questo periodo di pandemia in cui molti di noi non possono uscire di casa e le biblioteche sono chiuse, la ricerca può continuare grazie alla digitalizzazione di molte risorse. E se poi proprio non abbiamo la testa per continuare la nostra ricerca, possiamo sempre prendere in prestito un bel romanzo!

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Credits: Charles Schultz Museum

Lavoro

Z come Zoom

Niente fa più lockdown delle riunioni su Zoom. Un programma un tempo sconosciuto è diventato, per molti, strumento di tortura quotidiano. Sì, perché per amore di onestà bisogna chiamare le cose con il proprio nome, e Zoom è uno strumento di tortura per noi milioni di ‘smart workers’. Sorvolando sulla mia solita polemica sull’uso improprio ed esclusivamente italico del termine ‘smart working’, dopo mesi di silenzio ho deciso di tornare e affrontare la piaga del nuovo millennio. Zoom, appunto.

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Pensieri & Parole

O come Ottimismo

Ripensavo ultimamente alle cose della vita. Non perché io stia entrando nell’ultima settimana di lavoro prima di essere risucchiata nuovamente dalla disoccupazione, o perché la mia vita al momento sembrano pezzi spaiati di puzzle cubisti, ma così, in generale, perché ogni tanto la riflessione chiama e la mente risponde.

Così, guardando il mio twitter feed mi sono resa conto di quanto siamo pessimisti, noi trentenni, sconfitti dalla società che ci vuole poveri millennials. E dico poveri in senso concreto, non metaforico. Tra improvvisati virologi, il totolockdown per settembre, le polemiche, le guardie che invece di proteggere spacciano, il mio mondo virtuale è una finestra sulle cose che non vanno nella nostra vita. Ogni tanto, per quanto mi riguarda, lo è anche il mio blog.

Oggi, però, mentre sudavo ogni goccia di liquidi presenti nel mio corpo nel caldo torrido di un’estate romana poco cinematografica, mi sono sentita leggera, e anche un po’ felice. Sarà stato lo Spritz con una nuova amica, sarà stata una vecchia amicizia che si è fatta sentire da oltreoceano, sarà che ho fatto pace con il più caro amico che ho (e come lui non mi fa arrabbiare nessuno!), sarà stato lo Spritz, ma insomma, il punto è che in questo caos si può anche essere felici. Perché la felicità sta nelle piccole cose, nello Spritz – ho già detto Spritz? – e, comincio a pensare, nelle scelte coraggiose. Ci vuole coraggio a vivere e a non lasciare che la vita ci scivoli addosso. Così vorrei dire ai miei sparuti lettori di prendere coraggio, di fare quelle scelte di vita che sembrano folli. Seguire il cuore, prendete coraggio, vivete d’impulso! Scrivete alla persona a cui ancora pensate, prendete coraggio e rischiate un rifiuto, dichiaratevi! L’amore è cosa rara, non lasciatevelo scappare senza averci provato!

E fatelo quel dottorato, metteteci tutta la passione che avete, mettetecela tutta (senza farvi venire un crollo nervoso) e godetevi la vostra ricerca!

Male che vada, avrete qualcosa di nuovo di cui lamentarvi e con cui conquistare i social media.

Balcone crollato

Libri

L come Libri #8

Almeno una volta nella vita ogni lettore si trova di fronte a un grande classico che non ha letto. Più passa il tempo, più la lista si allunga perché i libri assolutamente da leggere aumentano.

Solo nel 2018 in Italia sono stati pubblicati 75.758 libri secondo gli ultimi dati Istat disponibili. Settantacinquemilasettecentocinquantotto! Certo, di questi la maggior parte è pura monnezza, in fondo ormai scrivono e pubblicano libri cani e porci, incluse persone che fanno del non aver mai letto un libro in vita loro un vanto per poi finire primi nella classifica dei libri più venduti in Italia (no, non metterò il link al libro né farò nomi e cognomi, ne va della dignità di questo piccolo blog).

Anche ammettendo che di quei 75mila e passa libri di potenziali futuri grandi classici ce ne siano 5, moltiplicateli per gli ultimi 20 anni e ci ritroviamo con 100 libri da leggere assolutamente tra quelli pubblicati nel nuovo millennio. Sommate a questi 100 tutti i grandi classici già classici, penso a un Thomas Mann, a un Tolkien, a un Dostoevskij, a un Cesare Pavese, tanto per fare degli esempi, ed ecco che non basta una vita per leggerli tutti. Mettiamoci anche che alcuni di noi non resistono a un buon giallo da leggere sotto l’ombrellone o in quarantena, et voilà, ci si ritrova a trent’anni suonati senza aver mai letto delle vere e proprie pietre miliari della letteratura contemporanea.

