Pensieri & Parole, PhD

D come Didone

A ognuno di noi è capitato, almeno una volta nella vita, di aver frequentato un Enea.*
Io, poi, per gli Enea ho proprio un debole. Se non sono un po’ depressi, narcisisti, e tutto fumo e niente arrosto proprio non mi piacciono. Son fatta così, perdo la testa per i vorreimanonposso. Quelli che andrebbero sulla luna per te, ma solo ed esclusivamente a parole.

Così, come Didone, invece di godermi la libertà e darmi anima e corpo alla mia ricerca di dottorato, la mia Cartagine dopotutto, mi sono data a un altro Enea. Non paga delle legnate (emotive, s’intende) prese col primo, mi sono trovata un Enea che più Enea di così si muore. Riassume bene Galatea questa categoria di uomini:

Ma non c’è nulla, tranne la sua tristezza infinita, muta, senza motivo, a cui non ti lascia avvicinare. È un vuoto che lo rosica da dentro, e non si può colmare, lo tormenta, ma non abbastanza da sfociare in qualcosa di serio: resta sempre a mezz’aria, inespresso, se ne vergogna un po’ anche lui, ma non lo affronta mai, anzi ci si crogiola.

‘E tu lascia che si crogioli nel suo tristissimo brodo’, mi dice la regina che è in me. E tutto sommato, sai che c’è?, la Donna che è in me ha ragione. Uno che non ha il coraggio di assumersi la responsabilità delle proprie azioni e di chiamare le cose con il loro nome non vale certo la pena! Didone, regina di Cartagine, si uccise mandando maledizioni. Io, memore della sua immeritata fine, nel mio piccolo, ho deciso che non valeva la pena, mi sono rimboccata le maniche, comprato del buon vino e il miglior caffè sul mercato, e ho finito il dottorato esattamente secondo programma. Ebbene sì, nuntio vobis magnum gaudio, habemus dissertationem. E quante lacrime ho versato per tirar fuori quelle 79520 parole entro la scadenza che mi ero data. Alla faccia degli Enea. Sì perché, ironia della sorte, gli Enea hanno caratterizzato la mia vita privata dal principio di quest’avventura meravigliosa che è stata il dottorato.

Il progetto di ricerca, e la preparazione del TOEFL da cui scaturì l’idea di questo blog, fu scritto proprio mentre ero alle prese col primo Enea. Anche lui un classico esempio di vorreimanonposso, uno che il giorno del mio compleanno, un mese prima della mia partenza per Cambridge, mi rivelò tutto contento che aveva finalmente capito cosa voleva fare dopo la laurea: un master in Francia. In Francia. Mentre io partivo per l’Inghilterra. Lui, cresciuto a New York, bilingue, che in francese non sapeva dire neanche Michelle ma belle, voleva andare in Francia. Imparata la lezione di Didone, lo lasciai il giorno dopo e partii felice e contenta alla volta del mio futuro da dottoranda. Di quella relazione il mio analista, quasi dieci anni dopo, ancora ride.
Finalmente libera, arrivata a Cambridge che faccio? M’innamoro di un altro Enea, ovviamente. Perché godersi la vita, fare la spensierata vita harrypotteriana quando puoi essere una Didone persa dietro un Enea?! Quasi quattro anni dopo, in pieno panico da writing up finale, con progetti paralleli che si accumulano, deadline che ti inseguono furiosamente, studenti con crisi mistiche da esame, e il caffè che non basta mai, il mio ultimo vorreimanonposso segue il copione scritto da Virgilio:

 Lui, codardo come un uomo, scappa, di nascosto. Con l’alibi di non farti soffrire e di essere chiamato a doveri più grandi. Perché non ha nemmeno le palle di dirtelo in faccia, in realtà.

Non avrei potuto descriverlo meglio.

Ho ripensato tanto a Didone mentre, tra l’amarezza e l’incredulità, lavoravo a una tesi che sentivo di non essere mai pronta a lasciar andare. E’ un momento terribile e bellissimo la consegna della tesi, che mi ha fatto capire come si sentono le madri la prima volta che vedono la loro prole andare a scuola. Il momento in cui ho stampato la mia tesi ho quasi pianto (lo avrei fatto se non fossi stata terribilmente in ritardo). Non so descrivere la bellezza di quel momento. Nonostante tutto, la fatica, le paure, le insicurezze e, non da ultimo, il cuore infranto, i miei ultimi tre anni e mezzo di vita erano lì. La mia creatura prendeva vita ed era pronta ad affrontare il mondo da sola. Così gli Enea hanno perso ogni importanza. Immagino Didone guardarmi fiera, perché un po’ di dramma ci sta sempre bene e il mio dottorato è stato anche drammatico a momenti, come ogni fase di vita che vale la pena. In quelle pagine lì, rilegate con una spirale, con il logo dell’Università di Cambridge che troneggia sopra il titolo del mio lavoro, ci sono io, la mia passione per la storia, per la cultura popolare, per i fumetti. Ci sono gli ultimi mesi di lavoro durissimo, di notti insonni, di emozioni nuove, belle e brutte.

E l’incognita del futuro. Consegnata la tesi, finisce un progetto e ne comincia un altro, tutto da scrivere.

 

 

*Per capire di cosa parlo, consiglio la lettura del meraviglioso post di Galatea, dal significativo titolo ‘Il complesso di Didone. Ma perché le donne toste perdono la testa per gli Enea?‘, da cui provengono le varie citazioni.

PhD

D come Dottorato #10

Quanto in fretta cambiano le cose durante un dottorato, soprattutto in un ambiente universitario come quello di Oxbridge. Non solo cambiano le case, i coinquilini, le abitudini, gli studenti a cui insegni, ma soprattutto cambiano la ricerca, le aspettative accademiche, le preoccupazioni future. Ricordo ancora uno dei primi training universitari ‘get the PhD started’, quando ci dissero che non è mai troppo presto per pensare al post-dottorato. Cercare post-doc sembrava allora qualcosa di assurdo, così lontano che il consiglio ‘non è mai troppo presto per pensare e organizzare le domande’ sembrava folle. Come potrei concentrarmi sulle domande di post-doc quando ancora non ho iniziato a organizzare il mio dottorato?

