English, Post PhD

P as in Post-PhD Life

Have you ever wondered if there is life after a PhD? The most obvious answer is ‘of course there’s life after a PhD!’, and even the most anxious PhD student knows that.

What we don’t know is what *kind* of life there is after a PhD.

It is hard to understand for those who haven’t spent years researching a topic that became the centre of their life. I remember the day I submitted my thesis as if it were yesterday! In that moment, I understood what a mother feels like on the first day of school of their baby. I was letting my thesis, my baby!, go out in the wide wild world, all on its own, ready to be judged! Then the judgement came, and it was a such a positive one! I then understood how a mother feels when their baby finally graduates.

But then…then all I felt was emptiness. I submitted the thesis, I celebrated wildly, I waited for my viva, I passed my viva, I printed and deposited the copy of the final approved thesis. Then I was left with uncertainty, lack of purpose and, well, lack of perspective.

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English

R as in Review: 13 Reasons Why

So, I just finished watching the third season of Netflix’s ’13 Reasons Why’. I really liked the show’s first season, enjoyed watching the second one and got convinced by the third one that the series should have started and finished with the story of Hannah Baker.
But first things first. The last season, and this is no spoiler, centres on Bryce Walker’s death – his assassination to be more precise. Although the series had long finished its scope at the end of season 1, the authors were able to create another catchy story that got many of us binge watching Netflix. But here come a series of buts.

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(F)Utilities, PhD, Post PhD

D come Disoccupazione

Il dottorato è finito, manca solo la cerimonia ma il titolo di Dr è ormai un dato certo!

E poi? C’è vita dopo il dottorato?

Ni.

Se come me non siete tra quei fortunati che, sostenuti dal vostro mentore o supervisor, o aiutati da una mano divina – perché, diciamocelo, le capacità anche nel mondo accademico passano in secondo piano – non avete fatto altro che collezionare impersonali email di rifiuto, la vita post PhD non è propriamente rosea.
Certo, ci si può prendere il tempo per recuperare tutti quei romanzi e film messi in lista in attesa di tempi migliori; ci si può sparare intere stagioni Netflix senza sensi di colpa e vivere (finalmente) i ritmi notturni che la vita reale non concede, ma la verità è che passati i primi mesi di vita da inoccupati la triste realtà chiede a gran voce di essere affrontata: bisogna trovare un lavoro.

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Pensieri & Parole

N come Novità

Nell’ultimo anno il blog è rimasto silenzioso. La fine del dottorato e il mio ingresso in quel terribile limbo in cui tanti ‘millenials‘ si ritrovano loro malgrado, il fin troppo noto sono-troppo-qualificata-ma-non-ho-abbastanza-esperienza-lavorativa, hanno fatto sì che le mie energie si siano rivolte altrove. Ma siccome io sono della generazione cresciuta con drammi come GeorgieCandy CandyDolce RémiDumbo Lady Oscar, non posso certo farmi spaventare da una terribile crisi della cultura a livello mondiale, no?
No!
Dunque rieccomi qua. Come i miei (pochi ma buoni!) followers avranno notato, ho cambiato tema del blog (addio mio caro, dolce, vintage licorice!). Potrebbe essere stato il risultato di un gesto avventato, di una manina che ha premuto ‘salva le modifiche’ senza prima avvisare, fatto sta che il blog ha una nuova grafica. E viste le ripetute polemiche di un certo lettore contro il mio header dalla scritta lilla, mi auguro che apprezzerete lo sforzo per rendere il tutto più leggibile.

Stay tuned!

 

snoopy

Pensieri & Parole, PhD

D come Didone

A ognuno di noi è capitato, almeno una volta nella vita, di aver frequentato un Enea.*
Io, poi, per gli Enea ho proprio un debole. Se non sono un po’ depressi, narcisisti, e tutto fumo e niente arrosto proprio non mi piacciono. Son fatta così, perdo la testa per i vorreimanonposso. Quelli che andrebbero sulla luna per te, ma solo ed esclusivamente a parole.

