Lavoro, Pensieri & Parole

W come Weekend

Arriva il tanto atteso weekend. È da mercoledì sera che il pensiero inizia a farsi strada, ‘ancora due giorni’, ‘un ultimo sforzo’, e infine eccolo, arriva il venerdì, procede lento, lentissimo, ma ecco che sono le 18:30, finalmente liberi, inizia il weekend!

Tra cose da fare, questioni pratiche da sbrigare, piatti da lavare, casa da pulire, voglia di socializzare al di fuori dell’ufficio, e quel minimo di relax tanto agognato, ed ecco che in un soffio il weekend è passato.
Diciamocelo: dura troppo poco. Non si fa in tempo a riprendersi dalla settimana, a recuperare quel po’ di stanchezza accumulata, che si è fatta domenica. E si sa, la domenica è il giorno più triste, passato tra la voglia di godersi il tempo libero che rimane e la consapevolezza che siamo agli sgoccioli, la settimana lavorativa è ormai alle porte. Questa tristezza che caratterizza la domenica è una costante nella vita fin da quando siamo semplici e spensierati liceali. Eppure, quando ero piccola e andavo a scuola, sabato compreso, la tristezza mi assaliva solo nel tardo pomeriggio. Oggi, da adulta, la tristezza mi assale già dalla mattina. Il caffè non ha quel sapore dolce che ha il sabato mattina, un po’ perché magari la sera prima si è esagerato, un po’ perché le ore che ci separano dalla sveglia del lunedì sono sempre meno. In fondo lo aveva già capito Leopardi:

Questo di sette è il più gradito giorno,
Pien di speme e di gioia:
Diman tristezza e noia
Recheran l’ore, ed al travaglio usato
Ciascuno in suo pensier farà ritorno

Dove ‘questo’ è ovviamente il sabato (del villaggio) e il ‘diman’ la domenica.

Ma il costante pensiero che domani ricomincia il solito tran-tran non è la sola caratteristica della domenica. Già, perché noi che lavoriamo negli uffici, o comunque con orario fisso che ci impone di uscire di casa tra le 7 e le 8, soffriamo di una patologia incurabile: la sveglia presto. E non ha importanza se sabato sera sei stato in giro fino a tardi, se hai visto sorgere l’alba uscendo dall’ultimo locale, se hai recuperato tutti gli arretrati su Netflix o consumato la vista divorando i Fratelli Karamazov. Alle 6:45 il cervello si sveglia. Inarrestabile. A nulla servono le proteste del corpo. ‘Lasciaci dormire!’, urlano gli occhi. ‘Lasciaci riposare’, gridano gli arti. No, lui è lì, sveglio, che non solo non ti lascia recuperare il sonno, ma inizia subito a martellarti: ‘domani è lunedì, devi andare a lavorare’.
Non che il sabato mattina vada meglio. Anche lì, oltre le 8 non si dorme, ma almeno hai talmente tante cose da fare – tutte quelle che non avendo una vita al di fuori dell’ufficio devi rimandare – che la sveglia presto riesci a viverla come una risorsa. ‘Almeno riesco a pulire casa, andare a correre, farmi la doccia, cambiare il letto, e uscire’, pensi. La domenica no. La domenica l’unico pensiero è ‘ma io ho sonno!’.

Così è passato anche questo weekend, nella nostra percezione durato a malapena dieci minuti. E l’unica cosa che lo salva, questo fine settimana troppo breve, troppo effimero, è una sola cosa, l’unico piacere che rende il sabato e la domenica degni di essere vissuti: la pennichella.

 

SABATO E' UNA SIRENA
Paperino di Silvia Ziche

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