Beh, avevano ragione. Ma su questo ci tornerò più avanti.

La fine del dottorato è caratterizzata principalmente da due fattori: ANSIA e  TERRORE.

Ansia perché le persone intorno a te insistono col dire ‘ah quindi hai finito! Complimenti’, quando ancora non hai neanche iniziato a mettere insieme la bibliografia né riletto tutti i capitoli uno dietro l’altro.*

Terrore perché chiunque ti chiede ‘e cosa farai dopo?’ e tu neanche sai cosa farai tra un paio d’ore, perché la lista delle cose da fare per finire la tesi è talmente lunga che vorresti solo piangere.

Il quarto anno – che qui è common practice ed è il writing up year – è come un tunnel di cui non vedi la fine. Ogni tanto intravedi la luce, ma presto ti rendi conto che era solo frutto della tua immaginazione.

Però.

Però a un certo punto ti ritrovi a fare incubi sulla discussione, o su feedback esterni che ti dicono ‘dovresti lavorarci su almeno altri 6 mesi’, o sull’avere il lapidario giudizio: ‘rewrite and resubmit’, un gradino sopra il fail. Ed è quel momento che ti rendi conto che la fine tutto sommato è vicina. Che devi metterti alle spalle i rifiuti alle domande di post-doc collezionati nel corso degli ultimi mesi. E ti trovi a pensare agli acknowledgments, e guardando indietro ti rendi conto cosa è stato realmente questo dottorato, un incredibile momento di crescita personale (e professionale) che ti ha reso una persona completamente diversa (in meglio o in peggio, questo è ancora tutto da vedere).

Quindi non disperate: sembra infinito, lacrime e frustrazione sono all’ordine del giorno; pensieri come ‘ma chi me l’ha fatto fare’ sono il mantra di ogni dottorando. Nella disperazione e frustrazione, noi dottorandi siamo tutti sulla stessa barca. Cerchiamo solo di non affondare.

http://www.phdcomics.com: una delle migliori risorse per ogni dottorando.

 

*Bibliografia: ascoltate il mio consiglio, iniziate a compilarla dal primo giorno. Era una delle cose che mi ero ripromessa di fare e che ovviamente non ho fatto. Provo tanta di quella frustrazione nei confronti della me del passato che se potessi tornare indietro la prenderei a schiaffi. Aggiungo anche di non affidarsi troppo a meravigliosi programmi come zotero: sono utilissimi, ma anche un’arma a doppio taglio. E se siete svampiti come me e vi ritrovate con un HD bruciato nel bel mezzo del vostro dottorato, e a non ricordare minimamente i vostri dati di accesso, si rivelano solo un’enorme perdita di tempo. Prevenire è meglio che curare!

PhD

C come Conferenza

Oggi mi sento un po’ come Irene Brin mentre scrivo sdraiata a letto. Certo, lei usava una macchina da scrivere molto elegante e poteva muovere le gambe liberamente, ma il fatto che io stia usando il mio fedele hp e abbia una gamba immobilizzata da un tutore sono dettagli trascurabili. La cosa importante è riuscire a scrivere e continuare a parlare di quell’astruso percorso che è il dottorato. Oggi è il turno delle conferenze, momenti fondamentali per noi dottorandi. Partecipare a una conferenza non è importante solo perché si ha l’occasione di presentare la propria ricerca e farsi conoscere, ma soprattutto per le persone che si incontrano. La vita accademica si fonda anche sul network di accademici che si riesce a costruire (e questo vale ovunque), ed è perciò importante curare i propri contatti. Ma andiamo con ordine.

La partecipazione a una conferenza inizia dal call for papers, un vero e proprio ‘bando’ che delinea le tematiche principali che verranno affrontate. Quando si risponde al CFP, inviando un abstract, bisogna perciò tenere presente lo scopo della conferenza ed esaltare gli aspetti della propria ricerca che corrispondono ai temi citati, di solito sufficientemente generici per permettere a ogni persona del settore di partecipare. Ad esempio, una conferenza sul ruolo della donna in Italia aprirà le porte a chiunque si occupi di storia di genere, storia d’Italia, letteratura, e così via (un buon esempio di CFP si può trovare qui, guardando il programma si può vedere come gli interventi vengano da campi di ricerca molto diversi tra loro).
Superata la selezione, è il momento di preparare la presentazione.

‘Posso leggere il mio intervento?’ è la domanda che soprattutto chi è alle prime presentazioni si pone. Per quanto mi riguarda, ho visto che la maggior parte delle persone leggono i propri interventi, in rarissimi casi ho visto qualcuno presentare senza leggere un testo preparato. I pro di un testo scritto sono molteplici: non si rischia di rimanere senza cose da dire o dimenticare passaggi importanti, è più facile rispettare i tempi dati (in genere 20 minuti) e l’avere un qualcosa di scritto tende a calmare i nervi. Di contro, a seconda di come si legge, l’intervento può risultare poco spontaneo e, diciamolo, un po’ noioso. Tutto però dipende dal modo in cui presentate, al modo in cui leggete e dal supporto grafico scelto, ovvero dal powerpoint che preparerete. La presentazione in powerpoint vi permette di: riassumere le questioni principali; spiegare visivamente ciò di cui parlate (per me, mostrare la rivista di cui parlo è fondamentale); fornire quelle informazioni che non potete includere nei 20 minuti che avete a disposizione. Tuttavia, bisogna fare attenzione a non cadere negli errori più comuni, ovvero preparare slides piene di testo, che faranno sì che le persone perderanno il filo del vostro discorso per leggerle, ad esempio. La presentazione in powerpoint deve essere un supporto al vostro discorso, non una distrazione né tantomeno una digressione.
Nella preparazione della presentazione in sé, bisogna tenere conto che in 20 minuti non si potrà parlare e presentare di tutto ed è perciò necessario fare una serie di scelte su come strutturare il paper. Prima di tutto, bisogna valutare il pubblico che si ha di fronte: chi ascolterà è un esperto del campo? Dovrò spiegare tutto? Questo dipende dal tipo di conferenza. Una conferenza come quella annuale della Social History Society, ad esempio, sarà così generica che se volete che le persone seguano il vostro discorso dovrete strutturarlo in modo che sia comprensibile anche al vostro prozio che pensa che ciò che studiate sia un frutto che cresce solo in Macedonia. Per contro, una conferenza sul piatto di pasta preferito da Petrarca raccoglierà esperti del campo che non avranno bisogno che gli spieghiate cos’è la pasta. Per riassumere: il CFP va letto con attenzione, per capire a chi si rivolge e preparare una presentazione che sia adatta all’evento.

