Pensieri & Parole

D come Divagazioni

Ma anche Q come Quarantena e A come Amore. Infatti questo periodo, di quarantena, appunto, è caratterizzato dalla visione di film e serie TV più o meno allo stesso ritmo dei tempi d’oro del dottorato (sì, noi dottorandi sopravviviamo grazie a Netflix e alle altre piattaforme che ci permettono di evadere la realtà). E l’amore? L’amore sta tutto nel film che ho visto l’altra sera, Marriage Story, nel libro che ho appena finito (La sonata a Kreutzer di Lev Tolstoj) e nell’ultimo libro scelto al Club del libro di cui faccio parte (Amo dunque sono di Sibilla Aleramo).

Senza volerlo mi sono ritrovata ad affrontare l’amore sotto vari aspetti: quello straziante della fine, che rivela gli aspetti più brutti e umani di noi; quello ossessivo e per certi versi svenevole della fin troppo umana Sibilla; e quello carnale, impuro, violento e così reale di Tolstoj. Non me l’aspettavo così, La sonata a Kreutzer. E non mi riferisco alla paternale di Lev nella sua postfazione, in cui ci spiega tutto ciò che voleva dire, che sostanzialmente si può riassumere in ‘siate casti e se proprio non ce la fate, copulate solo con vostra moglie e solo per procreare’.

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Pensieri & Parole

Q come Quarantena

What a time to be alive!

Tante cose mi sarei aspettata di vivere nel corso della mia esistenza, ma ammetto che non mi ero mai immaginata uno scenario del genere. Alla nostra generazione non bastava la crisi economica del 2008, da cui non ci siamo più ripresi, né il cambiamento climatico che sta condannando la nostra specie all’estinzione, ci voleva anche il nuovo coronavirus. Avevamo a malapena iniziato a fare i conti con la triste realtà di una vita per sempre precaria, senza certezze di alcun tipo, stavamo accettando di essere la prima generazione il cui standard di vita non supera quello dei genitori quando ecco arrivare una pandemia a rimettere tutto in discussione.

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Pensieri & Parole

N come Novità

Nell’ultimo anno il blog è rimasto silenzioso. La fine del dottorato e il mio ingresso in quel terribile limbo in cui tanti ‘millenials‘ si ritrovano loro malgrado, il fin troppo noto sono-troppo-qualificata-ma-non-ho-abbastanza-esperienza-lavorativa, hanno fatto sì che le mie energie si siano rivolte altrove. Ma siccome io sono della generazione cresciuta con drammi come GeorgieCandy CandyDolce RémiDumbo Lady Oscar, non posso certo farmi spaventare da una terribile crisi della cultura a livello mondiale, no?
No!
Dunque rieccomi qua. Come i miei (pochi ma buoni!) followers avranno notato, ho cambiato tema del blog (addio mio caro, dolce, vintage licorice!). Potrebbe essere stato il risultato di un gesto avventato, di una manina che ha premuto ‘salva le modifiche’ senza prima avvisare, fatto sta che il blog ha una nuova grafica. E viste le ripetute polemiche di un certo lettore contro il mio header dalla scritta lilla, mi auguro che apprezzerete lo sforzo per rendere il tutto più leggibile.

Stay tuned!

 

snoopy

Pensieri & Parole, PhD

D come Didone

A ognuno di noi è capitato, almeno una volta nella vita, di aver frequentato un Enea.*
Io, poi, per gli Enea ho proprio un debole. Se non sono un po’ depressi, narcisisti, e tutto fumo e niente arrosto proprio non mi piacciono. Son fatta così, perdo la testa per i vorreimanonposso. Quelli che andrebbero sulla luna per te, ma solo ed esclusivamente a parole.

Così, come Didone, invece di godermi la libertà e darmi anima e corpo alla mia ricerca di dottorato, la mia Cartagine dopotutto, mi sono data a un altro Enea. Non paga delle legnate (emotive, s’intende) prese col primo, mi sono trovata un Enea che più Enea di così si muore. Riassume bene Galatea questa categoria di uomini:

Ma non c’è nulla, tranne la sua tristezza infinita, muta, senza motivo, a cui non ti lascia avvicinare. È un vuoto che lo rosica da dentro, e non si può colmare, lo tormenta, ma non abbastanza da sfociare in qualcosa di serio: resta sempre a mezz’aria, inespresso, se ne vergogna un po’ anche lui, ma non lo affronta mai, anzi ci si crogiola.