Così, come Didone, invece di godermi la libertà e darmi anima e corpo alla mia ricerca di dottorato, la mia Cartagine dopotutto, mi sono data a un altro Enea. Non paga delle legnate (emotive, s’intende) prese col primo, mi sono trovata un Enea che più Enea di così si muore. Riassume bene Galatea questa categoria di uomini:

Ma non c’è nulla, tranne la sua tristezza infinita, muta, senza motivo, a cui non ti lascia avvicinare. È un vuoto che lo rosica da dentro, e non si può colmare, lo tormenta, ma non abbastanza da sfociare in qualcosa di serio: resta sempre a mezz’aria, inespresso, se ne vergogna un po’ anche lui, ma non lo affronta mai, anzi ci si crogiola.

‘E tu lascia che si crogioli nel suo tristissimo brodo’, mi dice la regina che è in me. E tutto sommato, sai che c’è?, la Donna che è in me ha ragione. Uno che non ha il coraggio di assumersi la responsabilità delle proprie azioni e di chiamare le cose con il loro nome non vale certo la pena! Didone, regina di Cartagine, si uccise mandando maledizioni. Io, memore della sua immeritata fine, nel mio piccolo, ho deciso che non valeva la pena, mi sono rimboccata le maniche, comprato del buon vino e il miglior caffè sul mercato, e ho finito il dottorato esattamente secondo programma. Ebbene sì, nuntio vobis magnum gaudio, habemus dissertationem. E quante lacrime ho versato per tirar fuori quelle 79520 parole entro la scadenza che mi ero data. Alla faccia degli Enea. Sì perché, ironia della sorte, gli Enea hanno caratterizzato la mia vita privata dal principio di quest’avventura meravigliosa che è stata il dottorato.

Il progetto di ricerca, e la preparazione del TOEFL da cui scaturì l’idea di questo blog, fu scritto proprio mentre ero alle prese col primo Enea. Anche lui un classico esempio di vorreimanonposso, uno che il giorno del mio compleanno, un mese prima della mia partenza per Cambridge, mi rivelò tutto contento che aveva finalmente capito cosa voleva fare dopo la laurea: un master in Francia. In Francia. Mentre io partivo per l’Inghilterra. Lui, cresciuto a New York, bilingue, che in francese non sapeva dire neanche Michelle ma belle, voleva andare in Francia. Imparata la lezione di Didone, lo lasciai il giorno dopo e partii felice e contenta alla volta del mio futuro da dottoranda. Di quella relazione il mio analista, quasi dieci anni dopo, ancora ride.
Finalmente libera, arrivata a Cambridge che faccio? M’innamoro di un altro Enea, ovviamente. Perché godersi la vita, fare la spensierata vita harrypotteriana quando puoi essere una Didone persa dietro un Enea?! Quasi quattro anni dopo, in pieno panico da writing up finale, con progetti paralleli che si accumulano, deadline che ti inseguono furiosamente, studenti con crisi mistiche da esame, e il caffè che non basta mai, il mio ultimo vorreimanonposso segue il copione scritto da Virgilio:

 Lui, codardo come un uomo, scappa, di nascosto. Con l’alibi di non farti soffrire e di essere chiamato a doveri più grandi. Perché non ha nemmeno le palle di dirtelo in faccia, in realtà.

Non avrei potuto descriverlo meglio.

Ho ripensato tanto a Didone mentre, tra l’amarezza e l’incredulità, lavoravo a una tesi che sentivo di non essere mai pronta a lasciar andare. E’ un momento terribile e bellissimo la consegna della tesi, che mi ha fatto capire come si sentono le madri la prima volta che vedono la loro prole andare a scuola. Il momento in cui ho stampato la mia tesi ho quasi pianto (lo avrei fatto se non fossi stata terribilmente in ritardo). Non so descrivere la bellezza di quel momento. Nonostante tutto, la fatica, le paure, le insicurezze e, non da ultimo, il cuore infranto, i miei ultimi tre anni e mezzo di vita erano lì. La mia creatura prendeva vita ed era pronta ad affrontare il mondo da sola. Così gli Enea hanno perso ogni importanza. Immagino Didone guardarmi fiera, perché un po’ di dramma ci sta sempre bene e il mio dottorato è stato anche drammatico a momenti, come ogni fase di vita che vale la pena. In quelle pagine lì, rilegate con una spirale, con il logo dell’Università di Cambridge che troneggia sopra il titolo del mio lavoro, ci sono io, la mia passione per la storia, per la cultura popolare, per i fumetti. Ci sono gli ultimi mesi di lavoro durissimo, di notti insonni, di emozioni nuove, belle e brutte.