All’inizio del post ho parlato di network, elemento cruciale di una conferenza. Un convegno, infatti, non serve solo per far conoscere il proprio tema di ricerca (e farsi conoscere), ma anche per conoscere altre persone. Incredibili collaborazioni possono nascere da una persona con cui avete fatto la pausa caffè alla conferenza sul dito mignolo di Dante! I contatti sono importanti non solo per eventuali collaborazioni, ma anche perché si viene a conoscenza più facilmente di progetti in corso, novità nel proprio campo di ricerca, opportunità e così via. Perciò non siate timidi e lanciatevi in conversazioni con quante più persone riuscite.

 

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(F)Utilities, Viaggiare

I come Islanda

Sono in ritardo con questo post di circa  2 mesi  6 mesi – un dato perfettamente coerente con l’andamento del mio dottorato, tra le altre cose. Tuttavia, meglio tardi che mai, così eccolo qui: breve guida per godersi l’Islanda in quattro giorni (e mezzo).

Ho sempre sognato di andare in Islanda e fino a poco tempo fa era una meta che mi sembrava irraggiungibile. Ricordo ancora la prima volta che guardai i prezzi dei voli per Reykjavik, sospirando di fronte a cifre che mi sembravano irraggiungibili. E infatti si tratta di un viaggio piuttosto costoso che conviene prenotare con anticipo per cercare quantomeno di contenere il costo del volo, poiché il luogo comune ‘l’Islanda è carissima’ non è altro che pura verità. Ma procediamo con ordine.

La prima cosa che consiglio – se non viaggiate da soli – è affittare una macchina. È costoso, è vero, ma niente in confronto ai prezzi dei vari tour e dei trasporti in generale. In più, la libertà di poter andare dove si vuole senza alcuna restrizione è impagabile e a me e consorte ha permesso di vedere (quasi) tutto ciò che volevamo.

Giorno 1 – 9 dicembre. Atterrati a Reykjavik tardo pomeriggio, abbiamo preso la macchina e ci siamo sistemati nel nostro alloggio, rigorosamente Airbnb. Data l’ora di arrivo abbiamo mangiato un boccone in aeroporto, cosa che ci ha permesso di avere un assaggio dei prezzi islandesi, tra cui mi piace ricordare: 1lt di acqua alla modica cifra di (circa) 7€, pacco standard di patatine €10, panino da frigo €15. Arrivati a casa e posate le valigie ci siamo rimessi in macchina e siamo andati a caccia di aurore boreali, senza successo. Come noi, decine e decine di persone dotate di fotocamere e cavelletti attendevano le agognate luci, ma siam tornati a casa senza aver visto nulla se non nuvole. Questo è un po’ il problema: l’inverno è il momento ideale per vedere le aurore, ma spesso il cielo è coperto di nuvole. Bisogna essere pazienti.

Giorno 2 – sveglia all’alba, ovvero intorno alle 9,30, quando ancora è buio ma si intravedono i primi timidi raggi di luce. Dopo attente ricerche, ci siamo diretti a far la spesa al discount, il maialino giallo, dove abbiamo preso il necessario per mangiare nei giorni successivi. Una spesa sufficiente per 2 cene e 3 pranzi al sacco con annessa colazione ci sono costati solo circa €80. Da provare: ‘patatine di pesce’, ovvero pesce essiccato da mangiare come snack. L’odore è nauseabondo ma una tira l’altra.

Preparati i panini ci siamo avviati verso la nostra prima tappa: il golden circle. Data la libertà che offre la macchina, ci siamo fermati strada facendo per ammirare il panorama. Prima tappa: parco nazionale.

Islanda blog
Þingvellir (Thingvellir)

 

Da lì, ci siamo avviati versi Geysir, dove abbiamo assistito ad almeno tre eruzioni del geyser più grande. Da vedere assolutamente, senza contare che lo shop e café sono dotati di bagni (gratuiti). Essendo ormai notte, ci siamo avviati verso casa dove siamo arrivati alle 18. Tempo di un pisolino e una cena veloce, ci siamo rimessi in auto a caccia di aurore boreali. Data un’occhiata al sito che monitora l’attività elettromagnetica del sole, e visto il cattivo tempo con nuvole spesse a coprire il cielo, ci siamo avviati un po’ alla cieca verso la costa. Decidiamo di fermarci in un punto a caso, accanto a una spiaggia e ta-dah! Una magnifica aurora si palesa all’orizzonte, seguita da molte altre, un po’ evanescenti per via del velo di nuvole che le copriva, ma ugualmente mozzafiato. Un’esperienza incredibile.