‘E tu lascia che si crogioli nel suo tristissimo brodo’, mi dice la regina che è in me. E tutto sommato, sai che c’è?, la Donna che è in me ha ragione. Uno che non ha il coraggio di assumersi la responsabilità delle proprie azioni e di chiamare le cose con il loro nome non vale certo la pena! Didone, regina di Cartagine, si uccise mandando maledizioni. Io, memore della sua immeritata fine, nel mio piccolo, ho deciso che non valeva la pena, mi sono rimboccata le maniche, comprato del buon vino e il miglior caffè sul mercato, e ho finito il dottorato esattamente secondo programma. Ebbene sì, nuntio vobis magnum gaudio, habemus dissertationem. E quante lacrime ho versato per tirar fuori quelle 79520 parole entro la scadenza che mi ero data. Alla faccia degli Enea. Sì perché, ironia della sorte, gli Enea hanno caratterizzato la mia vita privata dal principio di quest’avventura meravigliosa che è stata il dottorato.

Il progetto di ricerca, e la preparazione del TOEFL da cui scaturì l’idea di questo blog, fu scritto proprio mentre ero alle prese col primo Enea. Anche lui un classico esempio di vorreimanonposso, uno che il giorno del mio compleanno, un mese prima della mia partenza per Cambridge, mi rivelò tutto contento che aveva finalmente capito cosa voleva fare dopo la laurea: un master in Francia. In Francia. Mentre io partivo per l’Inghilterra. Lui, cresciuto a New York, bilingue, che in francese non sapeva dire neanche Michelle ma belle, voleva andare in Francia. Imparata la lezione di Didone, lo lasciai il giorno dopo e partii felice e contenta alla volta del mio futuro da dottoranda. Di quella relazione il mio analista, quasi dieci anni dopo, ancora ride.
Finalmente libera, arrivata a Cambridge che faccio? M’innamoro di un altro Enea, ovviamente. Perché godersi la vita, fare la spensierata vita harrypotteriana quando puoi essere una Didone persa dietro un Enea?! Quasi quattro anni dopo, in pieno panico da writing up finale, con progetti paralleli che si accumulano, deadline che ti inseguono furiosamente, studenti con crisi mistiche da esame, e il caffè che non basta mai, il mio ultimo vorreimanonposso segue il copione scritto da Virgilio:

 Lui, codardo come un uomo, scappa, di nascosto. Con l’alibi di non farti soffrire e di essere chiamato a doveri più grandi. Perché non ha nemmeno le palle di dirtelo in faccia, in realtà.

Non avrei potuto descriverlo meglio.

Ho ripensato tanto a Didone mentre, tra l’amarezza e l’incredulità, lavoravo a una tesi che sentivo di non essere mai pronta a lasciar andare. E’ un momento terribile e bellissimo la consegna della tesi, che mi ha fatto capire come si sentono le madri la prima volta che vedono la loro prole andare a scuola. Il momento in cui ho stampato la mia tesi ho quasi pianto (lo avrei fatto se non fossi stata terribilmente in ritardo). Non so descrivere la bellezza di quel momento. Nonostante tutto, la fatica, le paure, le insicurezze e, non da ultimo, il cuore infranto, i miei ultimi tre anni e mezzo di vita erano lì. La mia creatura prendeva vita ed era pronta ad affrontare il mondo da sola. Così gli Enea hanno perso ogni importanza. Immagino Didone guardarmi fiera, perché un po’ di dramma ci sta sempre bene e il mio dottorato è stato anche drammatico a momenti, come ogni fase di vita che vale la pena. In quelle pagine lì, rilegate con una spirale, con il logo dell’Università di Cambridge che troneggia sopra il titolo del mio lavoro, ci sono io, la mia passione per la storia, per la cultura popolare, per i fumetti. Ci sono gli ultimi mesi di lavoro durissimo, di notti insonni, di emozioni nuove, belle e brutte.

