Pensieri & Parole

Q come Quarantena

What a time to be alive!

Tante cose mi sarei aspettata di vivere nel corso della mia esistenza, ma ammetto che non mi ero mai immaginata uno scenario del genere. Alla nostra generazione non bastava la crisi economica del 2008, da cui non ci siamo più ripresi, né il cambiamento climatico che sta condannando la nostra specie all’estinzione, ci voleva anche il nuovo coronavirus. Avevamo a malapena iniziato a fare i conti con la triste realtà di una vita per sempre precaria, senza certezze di alcun tipo, stavamo accettando di essere la prima generazione il cui standard di vita non supera quello dei genitori quando ecco arrivare una pandemia a rimettere tutto in discussione.

Fortunatamente erano anni che ci eravamo abituati ad avere rapporti più virtuali che reali, a privilegiare comunicazioni indirette e usare i social per mostrare una vita interessante e all’ultimo grido stando comodamente seduti sul divano. Adesso ce lo chiedono, di stare seduti sul divano! I nostri smartphone non fanno che squillare, riceviamo meme su meme sul virus, sull’Italia che per una volta raggiunge il primato nella storia! Certo, non proprio il primato che avremmo voluto, ma insomma, dopotutto il made in Italy è sempre una garanzia.

Smart working, Netflix, corsi gratuiti online, film d’autore messi a disposizione in streaming da videoteche ed enti culturali. Insomma, questa pandemia sembra coronare il sogno di tanti che non avevano più una vita. Io per prima, con un lavoro (ovviamente precario) 9-18, costretta a uscire di casa alle 8 e tornare non prima delle 20 (ah, la flessibilità lavorativa di noi millennials!), ho reagito con un certo ottimismo alla notizia di dover smettere di uscire di casa. Una settimana, forse due, finalmente posso dedicarmi a tutte quelle cose tralasciate a causa di ritmi lavorativi poco compatibili con un’esistenza privata.

E invece no.

Le settimane sono molto più di due, le notizie sono disastrose e allarmanti, la disponibilità di informazioni online fa sì che saltiamo da un quotidiano a un altro, da un post a un tweet, da aggiornamenti a opinioni fuori dal coro. Per non parlare della trappola dello smart working, che ti illude di poter lavorare in maniera più comoda. Indubbiamente non dover passare oltre 1h sui mezzi pubblici è una gran comodità, ma parliamoci chiaro: lavoriamo molte più ore di prima. Il pigiama diventa una seconda pelle, tra sensi di colpa e rabbia contro chi ci vuole acchittate e truccate pure per lavorare dal divano. Per non parlare di chi non ha uno spazio per sé e si ritrova a fare videoconferenze dal bagno, a gestire casa-compagno-prole-animali, a sentire la mancanza del silenzio. Per non parlare di quelle situazioni, di cui si parla troppo poco, in cui casa è sinonimo di violenza. O di quelle famiglie in cui la clausura sta creando grossi problemi al proprio caro disabile, a cui sono state sospese cure o spazi essenziali per il suo benessere. Ci sono poi altre situazioni drammatiche, nascoste alla vista per via del ben più ingombrante COVID19 ma che nella piccola realtà quotidiana di chi le vive hanno un peso sempre più difficile da sostenere.

Così, tra una notizia ansiogena, una realtà drammatica e la pandemia che avanza lasciando una scia di morti e gente esausta ed esasperata, sui social si alternano i post di chi ha riscoperto la propria creatività, chi impara una terza lingua, chi perfeziona le proprie doti, chi canta dal balcone, chi si scopre scrittore, chi si diverte a fare lo sceriffo e riprendere e segnalare chi va a correre da solo sotto casa, in barba alla legge e alla privacy.

E poi ci sono io, che da lettrice bulimica mi ritrovo con la capacità di attenzione di un criceto, non faccio che mangiare e saltare da un sito all’altro, dormo poco e male, lavoro da casa a orari improponibili e alla faccia dei vari opinionisti ho scelto il pigiama come stile di vita e non mi dovete rompere le scatole perché no, non mi trucco, non mi depilo e non me ne vergogno. Qualcuno lo chiamerebbe abbrutimento, io lo definisco adattamento.

In fondo non abbiamo che da adattarci e aspettare che passi anche questa. Per fortuna nel frattempo possiamo silenziare le voci di chi ci vuole produttivi e sempre attivi anche quando l’unica cosa che vogliamo fare è staccare da tutto e concederci il lusso di annoiarci. In fondo, basta un clic.

Un pensiero riguardo “Q come Quarantena”

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