Giorno 3 – tornati tardi la notte precedente, sveglia alle 10 con il sole che già iniziava a farsi vedere. Il tema del giorno sono state le cascate, la famosa Gulfoss, seguita dalla meno nota ma non meno spettacolare Seljalandfoss, dove si può persino andare dietro la cascata! Inutile dire che il -lungo- viaggio tra una meta e l’altra è stato degno di nota, tra case sperdute nel nulla, cavalli islandesi, laghi e terra lavica è stato tutta una scoperta.

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Gulfoss

Giorno 4 – infine, esplorata un po’ l’isola, ci siamo dedicati alla città. Il giorno è passato dolcemente visitando Reykjavik, il centro è molto piccolo e in poche ore abbiamo visto – da fuori – le attrazioni principali. Siamo anche stati intervistati da due gruppi di studenti delle elementari, in giro nonostante la pioggia a fare videointerviste ai passanti, adorabili.

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Reykjavik

 

Come sempre, verso le 6 eravamo a casa, breve riposo, sauna e via a cena. Ovviamente, cena a base di spiedini di pesce d-e-l-i-z-i-o-s-i. Una cena splendida che ha degnamente concluso il viaggio, accompagnata da passeggiata e vista di Reykjavik by night.

Giorno 5 – il rientro, non senza prima ripassare dal centro di Reykjavik per comprare qualche souvenir con le corone rimaste.

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Reykjavik

Non resta che pianificare un ritorno – in estate – e andare a vedere i vulcani, magari ricordandosi di portarsi una batteria di scorta per la macchinetta fotografica!

(F)Utilities, PhD

C come Cambridge #3

Come si vive a Cambridge? E’ una città molto cara? Ci si può mantenere con la borsa di studio? Ma si può lavorare durante il dottorato?

Queste sono le domande che mi vengono poste con più frequenza. E’ giunta l’ora di dare una risposta a ognuna di esse. Cominciamo.

Come si vive a Cambridge? Confesso che la prima cosa che mi viene da rispondere è ‘che intendi?’. Si tratta di una domanda talmente generica e personale che la risposta non può che essere generica e personale. Cambridge è una piccola cittadina che ruota intorno ai  31 college ed è popolata principalmente da studenti. Se volete vivere la città come tale, e non come polo universitario, dovete spostarvi fuori dal centro, nelle aree residenziali – che però sono anche parecchio costose. Perché vale la pena ricordare ancora che Cambridge è molto cara, poco sotto Londra, e sta vivendo un’incredibile espansione. La città negli ultimi tre anni è cambiata moltissimo, stanno aprendo una seconda stazione, costruendo nuovi quartieri e attraendo principalmente tech firms. Detto questo, si può raggiungere ogni luogo in mezz’oretta, ci si muove bene in bici – occhio ad acquistare un buon lucchetto, le rubano moltissimo – e ci sono vari parchi in cui godere il sole nelle poche giornate estive che il clima inglese ci regala. Vita notturna: c’è poca scelta. A meno che non vi piaccia andare a ballare nei club, qui c’è poco da fare. D’estate c’è più offerta, cinema all’aperto e Shakespeare nei college, ma i ristoranti chiudono la cucina alle 9 (alle 8 la domenica), la maggior parte dei locali chiude verso le 11 e non restano aperti che i club e il cinema. Il tutto è concentrato al centro, tranne il cinema e il bowling dietro alla stazione, che chiudono verso mezzanotte. Insomma, scordatevi gli orari italiani e un’ampia varietà di scelta: Cambridge è una cittadina che non ha niente a che vedere con Londra. In compenso i treni da Londra per Cambridge ci sono fino all’1 di notte – ma non viceversa! E’ una città molto rumorosa: se vivete in centro o comunque nelle zone frequentate dagli studenti, preparatevi a orde di giovincelli ubriachi che disturbano la quiete pubblica anche durante la settimana.
Nonostante tutto, se non vi pesa vivere in una città piccolina, a Cambridge si vive piuttosto bene. C’è il mercato tutti i giorni dove oltre ai banchi per i turisti si trovano frutta e verdure ‘esotiche’ (il radicchio l’ho trovato solo lì!) e la domenica mattina c’è il banco dei contadini locali.
Le persone: mi è stato chiesto varie volte come sono le persone qui, ma questa è una domanda difficilissima a cui rispondere. Cambridge è una cittadina molto internazionale, e si incontrano persone di tutti i tipi. L’ambiente universitario è in generale molto accogliente, per il resto dipende anche dalle aspettative personali e da come una persona interagisce con il prossimo. Da quel punto di vista, il college è un ottimo inizio per socializzare, anche se la media d’età delle persone è tra i 20 e i 24 anni (ma ci sono eccezioni, fortunatamente). Ci sono anche college solo per graduates, dove la media di età si alza un pochino – ma ricordate sempre che qui iniziano l’università a 19 anni, a 21 si laureano e a 22 hanno finito il master.

E’ una città molto cara? Sì. Dell’affitto e i prezzi medi ne ho già parlato qui, e la casa non è l’unica cosa cara. I costi medi di tutto sono più alti rispetto ad altre città – e dopo il referendum pro-Brexit è aumentato tutto – e a parte il junk food, mangiare costa caro. Una colazione in una catena tipo Caffè Nero o Costa, per esempio, con caffè e cornetto costa sui £5, una cena in un pub intorno a £15, mentre un ristorante può arrivare tranquillamente a £30. Ovviamente dipende sempre da dove si va e cosa si mangia. Un pranzo al sacco con il meal deal al supermercato (un panino + bevanda + snack) costa £3, un pezzo di pizza dal siciliano in centro costa £5, mentre l’insalata pronta in vaschetta lasciatela costa un occhio dell testa (£1 la basic dove ci sono ben 100gr di foglie di insalata iceberg e basta, o £3,75 per 80gr di insalata, 4 olive e un po’ di formaggio). In compenso, la birra costa poco. La catena Wetherspoon in particolare ha prezzi piuttosto bassi. E anche il sidro si trova a poco e la scelta è infinita. Il vino invece è caro e tendenzialmente orrendo.