E l’incognita del futuro. Consegnata la tesi, finisce un progetto e ne comincia un altro, tutto da scrivere.

 

 

*Per capire di cosa parlo, consiglio la lettura del meraviglioso post di Galatea, dal significativo titolo ‘Il complesso di Didone. Ma perché le donne toste perdono la testa per gli Enea?‘, da cui provengono le varie citazioni.

PhD

D come Dottorato #10

Quanto in fretta cambiano le cose durante un dottorato, soprattutto in un ambiente universitario come quello di Oxbridge. Non solo cambiano le case, i coinquilini, le abitudini, gli studenti a cui insegni, ma soprattutto cambiano la ricerca, le aspettative accademiche, le preoccupazioni future. Ricordo ancora uno dei primi training universitari ‘get the PhD started’, quando ci dissero che non è mai troppo presto per pensare al post-dottorato. Cercare post-doc sembrava allora qualcosa di assurdo, così lontano che il consiglio ‘non è mai troppo presto per pensare e organizzare le domande’ sembrava folle. Come potrei concentrarmi sulle domande di post-doc quando ancora non ho iniziato a organizzare il mio dottorato?

Beh, avevano ragione. Ma su questo ci tornerò più avanti.

La fine del dottorato è caratterizzata principalmente da due fattori: ANSIA e  TERRORE.

Ansia perché le persone intorno a te insistono col dire ‘ah quindi hai finito! Complimenti’, quando ancora non hai neanche iniziato a mettere insieme la bibliografia né riletto tutti i capitoli uno dietro l’altro.*

Terrore perché chiunque ti chiede ‘e cosa farai dopo?’ e tu neanche sai cosa farai tra un paio d’ore, perché la lista delle cose da fare per finire la tesi è talmente lunga che vorresti solo piangere.

Il quarto anno – che qui è common practice ed è il writing up year – è come un tunnel di cui non vedi la fine. Ogni tanto intravedi la luce, ma presto ti rendi conto che era solo frutto della tua immaginazione.

Però.

Però a un certo punto ti ritrovi a fare incubi sulla discussione, o su feedback esterni che ti dicono ‘dovresti lavorarci su almeno altri 6 mesi’, o sull’avere il lapidario giudizio: ‘rewrite and resubmit’, un gradino sopra il fail. Ed è quel momento che ti rendi conto che la fine tutto sommato è vicina. Che devi metterti alle spalle i rifiuti alle domande di post-doc collezionati nel corso degli ultimi mesi. E ti trovi a pensare agli acknowledgments, e guardando indietro ti rendi conto cosa è stato realmente questo dottorato, un incredibile momento di crescita personale (e professionale) che ti ha reso una persona completamente diversa (in meglio o in peggio, questo è ancora tutto da vedere).

Quindi non disperate: sembra infinito, lacrime e frustrazione sono all’ordine del giorno; pensieri come ‘ma chi me l’ha fatto fare’ sono il mantra di ogni dottorando. Nella disperazione e frustrazione, noi dottorandi siamo tutti sulla stessa barca. Cerchiamo solo di non affondare.

http://www.phdcomics.com: una delle migliori risorse per ogni dottorando.

 

*Bibliografia: ascoltate il mio consiglio, iniziate a compilarla dal primo giorno. Era una delle cose che mi ero ripromessa di fare e che ovviamente non ho fatto. Provo tanta di quella frustrazione nei confronti della me del passato che se potessi tornare indietro la prenderei a schiaffi. Aggiungo anche di non affidarsi troppo a meravigliosi programmi come zotero: sono utilissimi, ma anche un’arma a doppio taglio. E se siete svampiti come me e vi ritrovate con un HD bruciato nel bel mezzo del vostro dottorato, e a non ricordare minimamente i vostri dati di accesso, si rivelano solo un’enorme perdita di tempo. Prevenire è meglio che curare!

