Pensieri & Parole, PhD

D come Didone

A ognuno di noi è capitato, almeno una volta nella vita, di aver frequentato un Enea.*
Io, poi, per gli Enea ho proprio un debole. Se non sono un po’ depressi, narcisisti, e tutto fumo e niente arrosto proprio non mi piacciono. Son fatta così, perdo la testa per i vorreimanonposso. Quelli che andrebbero sulla luna per te, ma solo ed esclusivamente a parole.

Così, come Didone, invece di godermi la libertà e darmi anima e corpo alla mia ricerca di dottorato, la mia Cartagine dopotutto, mi sono data a un altro Enea. Non paga delle legnate (emotive, s’intende) prese col primo, mi sono trovata un Enea che più Enea di così si muore. Riassume bene Galatea questa categoria di uomini:

Ma non c’è nulla, tranne la sua tristezza infinita, muta, senza motivo, a cui non ti lascia avvicinare. È un vuoto che lo rosica da dentro, e non si può colmare, lo tormenta, ma non abbastanza da sfociare in qualcosa di serio: resta sempre a mezz’aria, inespresso, se ne vergogna un po’ anche lui, ma non lo affronta mai, anzi ci si crogiola.

‘E tu lascia che si crogioli nel suo tristissimo brodo’, mi dice la regina che è in me. E tutto sommato, sai che c’è?, la Donna che è in me ha ragione. Uno che non ha il coraggio di assumersi la responsabilità delle proprie azioni e di chiamare le cose con il loro nome non vale certo la pena! Didone, regina di Cartagine, si uccise mandando maledizioni. Io, memore della sua immeritata fine, nel mio piccolo, ho deciso che non valeva la pena, mi sono rimboccata le maniche, comprato del buon vino e il miglior caffè sul mercato, e ho finito il dottorato esattamente secondo programma. Ebbene sì, nuntio vobis magnum gaudio, habemus dissertationem. E quante lacrime ho versato per tirar fuori quelle 79520 parole entro la scadenza che mi ero data. Alla faccia degli Enea. Sì perché, ironia della sorte, gli Enea hanno caratterizzato la mia vita privata dal principio di quest’avventura meravigliosa che è stata il dottorato.

Il progetto di ricerca, e la preparazione del TOEFL da cui scaturì l’idea di questo blog, fu scritto proprio mentre ero alle prese col primo Enea. Anche lui un classico esempio di vorreimanonposso, uno che il giorno del mio compleanno, un mese prima della mia partenza per Cambridge, mi rivelò tutto contento che aveva finalmente capito cosa voleva fare dopo la laurea: un master in Francia. In Francia. Mentre io partivo per l’Inghilterra. Lui, cresciuto a New York, bilingue, che in francese non sapeva dire neanche Michelle ma belle, voleva andare in Francia. Imparata la lezione di Didone, lo lasciai il giorno dopo e partii felice e contenta alla volta del mio futuro da dottoranda. Di quella relazione il mio analista, quasi dieci anni dopo, ancora ride.
Finalmente libera, arrivata a Cambridge che faccio? M’innamoro di un altro Enea, ovviamente. Perché godersi la vita, fare la spensierata vita harrypotteriana quando puoi essere una Didone persa dietro un Enea?! Quasi quattro anni dopo, in pieno panico da writing up finale, con progetti paralleli che si accumulano, deadline che ti inseguono furiosamente, studenti con crisi mistiche da esame, e il caffè che non basta mai, il mio ultimo vorreimanonposso segue il copione scritto da Virgilio:

 Lui, codardo come un uomo, scappa, di nascosto. Con l’alibi di non farti soffrire e di essere chiamato a doveri più grandi. Perché non ha nemmeno le palle di dirtelo in faccia, in realtà.

Non avrei potuto descriverlo meglio.

Ho ripensato tanto a Didone mentre, tra l’amarezza e l’incredulità, lavoravo a una tesi che sentivo di non essere mai pronta a lasciar andare. E’ un momento terribile e bellissimo la consegna della tesi, che mi ha fatto capire come si sentono le madri la prima volta che vedono la loro prole andare a scuola. Il momento in cui ho stampato la mia tesi ho quasi pianto (lo avrei fatto se non fossi stata terribilmente in ritardo). Non so descrivere la bellezza di quel momento. Nonostante tutto, la fatica, le paure, le insicurezze e, non da ultimo, il cuore infranto, i miei ultimi tre anni e mezzo di vita erano lì. La mia creatura prendeva vita ed era pronta ad affrontare il mondo da sola. Così gli Enea hanno perso ogni importanza. Immagino Didone guardarmi fiera, perché un po’ di dramma ci sta sempre bene e il mio dottorato è stato anche drammatico a momenti, come ogni fase di vita che vale la pena. In quelle pagine lì, rilegate con una spirale, con il logo dell’Università di Cambridge che troneggia sopra il titolo del mio lavoro, ci sono io, la mia passione per la storia, per la cultura popolare, per i fumetti. Ci sono gli ultimi mesi di lavoro durissimo, di notti insonni, di emozioni nuove, belle e brutte.

E l’incognita del futuro. Consegnata la tesi, finisce un progetto e ne comincia un altro, tutto da scrivere.

 

 

*Per capire di cosa parlo, consiglio la lettura del meraviglioso post di Galatea, dal significativo titolo ‘Il complesso di Didone. Ma perché le donne toste perdono la testa per gli Enea?‘, da cui provengono le varie citazioni.

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