Ci si può mantenere con la borsa di studio? Dipende dalla borsa. Ci sono borse che coprono solo le tasse, altre che coprono le tasse e il mantenimento e quelle che coprono solo il mantenimento. Se ne può vincere anche più di una insieme, ma nel caso di una borsa solo tasse o di mantenimento minimo, no, non basta. Se considerate che un affitto costa sui £500, e volete mangiare in maniera sana e non solo cibo pronto, difficilmente riuscirete a vivere con 600 sterline al mese, ad esempio. Poi è tutto molto personale, magari c’è chi ha poche esigenze e riesce a vivere con poco ed è pronto a rinunciare alla vita sociale; le variabili sono infinite.
Io, ad esempio, in media spendo di spesa sui £200-£300 al mese (e sono vegetariana).

Ma si può lavorare durante il dottorato? No, scordatevelo. A meno che non facciate un dottorato part-time non potete lavorare più di 8 o 10 ore settimanali. Al massimo potete fare baby sitting o cose simili, ma non potete assolutamente avere un contratto di lavoro al di fuori dell’università. Questo non significa che se non siete ricchi non possiate venire a studiare qui, significa solo che in quel caso i tempi sono più lunghi poiché un corso part-time raddoppia gli anni di durata del corso stesso, ma permette allo stesso tempo di lavorare. Fermo restando che ogni corso di dottorato è a sé e che oltre al lavoro di ricerca ci sono anche seminari da seguire, se considerate la scelta part-time parlatene a fondo col potenziale supervisor.

Tirando le somme, Cambridge è una cittadina in cui si può vivere bene se si hanno le risorse. E’ pieno di ragazzi giovani, quindi per molti potrebbe essere l’ideale. La città di per sé è un gioiellino, tenuta molto pulita e curata dall’aspetto estetico. Ci sono vari musei spesso gratis e molti negozi fanno uno sconto del 10% agli studenti. Se vi piace l’idea di una città a misura d’uomo e non vi aspettate la quantità di offerte che può avere una Londra, ad esempio, Cambridge potrebbe fare per voi. Ci sono moltissimi italiani e d’estate si cammina a fatica per via dei turisti, ma è una delle città più carina dell’area. Occhio al clima: il vento arriva direttamente dagli Urali senza ostacoli ed è molto freddo. E grigio, il cielo è quasi sempre un velo grigio. Ma questa è l’Inghilterra.

 

(F)Utilities

C come Casa #3

Immaginiamo ora che, dopo una faticosa ricerca, siete riusciti a trovare una casa che corrisponde – almeno vagamente – alle vostre esigenze. Come fare ad affittare una casa in Inghilterra?

Prima di tutto, una volta deciso che l’appartamento vi piace, dovete compilare un modulo dell’agenzia (in genere ve lo danno direttamente alla viewing nel momento in cui dite che vi interessa la casa). Vi chiederanno per lo più informazioni generali (chi si trasferisce nella property, quanti adulti, se fumate, se avete figli o animali, contatti ecc.) e la vostra situazione attuale, ovvero se siete in affitto e quando siete disponibili a trasferirvi. Quest’ultimo punto è cruciale. Essendo la ricerca di una casa una lotta, prima potete trasferirvi, più appetibili sarete per il landlord. Questo è potenzialmente l’ostacolo maggiore per chi ha già un contratto di affitto. La lezione che ho imparato sulla mia pelle è di non iniziare a cercare prima di un mese dalla scadenza del contratto in vigore. Il mercato immobiliare è talmente dinamico che ogni settimana cambia tutto. I proprietari vogliono rimpiazzare subito gli inquilini uscenti, perciò prediligeranno chi è pronto a trasferirsi immediatamente. Le agenzie, da parte loro, fanno gli interessi del landlord, perciò cercheranno i tenant che garantiranno maggior profitto. Dunque, non mettetevi a cercare casa con largo anticipo, sarebbe solo fonte di frustrazione.
Lo stesso discorso vale per le vostre richieste: più ne fate, più rischiate che il proprietario accetti qualcuno che la casa se la prende così com’è. Facciamo un esempio pratico: se la casa è senza white goods, ovvero elettrodomestici di base come lavatrice e frigorifero, e voi chiedete che ne venga installato qualcuno, è più probabile che il landlord scelga qualcuno che invece se la prenderebbe così com’è. Se invece la casa non è richiesta, forse riuscite anche a ottenere ciò che volete, quindi diciamo che dipende da quanta fretta avete di trovare un appartamento.

Ma torniamo al processo di affitto di una casa. Compilato il modulo, l’agenzia contatterà il proprietario per sottoporgli la vostra ‘candidatura’. Una volta che il proprietario decide – in base al modulo e il feedback dell’agente – che andate bene come tenants, inizia la burocrazia. Prima di tutto, dovrete pagare una fee di circa £300 per il referencing. Cos’è il referencing? E’ praticamente un ‘background check’ che l’agenzia fa su di voi: dove avete vissuto negli ultimi 6 anni, che lavoro fate, quanto prendete, qual è la vostra banca, se avete risparmi ecc. In tutto questo, se siete già in affitto, dovrete anche pagare alla vostra agenzia una tassa per il rilascio delle referenze (circa £35-40). Superato il referencing, si può iniziare la pratica per la stesura e firma del contratto d’affitto. In genere, si paga circa £180-200 per application (somma che sale a seconda di quanti inquilini ci sono e che varia a seconda dell’agenzia). Infine, la firma del contratto, che prevede altre infinite fees (come, per fare un esempio, £480 nel caso di recessione dal contratto prima dei termini stabiliti, le check-out fees di circa £150, ecc.). Una volta firmato il contratto ed eventualmente fatto il check-out, siete pronti per trasferirvi nella vostra nuova dimora!