PhD

C come Conferenza

Oggi mi sento un po’ come Irene Brin mentre scrivo sdraiata a letto. Certo, lei usava una macchina da scrivere molto elegante e poteva muovere le gambe liberamente, ma il fatto che io stia usando il mio fedele hp e abbia una gamba immobilizzata da un tutore sono dettagli trascurabili. La cosa importante è riuscire a scrivere e continuare a parlare di quell’astruso percorso che è il dottorato. Oggi è il turno delle conferenze, momenti fondamentali per noi dottorandi. Partecipare a una conferenza non è importante solo perché si ha l’occasione di presentare la propria ricerca e farsi conoscere, ma soprattutto per le persone che si incontrano. La vita accademica si fonda anche sul network di accademici che si riesce a costruire (e questo vale ovunque), ed è perciò importante curare i propri contatti. Ma andiamo con ordine.

La partecipazione a una conferenza inizia dal call for papers, un vero e proprio ‘bando’ che delinea le tematiche principali che verranno affrontate. Quando si risponde al CFP, inviando un abstract, bisogna perciò tenere presente lo scopo della conferenza ed esaltare gli aspetti della propria ricerca che corrispondono ai temi citati, di solito sufficientemente generici per permettere a ogni persona del settore di partecipare. Ad esempio, una conferenza sul ruolo della donna in Italia aprirà le porte a chiunque si occupi di storia di genere, storia d’Italia, letteratura, e così via (un buon esempio di CFP si può trovare qui, guardando il programma si può vedere come gli interventi vengano da campi di ricerca molto diversi tra loro).
Superata la selezione, è il momento di preparare la presentazione.

‘Posso leggere il mio intervento?’ è la domanda che soprattutto chi è alle prime presentazioni si pone. Per quanto mi riguarda, ho visto che la maggior parte delle persone leggono i propri interventi, in rarissimi casi ho visto qualcuno presentare senza leggere un testo preparato. I pro di un testo scritto sono molteplici: non si rischia di rimanere senza cose da dire o dimenticare passaggi importanti, è più facile rispettare i tempi dati (in genere 20 minuti) e l’avere un qualcosa di scritto tende a calmare i nervi. Di contro, a seconda di come si legge, l’intervento può risultare poco spontaneo e, diciamolo, un po’ noioso. Tutto però dipende dal modo in cui presentate, al modo in cui leggete e dal supporto grafico scelto, ovvero dal powerpoint che preparerete. La presentazione in powerpoint vi permette di: riassumere le questioni principali; spiegare visivamente ciò di cui parlate (per me, mostrare la rivista di cui parlo è fondamentale); fornire quelle informazioni che non potete includere nei 20 minuti che avete a disposizione. Tuttavia, bisogna fare attenzione a non cadere negli errori più comuni, ovvero preparare slides piene di testo, che faranno sì che le persone perderanno il filo del vostro discorso per leggerle, ad esempio. La presentazione in powerpoint deve essere un supporto al vostro discorso, non una distrazione né tantomeno una digressione.
Nella preparazione della presentazione in sé, bisogna tenere conto che in 20 minuti non si potrà parlare e presentare di tutto ed è perciò necessario fare una serie di scelte su come strutturare il paper. Prima di tutto, bisogna valutare il pubblico che si ha di fronte: chi ascolterà è un esperto del campo? Dovrò spiegare tutto? Questo dipende dal tipo di conferenza. Una conferenza come quella annuale della Social History Society, ad esempio, sarà così generica che se volete che le persone seguano il vostro discorso dovrete strutturarlo in modo che sia comprensibile anche al vostro prozio che pensa che ciò che studiate sia un frutto che cresce solo in Macedonia. Per contro, una conferenza sul piatto di pasta preferito da Petrarca raccoglierà esperti del campo che non avranno bisogno che gli spieghiate cos’è la pasta. Per riassumere: il CFP va letto con attenzione, per capire a chi si rivolge e preparare una presentazione che sia adatta all’evento.

