Lavoro

Z come Zoom

Niente fa più lockdown delle riunioni su Zoom. Un programma un tempo sconosciuto è diventato, per molti, strumento di tortura quotidiano. Sì, perché per amore di onestà bisogna chiamare le cose con il proprio nome, e Zoom è uno strumento di tortura per noi milioni di ‘smart workers’. Sorvolando sulla mia solita polemica sull’uso improprio ed esclusivamente italico del termine ‘smart working’, dopo mesi di silenzio ho deciso di tornare e affrontare la piaga del nuovo millennio. Zoom, appunto.

Che poi, di per sé Zoom è anche uno strumento utilissimo. Non fosse per il lockdown per cui tutti lo abbiamo usato quotidianamente – e molti di noi, me compresa, continuano a usarlo -, sarebbe uno strumento di comunicazione come un altro. Invece la parola Zoom si porta appresso tutto un bagaglio di frustrazione, angoscia, tristezza e nervosismo che, ecco, ne faremmo tutti volentieri a meno.

Sono ormai lontane le pause caffè con i colleghi, così come l’euforia di alzarsi 5 minuti prima dell’inizio dell’orario di lavoro e stare in pigiama tutto il giorno. Ve lo ricordate? ‘Posso stare col pigiama di pile addosso tutto il giorno, finalmente!’. Oppure le risatine suscitate dall’essere vestiti solo dal busto in su, con camicetta e trucco abbinate alle ciabattone di peluche. Siamo così esausti di lavorare da soli da casa che ormai ci manca pure il collega antipatico che prima cercavamo di evitare con ogni scusa possibile. ‘Pausa caffè?, ci chiedeva con il suo tono fastidioso. ‘No, guarda, devo sbloccare la stampante’, rispondevamo. Manco ce l’avevamo, la stampante.

‘Ma vuoi mettere il tempo risparmiato che prima sprecavamo sui mezzi pubblici?!’. Una giusta obiezione. E sì, dio solo sa il borbottio costante che mi accompagnava nella trafila di cambi, macchina-parcheggio-metro-tram-autobus. Eppure oggi ripenso a quei momenti con una certa nostalgia, la stessa con cui si ripensa all’ex con cui per qualche oscura ragione siamo stati insieme per mesi pur non sopportando neanche il suo modo di respirare. Anche perché, diciamocelo, era anche un modo per vivacizzare le giornate. Prendere i mezzi, intendo, non certo l’ex che ancora ci chiediamo perché non lo abbiamo scaricato dopo il primo commento da terrapiattista.
Sui mezzi, dicevo, l’intrattenimento era assicurato. C’era sempre qualcuno che, al telefono, litigava furiosamente con l’amante o parlava alle spalle dell’amica, offrendoci minuti di distrazione appassionanti quanto una telenovela sudamericana. Per non parlare delle facce che a poco a poco diventano conosciute, familiari. ‘Ah, il signor Professore ha finito il libro, oggi ne ha uno nuovo’ – ‘La signora col porta pranzo fuchsia oggi è in ritardo, speriamo non le sia successo niente’. Volti talmente familiari che a un certo punto ormai ci si saluta anche. Un cenno, quel tanto che basta per dire ‘ah, eccoti qui, anche oggi’.

Oggigiorno invece stiamo su Zoom. A competere con sfondi virtuali e stanze più o meno ordinate. Nel mio caso, ogni chiamata Zoom è un ‘chissà se oggi prenderò io le sembianze dello sfondo o riuscirò finalmente a nascondere il disordine della mia camera da letto dove ormai dormo, lavoro, mangio, vivo’. Oh, sto cavolo di sfondo virtuale a me non funziona. Tutti a sfoggiare uffici virtuali minimal, camere con vista ponte di San Francisco, mentre io mi trasformo in una sagoma indefinita. O prendo direttamente le sembianze dello sfondo. L’altro giorno, ad esempio, avevo messo una bella libreria di quelle antiche, da biblioteca. Bellissima. Mi connetto. Tutto bene, per qualche strana magia avevo la bella libreria alle mie spalle. Poi ho sorriso. E là, dove dovevano esserci i miei denti è comparsa una schiera di libri. Paralizzata dal terrore che il cliente notasse la mia mancanza di denti, sono immediatamente tornata seria. Ma ecco là che Zoom ha deciso di rimischiare le carte e tac! Ero sparita. Un tutt’uno con lo sfondo. Nessuna traccia di me.

Perché la verità è che Zoom è classista. Se hai un computer di quelli che hanno già vissuto una buona porzione della loro vita, ecco che non funziona. Ti fa sentire vecchio, arretrato, démodé. Così, mentre i tuoi colleghi cambiano studio virtuale ogni giorno, tu sei sempre lì, con la libreria caotica alle spalle, con una cyclette che ha la funzione di armadio in bella vista (diciamolo, le cyclette altro non sono che servi muti a forma di bicicletta), e la tua immagine grigia e sfocata, un po’ polverosa, poco definita. Metafora di una vita che prometteva esperienze entusiasmanti e invece ti ha chiuso in casa a rimpiangere qualsiasi forma di interazione umana.

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