Considerando tutte le spese di base solo dell’agenzia, per ogni contratto d’affitto dovete considerare almeno £500, escludendo il deposito ed eventuali altre spese di uscita dal precedente contratto. Insomma, alla fine di tutto sarete quasi senza soldi, ma almeno avrete un posto dove stare.

 

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(F)Utilities, PhD

C come Casa #2

Partiamo dalle basi: per chiunque si trasferisce in un’altra città/paese/Stato, avere un posto dove stare è una questione primaria. Ma quando ci si trasferisce, come si trova una casa?

Per gli studenti di Oxbridge la situazione è piuttosto semplice: il proprio college di appartenenza garantisce una stanza per il primo anno e generalmente è in grado di offrirla anche per i successivi. In alternativa, si può fare richiesta ad altri college; negli oltre 30 college di Cambridge, ad esempio, se ne trova sempre uno con una stanza vuota che sarà ben felice di affittare a un PhD student disperatamente alla ricerca di un tetto sopra la testa. Tuttavia, se avete un partner con cui volete vivere, o se semplicemente vi siete stufati di condividere la casa con persone che al 90% avranno standard di igiene più bassi dei vostri (o almeno voglio sperare), la cosa si fa più complicata.

Del condividere una casa inglese (leggasi: moquette ovunque) e dei problemi che possono sorgere dalla convivenza con altri studenti ne parlavo qui. Potete facilmente immaginare che, due anni di house sharing dopo, sono andata a vivere per conto mio. O meglio, sono andata a convivere con una persona con cui condivido ben più di una casa, il che mi rende incline ad accettare anche le sue abitudini peggiori (leggasi: spugna lasciata nel lavandino sotto la pila dei piatti da lavare).
La ricerca della casa nelle aree vicino Londra non è affatto facile. Prima di tutto, Londra, Oxford e Cambridge (nell’ordine) sono le città più care d’Inghilterra e i prezzi degli affitti lo dimostrano. A Cambridge, se volete vivere da soli, entrate nell’ordine d’idee che per un monolocale vi possono tranquillamente arrivare a chiedere £900bills excluded. Nei paesi limitrofi la situazione è più accessibile, ma se siete sulla linea ferroviaria che collega Cambridge e Londra, preparatevi a vedere cose inimmaginabili e prezzi assurdi.
Ma partiamo con le questioni pratiche. I principali siti su cui cercare stanze o case sono rightmove.co.uk e zoopla.co.uk – siti su cui le principali agenzie mettono ciò che hanno a disposizione (alcuni ads hanno la dicitura esplicita ‘student friendly’, anche se in genere si applica agli undergrad potrebbe essere più facile affittarli). Le case e le stanze vengono aggiunte giornalmente e tolte con anche maggiore rapidità. Capita spessissimo che un appartamento venga tolto nel giro di poche ore: la richiesta è tale che chi va a vedere una casa ci va con tutta la documentazione pronta per essere consegnata e firmare il contratto. Le decisioni vanno prese nel giro di pochi minuti, non c’è tempo né per pensarci troppo, né per vedere altre case e valutare quale piace di più (o meglio, c’è, ma più tempo passa, più sono alte le probabilità che qualcuno la prenda). Poi c’è la questione più importante (e frustrante): non ha importanza che tu possa permetterti di pagare l’affitto, sulla carta puoi essere perfetto, ma è il landlord che decide se ti vuole o meno. Una volta fatta domanda formale per la casa, l’agenzia inoltra al landlord tutte le richieste e questi decide quale tenant vuole. Su quali basi viene presa la decisione? Prima di tutto, dalla risposta che avete dato a domande standard quali: do you have any pets? Do you have children? Do you smoke? Ogni ‘yes’ alzerà le probabilità che la vostra domanda venga rifiutata. Poi c’è la questione cruciale dell’essere uno studente di dottorato. Nonostante infatti un dottorando non sia più uno sbarbatello (eccezion fatta per gli inglesi che escono dall’università a 21-22 anni), il landlord recepisce solo la parola studente. Nel modulo, infatti, bisogna indicare chi andrà a vivere nella proprietà e il rispettivo ruolo professionale di ognuno. In breve, il landlord vuole assicurarsi che possiate pagare e tenere la casa in condizioni decenti – leggendo la parola studente, tendono a mettere in dubbio entrambe le cose (e per questo una casa ‘student friendly’ può essere più facile da ottenere).

Cosa offre il mercato? Il mercato segue le leggi del profitto, e visto che la domanda supera largamente l’offerta, le agenzie sono in grado di chiedere prezzi spropositati. Ma iniziamo con qualche esempio. Una casa descritta come ‘2 bedroom’ significa che avrete una stanza dove poter infilare un double bed (che è molto più piccolo del nostro matrimoniale, leggermente più grande del nostro piazza e mezza) e se siete fortunati un armadio, ma non contate troppo sull’avere un comodino a ogni lato del letto. La seconda stanza varia di dimensioni, è sempre più piccola della master bedroom (o main) e può arrivare a non avere le dimensioni necessarie per un letto singolo (giuro!). I ‘1 bedroom flat’ dovrebbero corrispondere ai nostri bilocali, ma la cucina spesso è parte del lounge, in cui bisogna scegliere se metterci un tavolo o un divano, e la stanza ha sempre quel piccolo problema di dimensioni. E non dimenticatevi che il bagno – che in alcune case ha la moquette – generalmente non ha finestre. Certo, poi tutto dipende dalle aspettative di ognuno, da quello che significa ‘casa’ e da che tipo di persone siete. Una persona che a casa ci sta per dormire e basta, troverà soddisfacente lo spazio di 1 bedroom flat (ammesso che non abbia molti vestiti). Se cercate cose economiche, invece, tenete presente la regola massima: se costa poco ed è strategicamente vicino Londra, c’è la fregatura. Nello specifico, la casa in cui vivo ora rientra in questa categoria. Una splendida semi-detached house con finestrone vittoriane che di epoca vittoriana hanno anche i vetri; niente gas, efficienza energetica pari a zero, ma in compenso ampio spazio a (relativamente) poco prezzo. Dipende tutto dalle priorità di ognuno.