Così è successo che un libro che mi girava in testa da un po’, che in un paio di occasioni ho accantonato perché ‘avrei dovuto leggerlo da giovane’, trova spazio in queste giornate di apatia e noia da quarantena.

Sto parlando de Il giovane Holden, The Catcher in the Rye di S. J. Salinger.

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Pensieri & Parole

D come Divagazioni

Ma anche Q come Quarantena e A come Amore. Infatti questo periodo, di quarantena, appunto, è caratterizzato dalla visione di film e serie TV più o meno allo stesso ritmo dei tempi d’oro del dottorato (sì, noi dottorandi sopravviviamo grazie a Netflix e alle altre piattaforme che ci permettono di evadere la realtà). E l’amore? L’amore sta tutto nel film che ho visto l’altra sera, Marriage Story, nel libro che ho appena finito (La sonata a Kreutzer di Lev Tolstoj) e nell’ultimo libro scelto al Club del libro di cui faccio parte (Amo dunque sono di Sibilla Aleramo).

Senza volerlo mi sono ritrovata ad affrontare l’amore sotto vari aspetti: quello straziante della fine, che rivela gli aspetti più brutti e umani di noi; quello ossessivo e per certi versi svenevole della fin troppo umana Sibilla; e quello carnale, impuro, violento e così reale di Tolstoj. Non me l’aspettavo così, La sonata a Kreutzer. E non mi riferisco alla paternale di Lev nella sua postfazione, in cui ci spiega tutto ciò che voleva dire, che sostanzialmente si può riassumere in ‘siate casti e se proprio non ce la fate, copulate solo con vostra moglie e solo per procreare’.

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Libri

L come Libri #7

Ovvero ‘i libri, quelli brutti davvero‘.

Questa quarantena l’ho iniziata facendo sogni di gloriose letture. Finalmente avevo il tempo per dedicarmi a tutti quei libri che normalmente non riesco a leggere. Un po’ perché non ho tempo, un po’ perché sono libri impegnativi che voglio godermi senza relegarli a ritagli di tempo. Parlo di romanzi come Anna Karenina del gigante Lev Tolstoj, o La montagna incantata di Thomas Mann, insomma quei pilastri della letteratura che ahimè ancora non ho letto. Invece, avendo come già menzionato la concentrazione di un criceto, ho deciso di intrattenermi con un bel thriller. Volevo una lettura leggera, accattivante e capace di distrarmi dalle cupe notizie che arrivano in questo mondo che lotta contro una pandemia.

Così, ho deciso di leggermi Il ladro di anime di Sebastian Fitzek, edito da Einaudi (2019).

Copertina del libro Il ladro di anime di Sebastian Fitzek

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Libri

G come Goodreads

Era la prima decade degli anni 2000 quando mi iscrissi su Anobii e iniziai ad annotare le mie letture online. Poi Anobii passò alla Mondadori, divenne più lento, lanciarono mille versioni beta ed esasperata migrai su Goodreads nel 2013. Frustrata dai problemi di esportazione della mia libreria virtuale da una piattaforma all’altra, decisi di tornare alla cara vecchia lettura privata. Poi, a gennaio 2019, decisi di ricominciare. Eccomi dunque di nuovo su Goodreads, a partecipare a reading challenges ed esplorare pagine e pagine di suggerimenti, accumulando libri nella wish list.

Per quanto si ponga un problema di privacy non indifferente anche quando si usano social apparentemente innocui come questi (ce lo spiega bene Kari Paul nel suo recente articolo pubblicato sul GuardianThey know us better than we know ourselves‘, ma già nel 2012 la questione sulla privacy della lettura l’aveva sollevata, sempre dalle pagine del Guardian, Jo Glanville), confesso che l’utilizzo costante di Goodreads ha avuto il suo impatto nella mia vita, non sempre positivo.

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Pensieri & Parole

Q come Quarantena

What a time to be alive!

Tante cose mi sarei aspettata di vivere nel corso della mia esistenza, ma ammetto che non mi ero mai immaginata uno scenario del genere. Alla nostra generazione non bastava la crisi economica del 2008, da cui non ci siamo più ripresi, né il cambiamento climatico che sta condannando la nostra specie all’estinzione, ci voleva anche il nuovo coronavirus. Avevamo a malapena iniziato a fare i conti con la triste realtà di una vita per sempre precaria, senza certezze di alcun tipo, stavamo accettando di essere la prima generazione il cui standard di vita non supera quello dei genitori quando ecco arrivare una pandemia a rimettere tutto in discussione.

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