All’inizio del post ho parlato di network, elemento cruciale di una conferenza. Un convegno, infatti, non serve solo per far conoscere il proprio tema di ricerca (e farsi conoscere), ma anche per conoscere altre persone. Incredibili collaborazioni possono nascere da una persona con cui avete fatto la pausa caffè alla conferenza sul dito mignolo di Dante! I contatti sono importanti non solo per eventuali collaborazioni, ma anche perché si viene a conoscenza più facilmente di progetti in corso, novità nel proprio campo di ricerca, opportunità e così via. Perciò non siate timidi e lanciatevi in conversazioni con quante più persone riuscite.

 

linus

(F)Utilities, Viaggiare

I come Islanda

Sono in ritardo con questo post di circa  2 mesi  6 mesi – un dato perfettamente coerente con l’andamento del mio dottorato, tra le altre cose. Tuttavia, meglio tardi che mai, così eccolo qui: breve guida per godersi l’Islanda in quattro giorni (e mezzo).

Ho sempre sognato di andare in Islanda e fino a poco tempo fa era una meta che mi sembrava irraggiungibile. Ricordo ancora la prima volta che guardai i prezzi dei voli per Reykjavik, sospirando di fronte a cifre che mi sembravano irraggiungibili. E infatti si tratta di un viaggio piuttosto costoso che conviene prenotare con anticipo per cercare quantomeno di contenere il costo del volo, poiché il luogo comune ‘l’Islanda è carissima’ non è altro che pura verità. Ma procediamo con ordine.

La prima cosa che consiglio – se non viaggiate da soli – è affittare una macchina. È costoso, è vero, ma niente in confronto ai prezzi dei vari tour e dei trasporti in generale. In più, la libertà di poter andare dove si vuole senza alcuna restrizione è impagabile e a me e consorte ha permesso di vedere (quasi) tutto ciò che volevamo.

Giorno 1 – 9 dicembre. Atterrati a Reykjavik tardo pomeriggio, abbiamo preso la macchina e ci siamo sistemati nel nostro alloggio, rigorosamente Airbnb. Data l’ora di arrivo abbiamo mangiato un boccone in aeroporto, cosa che ci ha permesso di avere un assaggio dei prezzi islandesi, tra cui mi piace ricordare: 1lt di acqua alla modica cifra di (circa) 7€, pacco standard di patatine €10, panino da frigo €15. Arrivati a casa e posate le valigie ci siamo rimessi in macchina e siamo andati a caccia di aurore boreali, senza successo. Come noi, decine e decine di persone dotate di fotocamere e cavelletti attendevano le agognate luci, ma siam tornati a casa senza aver visto nulla se non nuvole. Questo è un po’ il problema: l’inverno è il momento ideale per vedere le aurore, ma spesso il cielo è coperto di nuvole. Bisogna essere pazienti.

Giorno 2 – sveglia all’alba, ovvero intorno alle 9,30, quando ancora è buio ma si intravedono i primi timidi raggi di luce. Dopo attente ricerche, ci siamo diretti a far la spesa al discount, il maialino giallo, dove abbiamo preso il necessario per mangiare nei giorni successivi. Una spesa sufficiente per 2 cene e 3 pranzi al sacco con annessa colazione ci sono costati solo circa €80. Da provare: ‘patatine di pesce’, ovvero pesce essiccato da mangiare come snack. L’odore è nauseabondo ma una tira l’altra.

Preparati i panini ci siamo avviati verso la nostra prima tappa: il golden circle. Data la libertà che offre la macchina, ci siamo fermati strada facendo per ammirare il panorama. Prima tappa: parco nazionale.

Islanda blog
Þingvellir (Thingvellir)

 

Da lì, ci siamo avviati versi Geysir, dove abbiamo assistito ad almeno tre eruzioni del geyser più grande. Da vedere assolutamente, senza contare che lo shop e café sono dotati di bagni (gratuiti). Essendo ormai notte, ci siamo avviati verso casa dove siamo arrivati alle 18. Tempo di un pisolino e una cena veloce, ci siamo rimessi in auto a caccia di aurore boreali. Data un’occhiata al sito che monitora l’attività elettromagnetica del sole, e visto il cattivo tempo con nuvole spesse a coprire il cielo, ci siamo avviati un po’ alla cieca verso la costa. Decidiamo di fermarci in un punto a caso, accanto a una spiaggia e ta-dah! Una magnifica aurora si palesa all’orizzonte, seguita da molte altre, un po’ evanescenti per via del velo di nuvole che le copriva, ma ugualmente mozzafiato. Un’esperienza incredibile.