Quali sono i costi medi dei bills? Qui in Inghilterra bisogna pagare mensilmente la council tax, una tassa di residenza che fortunatamente non si applica agli studenti ma con cui bisogna fare i conti se si vive con qualcuno che non lo è. In genere si parla di circa £100 al mese. Un contratto di internet adsl base costa circa £25 al mese, l’elettricità sui £50 e l’acqua varia moltissimo. Ho notato che i monolocali spesso hanno tutto incluso, quindi se siete da soli o non avete bisogno di spazio, sono la soluzione più economica.

Detto questo, se siete un dottorando adulto che convive e non ama spazi ristretti e claustrofobici, preparati a una lunga e dolorosa ricerca, fatta di rifiuti e case ridotte in condizioni pietose proposte a prezzi che vanno dai £700 in su. Di recente, abbiamo visto un appartamento molto carino che aveva un buco sul soffitto per via di un’infiltrazione. ‘The landlord is aware of this and will be repaired’, ci disse l’agente – ma voi vi trasferireste in un appartamento del genere, sapendo che qui in Inghilterra le case sono costruite come quella dei primi due porcellini?

 

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PhD

D come Dottorato #9

O meglio, ‘P come Procrastinazione’, visto che invece di lavorare sono qui a scrivere.

Quattro mesi sono passati dall’ultimo post, e a me sembrano due giorni. Il lavoro di studente del terzo anno assorbe ogni energia e pensiero finché non si arriva al momento del rifiuto totale per la propria tesi. Che è più o meno il punto dove mi trovo io ora, proprio quando dovrei – in teoria – vedere la luce alla fine del tunnel.

La mia tesi è composta di 4 capitoli: 1 introduttivo e 3 di ricerca sui case studies. Ecco, il grosso della ricerca è fatto, e ora mi trovo alle prese col grosso capitolo introduttivo, altrimenti noto come ‘questa cosa lì la metterò dopo nel capitolo 1’. Mi ritrovo perciò a fare i conti non solo con tutte le questioni aperte negli altri capitoli, ma anche a dover finalmente definire la research question e il mio approccio. Addio libertà di esplorare, addio potenzialità: la tesi prende una forma definitiva. Ed è una cosa spaventosa. Un po’ come quando finito il liceo si sceglie l’università e mano a mano ci si specializza e si dice addio a tutti quei grandi progetti. ‘Diventerò una filologa’, ‘mi specializzerò in genetica’, ‘studierò l’origine della dittatura dominicana’, ‘analizzerò l’influenza degli Stati Uniti nella politica degli stati Sudamericani’ e tutti gli altri grandi sogni di gloria mi salutano mentre mi appresto a dire addio alle infinite possibilità di ricerca e accolgo la ricerca ben definita in una strattura metodologica e interpretativa. Struttura che oltretutto deve essere solidissima, a prova di examiners, per capirci.

Preparatevi quindi al terzo anno, in cui la domanda ‘quando finisci?’ o l’ancor più irritante affermazione ‘dai, ormai hai finito’ sono il leitmotiv portante di questa esperienza. Dunque, come sopravvivere al terzo anno? Prima di tutto, senza guardare il calendario. In termini di ricerca il tempo è veramente relativo, e visto che in due giorni particolarmente produttivi si può recuperare il tempo perso in due settimane – ad esempio – smettere di guardare il calendario e seguire la corrente può essere una salvezza. Certo, pianificare è cruciale, ma bisogna anche tener conto che la ricerca e la scrittura sono processi creativi che hanno bisogno del loro tempo. Quindi sì alla pianificazione, ma no all’autoimposizione di ritmi da ufficio: ‘oggi lavoro 5 ore piene senza distrazioni’ può scontrarsi con l’aver fatto le 2 di notte a leggere dei saggi (o a giocare al computer per staccare un po’, per dire). ‘Domani vado in biblioteca alle 9’ si può scontrare con la storm Dory che blocca tutti i treni, per fare un esempio. Insomma, bisogna essere flessibili e accettare che a volte non si riesce a essere produttivi*, pena una frustrazione infinita che causa un rifiuto assoluto nei confronti della tesi e crea un circolo vizioso risolvibile solo con un bigietto di sola andata per i Caraibi.

A volte, però, non si può assecondare i propri ritmi perché ci sono un numero di parole da consegnare, capitoli e sezioni da finire, tempi da rispettare. Come fare in questi casi? La mia soluzione è fare una lista delle cose da fare e, soprattutto, dare loro la giusta priorità che hanno. Poi, per partire, mi do mezz’ora in cui siamo solo io e il documento su cui sto lavorando – niente telefono, email, internet. Solo Mozart, che si dice aiuti la concentrazione ed è un eccellente placebo. In genere, dopo questa mezz’ora forzata di concentrazione – in cui se mi viene l’urgenza di consultare o cercare altre cose, le annoto su un foglio anziché interrompere il flusso di concentrazione che mi sto imponendo – inizio a lavorare senza problemi. Prendo il ritmo, ecco. A volte invece non c’è verso: ho il rifiuto. Come oggi, ad esempio, che passata mezz’ora di concentrazione, rilette le 2000 parole scarse del nuovo capitolo che avrei dovuto consegnare la settimana scorsa, ho staccato tutto e sono qui a scrivere. La mia lista delle cose da fare (scrivere 500 parole, organizzare il lavoro, andare a comprare acqua e carta igienica) mi guarda con aria colpevolizzante. E visto che è già ora di pranzo, non resta che attenermi alle priorità.