E l’incognita del futuro. Consegnata la tesi, finisce un progetto e ne comincia un altro, tutto da scrivere.

 

 

*Per capire di cosa parlo, consiglio la lettura del meraviglioso post di Galatea, dal significativo titolo ‘Il complesso di Didone. Ma perché le donne toste perdono la testa per gli Enea?‘, da cui provengono le varie citazioni.

Pensieri & Parole, PhD

G come Giugno

Pochi giorni fa ho ricevuto, via mail, l’invito al Garden Party del mio dipartimento. Ora, i garden party sono qui  Cambridge una cosa comune – ogni società e istituzione dell’università ne organizza uno – ma il problema è che accadono in giugno, e celebrano la fine dell’anno accademico.

Quindi, letta la mail, mi sono fermata un attimo e ho fatto due conti.

Garden Party = Giugno = Fine anno accademico = SIAMO GIA’ A GIUGNO?!

L’ultimo mio post risale a gennaio. Ecco, nella mia testa siamo ancora tipo a febbraio – tanto che ci sono 9 gradi e il vento gelido che arriva senza ostacoli dagli Urali. Non può essere giugno! Ho a malapena finito di abbozzare un capitolo, non può proprio essere già giugno.

In effetti, però, c’erano stati dei segnali che dovevano farmi capire che quel momento era arrivato. Gli inglesi che sono vestiti come noi romani ad agosto, con la sola differenza di circa 20 gradi.
Sono adorabili, i britannici. Da fine marzo si spogliano di quei pochi strati con cui si proteggono dal freddo invernale, e non lo fanno perché fa caldo ma perché ormai è “estate”. Non ha importanza se c’è un crollo delle temperature, se ci sono 9° di massima il 25 maggio o se c’è una tempesta di pioggia ghiacciata e nevischio. Loro vanno in giro in infradito e vestitino estivo, perché ormai è estate. In fondo anche io mi sono acclimatata, tanto che oggi ho sfidato la pioggia con le converse e il vento con un pile e una sciarpina in cotone. Il fatto che ho già messo via i maglioni sottovuoto e che appena tornata a casa ho fatto un tè caldo e ho ammiccato alla borsa dell’acqua calda sono dettagli insignificanti.

E quindi siamo a giugno. Non mi resta che trovare un vestitino di lana per il Garden Party e celebrare questo disastroso anno di un dottorato di cui si vedono solo scogli e mai la fine.

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Pensieri & Parole

A come Amore

Sono seduta sul letto, le lenzuola bianche fresche di bucato. Le cicale fuori stanno ancora cantando, sovrastando ogni altro suono. Sono così rumorose che sento a malapena la tua voce, mentre nella stanza accanto stai lavorando.
Di fronte a me la scrivania, troppo piena di vestiti per essere usata come piano di appoggio. I miei vestitini estivi sono mischiati con le tue polo, le tue camicie da lavoro si alternano alle mie magliette che tanto disapprovi perché troppo scollate. In bagno la tua schiuma da barba è nascosta dietro le mie creme. Persino le lamette sono mischiate. Non serve che quando ti fai la doccia il getto d’acqua esca dal soffione più basso per ricordarti che vivo qui con te. Sono ovunque. Il mio disordine, mischiato al tuo, rende questo garage adibito a casa incredibilmente nostro.

Un po’ come in quel monolocale a Capraia. Una settimana di vacanza, finalmente lontani da tutto. E’ bastata mezza giornata per renderlo anch’esso nostro, le nostre cose sempre mischiate. Faccio le foto con la tua reflex mentre ti asciughi con il mio telo da mare, dopo il bagno in quell’acqua cristallina. Anche se fa troppo caldo per dormirti addosso, le nostre gambe si intrecciano sempre, le mani si cercano, il respiro diventa unico.

Per la prima volta, mi rendo conto del significato della parola noi. Io e te si mischiano, diventando quel noi che è sparso ovunque in casa; che rende un’anonima abitazione casa.

In attesa di settembre, di nuove incognite, nuovi coinquilini, mi godo noi, mi godo casa, scuoto la testa quando trovo la moka nel lavandino, e sorrido pensando a quanto brontolerai quando troverai il bagno allagato dal vapore.

Sally love