Giorno 3 – tornati tardi la notte precedente, sveglia alle 10 con il sole che già iniziava a farsi vedere. Il tema del giorno sono state le cascate, la famosa Gulfoss, seguita dalla meno nota ma non meno spettacolare Seljalandfoss, dove si può persino andare dietro la cascata! Inutile dire che il -lungo- viaggio tra una meta e l’altra è stato degno di nota, tra case sperdute nel nulla, cavalli islandesi, laghi e terra lavica è stato tutta una scoperta.

Gulfoss.jpg
Gulfoss

Giorno 4 – infine, esplorata un po’ l’isola, ci siamo dedicati alla città. Il giorno è passato dolcemente visitando Reykjavik, il centro è molto piccolo e in poche ore abbiamo visto – da fuori – le attrazioni principali. Siamo anche stati intervistati da due gruppi di studenti delle elementari, in giro nonostante la pioggia a fare videointerviste ai passanti, adorabili.

Reykjavyk.jpg
Reykjavik

 

Come sempre, verso le 6 eravamo a casa, breve riposo, sauna e via a cena. Ovviamente, cena a base di spiedini di pesce d-e-l-i-z-i-o-s-i. Una cena splendida che ha degnamente concluso il viaggio, accompagnata da passeggiata e vista di Reykjavik by night.

Giorno 5 – il rientro, non senza prima ripassare dal centro di Reykjavik per comprare qualche souvenir con le corone rimaste.

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Reykjavik

Non resta che pianificare un ritorno – in estate – e andare a vedere i vulcani, magari ricordandosi di portarsi una batteria di scorta per la macchinetta fotografica!

(F)Utilities, PhD

C come Cambridge #3

Come si vive a Cambridge? E’ una città molto cara? Ci si può mantenere con la borsa di studio? Ma si può lavorare durante il dottorato?

Queste sono le domande che mi vengono poste con più frequenza. E’ giunta l’ora di dare una risposta a ognuna di esse. Cominciamo.

Come si vive a Cambridge? Confesso che la prima cosa che mi viene da rispondere è ‘che intendi?’. Si tratta di una domanda talmente generica e personale che la risposta non può che essere generica e personale. Cambridge è una piccola cittadina che ruota intorno ai  31 college ed è popolata principalmente da studenti. Se volete vivere la città come tale, e non come polo universitario, dovete spostarvi fuori dal centro, nelle aree residenziali – che però sono anche parecchio costose. Perché vale la pena ricordare ancora che Cambridge è molto cara, poco sotto Londra, e sta vivendo un’incredibile espansione. La città negli ultimi tre anni è cambiata moltissimo, stanno aprendo una seconda stazione, costruendo nuovi quartieri e attraendo principalmente tech firms. Detto questo, si può raggiungere ogni luogo in mezz’oretta, ci si muove bene in bici – occhio ad acquistare un buon lucchetto, le rubano moltissimo – e ci sono vari parchi in cui godere il sole nelle poche giornate estive che il clima inglese ci regala. Vita notturna: c’è poca scelta. A meno che non vi piaccia andare a ballare nei club, qui c’è poco da fare. D’estate c’è più offerta, cinema all’aperto e Shakespeare nei college, ma i ristoranti chiudono la cucina alle 9 (alle 8 la domenica), la maggior parte dei locali chiude verso le 11 e non restano aperti che i club e il cinema. Il tutto è concentrato al centro, tranne il cinema e il bowling dietro alla stazione, che chiudono verso mezzanotte. Insomma, scordatevi gli orari italiani e un’ampia varietà di scelta: Cambridge è una cittadina che non ha niente a che vedere con Londra. In compenso i treni da Londra per Cambridge ci sono fino all’1 di notte – ma non viceversa! E’ una città molto rumorosa: se vivete in centro o comunque nelle zone frequentate dagli studenti, preparatevi a orde di giovincelli ubriachi che disturbano la quiete pubblica anche durante la settimana.
Nonostante tutto, se non vi pesa vivere in una città piccolina, a Cambridge si vive piuttosto bene. C’è il mercato tutti i giorni dove oltre ai banchi per i turisti si trovano frutta e verdure ‘esotiche’ (il radicchio l’ho trovato solo lì!) e la domenica mattina c’è il banco dei contadini locali.
Le persone: mi è stato chiesto varie volte come sono le persone qui, ma questa è una domanda difficilissima a cui rispondere. Cambridge è una cittadina molto internazionale, e si incontrano persone di tutti i tipi. L’ambiente universitario è in generale molto accogliente, per il resto dipende anche dalle aspettative personali e da come una persona interagisce con il prossimo. Da quel punto di vista, il college è un ottimo inizio per socializzare, anche se la media d’età delle persone è tra i 20 e i 24 anni (ma ci sono eccezioni, fortunatamente). Ci sono anche college solo per graduates, dove la media di età si alza un pochino – ma ricordate sempre che qui iniziano l’università a 19 anni, a 21 si laureano e a 22 hanno finito il master.

