Libri

L come Libri #7

Ovvero ‘i libri, quelli brutti davvero‘.

Questa quarantena l’ho iniziata facendo sogni di gloriose letture. Finalmente avevo il tempo per dedicarmi a tutti quei libri che normalmente non riesco a leggere. Un po’ perché non ho tempo, un po’ perché sono libri impegnativi che voglio godermi senza relegarli a ritagli di tempo. Parlo di romanzi come Anna Karenina del gigante Lev Tolstoj, o La montagna incantata di Thomas Mann, insomma quei pilastri della letteratura che ahimè ancora non ho letto. Invece, avendo come già menzionato la concentrazione di un criceto, ho deciso di intrattenermi con un bel thriller. Volevo una lettura leggera, accattivante e capace di distrarmi dalle cupe notizie che arrivano in questo mondo che lotta contro una pandemia.

Così, ho deciso di leggermi Il ladro di anime di Sebastian Fitzek, edito da Einaudi (2019).

Copertina del libro Il ladro di anime di Sebastian Fitzek

Siamo solo ad aprile ma è con sicurezza che eleggo questo libro a peggior libro dell’anno. Un libro talmente brutto sotto tutti i punti di vista che mi stupisce sia stato pubblicato e venduto nei maggiori circuiti di libri.

La trama è talmente inconsistente che gli episodi delle serie TV americane che girano in loop su Top Crime e Giallo hanno più spessore.
Ma procediamo con calma.

Il libro si muove su due binari, un presente dove un professore sottopone una cartella clinica a un gruppo di studenti per un esperimento psicologico, e un passato, ovvero gli eventi descritti nella cartella clinica. Tutta la storia è incentrata su un unico personaggio, tale Caspar, che a seguito di un incidente ha perso la memoria. Gli altri personaggi sono a malapena accennati, non hanno pressoché alcun spessore, e la loro presenza è puramente funzionale a portare avanti le vicende di tale Caspar. Solo a un paio di essi, l’infermiere e la dottoressa della clinica, l’autore si degna di accennare dei tratti psicologici, che rimangono comunque troppo vaghi per essere incisivi.

Tra flashback di memoria e un presente confuso, Caspar si ritrova chiuso in una clinica psichiatrica con un pazzo – tale ladro di anime, appunto – che gira indisturbato.
Di per sé l’idea di un serial killer che non uccide ma annichilisce le proprie vittime chiudendole nel loro inconscio, spesso incentrato su un evento traumatico, non era neanche male. Il problema è come l’autore ha scelto di portare avanti questa vicenda, che definire ridicola sarebbe un eufemismo. Insomma, poteva essere un bel thriller se non fosse che la storia è di un surreale che rasenta l’idiozia e suscita nel lettore un fastidio perché va bene la fantasia, ma se volevo leggere di storie fuori dal mondo mi dedicavo a un Fantasy. L’esistenza di goblins e folletti è infatti più realistica delle vicende narrate in questo romanzo, il cui ritmo narrativo è inconsistente.

I capitoli, che scandiscono il tempo della storia, sono divisi seguendo lo scorrere delle ore dalla normalità a quella che l’autore identifica come ‘la paura’. Le ore che scorrono nei titoli dei capitolo sono l’unico vero crescendo, che nella sostanza si traduce in una struttura letteraria di una banalità imbarazzante. Il lettore arriva al culmine della vicenda stremato, con l’unico desiderio che questo strazio finisca e che l’autore dia una spiegazione all’intreccio senza senso che ha creato.
Alla fine della storia, il vero mistero che rimane è come sia possibile che questo libro sia stato pubblicato.

Più che Il ladro di anime, questo è il ladro del tempo. Il vostro.

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