Pensieri & Parole

D come Divagazioni

Ma anche Q come Quarantena e A come Amore. Infatti questo periodo, di quarantena, appunto, è caratterizzato dalla visione di film e serie TV più o meno allo stesso ritmo dei tempi d’oro del dottorato (sì, noi dottorandi sopravviviamo grazie a Netflix e alle altre piattaforme che ci permettono di evadere la realtà). E l’amore? L’amore sta tutto nel film che ho visto l’altra sera, Marriage Story, nel libro che ho appena finito (La sonata a Kreutzer di Lev Tolstoj) e nell’ultimo libro scelto al Club del libro di cui faccio parte (Amo dunque sono di Sibilla Aleramo).

Senza volerlo mi sono ritrovata ad affrontare l’amore sotto vari aspetti: quello straziante della fine, che rivela gli aspetti più brutti e umani di noi; quello ossessivo e per certi versi svenevole della fin troppo umana Sibilla; e quello carnale, impuro, violento e così reale di Tolstoj. Non me l’aspettavo così, La sonata a Kreutzer. E non mi riferisco alla paternale di Lev nella sua postfazione, in cui ci spiega tutto ciò che voleva dire, che sostanzialmente si può riassumere in ‘siate casti e se proprio non ce la fate, copulate solo con vostra moglie e solo per procreare’.

Non mi aspettavo così neanche Marriage Story. Era da dicembre che aspettavo di avere uno spazio e un momento per vederlo, e non so perché ho scelto proprio l’altra sera. Un film bellissimo, con attori incredibili, di un’intensità che se non fossi tendenzialmente apatica a causa di questa quarantena, l’avrei accusata parecchio. Uno di quei film che non so se è meglio vedere con il cuore intatto o infranto, perché un po’ te lo riduce in pezzi e allora forse forse è meglio essere pronti. È straziante, commovente, dilaniante, reale. Perché non c’è niente di più vero della fine di un amore, che tira fuori il peggio di noi, tra risentimento accumulato nel tempo, rabbia e dolore che si mischiano fino a perdere forma e divenire un unico colore, un velo di tristezza, rassegnazione e frustrazione che cala su tutto.

E che rimette in discussione tutto il passato. Chissà perché lo facciamo, cambiamo il significato dei ricordi e la rilevanza di un’emozione dopo la fine di un amore. Tutti quei momenti passati insieme diventano un po’ più brutti, perdono senso, mentre altri diventano preziosi attimi di felicità che sappiamo non proveremo mai più. Falsiamo tutto. Tu scappi dalla realtà perché non sai essere felice, le dice lui. Tu sei un egoista che non mi vede neanche quando te lo chiedo urlando, le rinfaccia lei. Siamo così, anime che per qualche strano meccanismo biologico si incastrano, si sentono complementari e che un giorno si sentono troppo strette, spersonalizzate, soffocate, sopraffatte dall’altro. Prima ci si plasma, poi ci si sente annullate. Siamo creature davvero strane, alla ricerca di qualcuno che sia tutto ma non troppo, che ci capisca ma continui a trovarci misteriosi, che ci stimoli ma non ci faccia sentire mai inadeguati. Mettiamo sull’altro una responsabilità tale che nessuno sarà in fondo mai all’altezza.

Poi c’è Sibilla, che scrive al suo amante una lettera per ogni giorno di lontananza. 43 lettere in cui si racconta e racconta il suo desiderio, il suo amore carnale ma così romantico da non poter essere reale. Leggerà mai quelle lettere il suo amante? Si chiede Sibilla se anche lui la sta pensando con la sua stessa intensità, se anche a lui fa male il corpo dalla lontananza. Donne che si ossessionano sull’oggetto della loro passione, quel desiderio che mette in ombra tutto il resto, di quegli amori che finché non li provi pensi esistano solo nei poemi dei trovatori. Quante di noi hanno passato ore e ore a sognare a occhi aperti, oggigiorno aprendo whatsapp o altre mille app per vedere se è arrivato il tanto agognato messaggio.

E quanti di noi hanno scelto di non vedere la realtà, così chiara davanti a loro ma troppo dolorosa da accettare. È finita che ci siamo ritrovati con il cuore in mille pezzi ancora più piccoli.

Si tratta di un sentimento di innamoramento che è, in realtà, condizionato dal mero desiderio carnale. Così sostiene Tolstoj. Immagino la risposta che gli darebbe Sibilla, che lega la sua esistenza all’amare, poiché non è più cogito ergo sum ma un femminile amo ergo sum, una sublimazione concessa solo alle donne, che dall’amore anche fisico dell’uomo traggono una chiarezza spirituale tutta femminile. Ah, Sibilla, tu non mi convinci e mi turbi molto.
Possibile legare la propria identità e la propria esistenza all’atto di amare, concettuale e fisico? E tutto il resto?

Tre prodotti di epoche diverse, eppure tutti puntano nella stessa direzione. Ovvero verso l’amore che ci condiziona, ci cambia, ci rende diversi a seconda di ciò che proviamo, di se e come siamo ricambiati.

Nel dubbio, io continuo a leggere e guardare film. E a sperare che questa quarantena finisca al più presto.

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