E’ una città molto cara? Sì. Dell’affitto e i prezzi medi ne ho già parlato qui, e la casa non è l’unica cosa cara. I costi medi di tutto sono più alti rispetto ad altre città – e dopo il referendum pro-Brexit è aumentato tutto – e a parte il junk food, mangiare costa caro. Una colazione in una catena tipo Caffè Nero o Costa, per esempio, con caffè e cornetto costa sui £5, una cena in un pub intorno a £15, mentre un ristorante può arrivare tranquillamente a £30. Ovviamente dipende sempre da dove si va e cosa si mangia. Un pranzo al sacco con il meal deal al supermercato (un panino + bevanda + snack) costa £3, un pezzo di pizza dal siciliano in centro costa £5, mentre l’insalata pronta in vaschetta lasciatela costa un occhio dell testa (£1 la basic dove ci sono ben 100gr di foglie di insalata iceberg e basta, o £3,75 per 80gr di insalata, 4 olive e un po’ di formaggio). In compenso, la birra costa poco. La catena Wetherspoon in particolare ha prezzi piuttosto bassi. E anche il sidro si trova a poco e la scelta è infinita. Il vino invece è caro e tendenzialmente orrendo.

Ci si può mantenere con la borsa di studio? Dipende dalla borsa. Ci sono borse che coprono solo le tasse, altre che coprono le tasse e il mantenimento e quelle che coprono solo il mantenimento. Se ne può vincere anche più di una insieme, ma nel caso di una borsa solo tasse o di mantenimento minimo, no, non basta. Se considerate che un affitto costa sui £500, e volete mangiare in maniera sana e non solo cibo pronto, difficilmente riuscirete a vivere con 600 sterline al mese, ad esempio. Poi è tutto molto personale, magari c’è chi ha poche esigenze e riesce a vivere con poco ed è pronto a rinunciare alla vita sociale; le variabili sono infinite.
Io, ad esempio, in media spendo di spesa sui £200-£300 al mese (e sono vegetariana).

Ma si può lavorare durante il dottorato? No, scordatevelo. A meno che non facciate un dottorato part-time non potete lavorare più di 8 o 10 ore settimanali. Al massimo potete fare baby sitting o cose simili, ma non potete assolutamente avere un contratto di lavoro al di fuori dell’università. Questo non significa che se non siete ricchi non possiate venire a studiare qui, significa solo che in quel caso i tempi sono più lunghi poiché un corso part-time raddoppia gli anni di durata del corso stesso, ma permette allo stesso tempo di lavorare. Fermo restando che ogni corso di dottorato è a sé e che oltre al lavoro di ricerca ci sono anche seminari da seguire, se considerate la scelta part-time parlatene a fondo col potenziale supervisor.

Tirando le somme, Cambridge è una cittadina in cui si può vivere bene se si hanno le risorse. E’ pieno di ragazzi giovani, quindi per molti potrebbe essere l’ideale. La città di per sé è un gioiellino, tenuta molto pulita e curata dall’aspetto estetico. Ci sono vari musei spesso gratis e molti negozi fanno uno sconto del 10% agli studenti. Se vi piace l’idea di una città a misura d’uomo e non vi aspettate la quantità di offerte che può avere una Londra, ad esempio, Cambridge potrebbe fare per voi. Ci sono moltissimi italiani e d’estate si cammina a fatica per via dei turisti, ma è una delle città più carina dell’area. Occhio al clima: il vento arriva direttamente dagli Urali senza ostacoli ed è molto freddo. E grigio, il cielo è quasi sempre un velo grigio. Ma questa è l’Inghilterra.

 

(F)Utilities

C come Casa #3

Immaginiamo ora che, dopo una faticosa ricerca, siete riusciti a trovare una casa che corrisponde – almeno vagamente – alle vostre esigenze. Come fare ad affittare una casa in Inghilterra?

Prima di tutto, una volta deciso che l’appartamento vi piace, dovete compilare un modulo dell’agenzia (in genere ve lo danno direttamente alla viewing nel momento in cui dite che vi interessa la casa). Vi chiederanno per lo più informazioni generali (chi si trasferisce nella property, quanti adulti, se fumate, se avete figli o animali, contatti ecc.) e la vostra situazione attuale, ovvero se siete in affitto e quando siete disponibili a trasferirvi. Quest’ultimo punto è cruciale. Essendo la ricerca di una casa una lotta, prima potete trasferirvi, più appetibili sarete per il landlord. Questo è potenzialmente l’ostacolo maggiore per chi ha già un contratto di affitto. La lezione che ho imparato sulla mia pelle è di non iniziare a cercare prima di un mese dalla scadenza del contratto in vigore. Il mercato immobiliare è talmente dinamico che ogni settimana cambia tutto. I proprietari vogliono rimpiazzare subito gli inquilini uscenti, perciò prediligeranno chi è pronto a trasferirsi immediatamente. Le agenzie, da parte loro, fanno gli interessi del landlord, perciò cercheranno i tenant che garantiranno maggior profitto. Dunque, non mettetevi a cercare casa con largo anticipo, sarebbe solo fonte di frustrazione.
Lo stesso discorso vale per le vostre richieste: più ne fate, più rischiate che il proprietario accetti qualcuno che la casa se la prende così com’è. Facciamo un esempio pratico: se la casa è senza white goods, ovvero elettrodomestici di base come lavatrice e frigorifero, e voi chiedete che ne venga installato qualcuno, è più probabile che il landlord scelga qualcuno che invece se la prenderebbe così com’è. Se invece la casa non è richiesta, forse riuscite anche a ottenere ciò che volete, quindi diciamo che dipende da quanta fretta avete di trovare un appartamento.

Ma torniamo al processo di affitto di una casa. Compilato il modulo, l’agenzia contatterà il proprietario per sottoporgli la vostra ‘candidatura’. Una volta che il proprietario decide – in base al modulo e il feedback dell’agente – che andate bene come tenants, inizia la burocrazia. Prima di tutto, dovrete pagare una fee di circa £300 per il referencing. Cos’è il referencing? E’ praticamente un ‘background check’ che l’agenzia fa su di voi: dove avete vissuto negli ultimi 6 anni, che lavoro fate, quanto prendete, qual è la vostra banca, se avete risparmi ecc. In tutto questo, se siete già in affitto, dovrete anche pagare alla vostra agenzia una tassa per il rilascio delle referenze (circa £35-40). Superato il referencing, si può iniziare la pratica per la stesura e firma del contratto d’affitto. In genere, si paga circa £180-200 per application (somma che sale a seconda di quanti inquilini ci sono e che varia a seconda dell’agenzia). Infine, la firma del contratto, che prevede altre infinite fees (come, per fare un esempio, £480 nel caso di recessione dal contratto prima dei termini stabiliti, le check-out fees di circa £150, ecc.). Una volta firmato il contratto ed eventualmente fatto il check-out, siete pronti per trasferirvi nella vostra nuova dimora!

Considerando tutte le spese di base solo dell’agenzia, per ogni contratto d’affitto dovete considerare almeno £500, escludendo il deposito ed eventuali altre spese di uscita dal precedente contratto. Insomma, alla fine di tutto sarete quasi senza soldi, ma almeno avrete un posto dove stare.

 

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