Vado a comprare la carta igienica.

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*produttività è una parola che odio. Qui tutti parlano in termini di produttività, ma la ricerca è un processo creativo che a volte ha bisogno di tempo e spazio per crescere e prendere forma, un processo che non sempre si può quantificare. L’idea di essere produttivi in ambito accademico (e specialmente di ricerca) incatena il pensiero e adatta la creatività a principi economici che ne svalutano il valore, appunto, creativo. Dunque suggerisco di essere più gentili con noi stessi e avere più amore per la ricerca, e accettare che non siamo macchine e ci sono dei giorni che il nostro cervello semplicemente lavora più piano, che ci sono momenti in cui non troviamo l’informazione che ci serve per andare avanti rapidamente. Nell’intenso viaggio che è il dottorato, la tesi è solo la punta dell’iceberg di una ricerca fatta di piccoli passi.

PhD

D come Dottorato #8

E’ successo.

L’altro ieri sono andata alla prima graduate supper dell’anno (ovvero: cena semi-formale in college organizzata dal college per far conoscere tra loro i vari membri della comunità dei graduates), e non solo mi ha ricordato che e il primo term è agli sgoccioli, ma mi ha sbattuto in faccia il mio nuovo status di PhD student al terzo anno. Non so se vi rendete conto: terzo anno, ufficialmente l’ultimo anno (anche se qua il quarto – il writing up year – è automatico). L’anno in cui devi finire la tesiFINIRE LA TESI. Roba che io sono ancora indecisa sul titolo, figuriamoci finire.
Ma torniamo alla grad supper.
Seduta di fronte a me, una ragazza cinese al suo primo anno di dottorato esprimeva la sua ansia per l’assoluta confusione dell’argomento della sua ricerca. E mentre mi comunicava, ridendo nervosamente, i suoi dubbi sul suo dottorato, mi sono ritrovata a dirgli di stare tranquilla, che è normalepart of the process. Eppure, lo giuro!, era ieri che, seduta al suo stesso posto, facevo le stesse osservazioni agli altri dottorandi più avanti di me. Era ieri che nel mio inglese insicuro balbettavo dubbi riguardo alla mia ricerca, alla tesi che non aveva neanche forma nella mia test; e invece oggi mi ritrovo ad aver inviato il capitolo per l’ultimo dei miei tre case studies, 61 pagine e 18milaequalcosa parole. E ad aver presentato la mia ricerca di fronte a tutti gli altri graduates del college, improvvisando la presentazione con il sostegno di alcune slide preparate in fretta e furia il giorno prima, tra la correzione di un compito e la scrittura di un abstract per una conferenza.*

Il dottorato è così: ti cambia profondamente senza che tu te ne accorga. Cioè, le ansie restano tutte, non fatevi illusioni. Tipo l’ansia per ogni mail ricevuta dal supervisor, quella resta tutta. Anzi, forse aumenta pure, perché ti chiedi chissà cosa pensa dopo tre anni di lavoro insieme. Ma sulle ansie di un dottorando rispetto al proprio supervisor dovrò dedicare un post a parte.

Insomma, questo breve post è solo per incoraggiare tutti gli aspiranti dottorandi, e quei dottorandi che hanno appena iniziato e si sentono completamente persi: non preoccupatevi, è normale, is part of the process. Ah, e anche l’improvvisa comparsa di capelli bianchi è part of the process. Rassegnatevi.

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*un grazie al meraviglioso uomo che mi ha incoraggiata nonostante io gli abbia urlato varie volte, lacrime agli occhi incluse, ‘tu non capisci!‘ dopo aver provato la presentazione e non essere riuscita a fare un discorso coerente. Ebbene sì: anche le crisi isteriche sono part of the process.

PhD

D come Dottorato #7

Settembre 2016. Siamo ormai alla vigilia dell’inizio del terzo anno di dottorato.
Articoli scritti sul blog a proposito del dottorato: 7.
Articoli scritti mentalmente a proposito del dottorato: più di un milione.

13 Settembre 2016. 11 giorni al pullman che in sole 4 ore mi porterà a Oxford per una conferenza. 16 giorni alla conferenza che ho organizzato con l’unica PhD non fuori di testa che sono riuscita a incontrare a Cambridge. 21 giorni all’inizio del Michalemas Term e, ufficialmente, del mio terzo anno.

Cosa comporta essere uno studente del terzo anno? La risposta è molto semplice: ANSIA. Quando sei nel tuo ultimo anno – teorico – le persone intorno a te pensano che tu ormai abbia quasi finito, che manchino gli ultimi ritocchi. Ebbene, non si potrebbe essere più lontani dalla realtà. Infatti, non solo qui in Inghilterra in generale, e a Cambridge in particolare, il 4° anno di dottorato è scontato, ma nel terzo non potresti essere più lontano dalla fine. Ho conosciuto PhD candidates che nel loro quarto anno dovevano ancora iniziare a scrivere la tesi. E per iniziare intendo letteralmente iniziare. Certo, in sciences è più comune, noi nel tanto denigrato campo delle humanities scriviamo dal giorno 1, ma all’inizio del mio terzo anno, con oltre 40000 parole scritte (e un limite massimo di 80000 note incluse, ahimè) ci si sente comunque in alto mare. Certo, la tesi prende forma, ma da qui ad avere un senso compiuto ce ne manca.
‘The chapters need to talk to each other’, ‘it doesn’t flow’, o ‘you need a better structure’ sono i commenti più noti a ogni dottorando oltremanica. Commenti che nel PhD student suscitano un’unica domanda, dal sapore esistenziale: ‘ma che vor dì?’. Sì, vabbè che i capitoli debbano essere tra loro collegati e formare, nell’insieme, un discorso coerente ci sta pure, ma vi giuro che ‘sto flow è una spada di Damocle pronta a uccidervi il dottorato. La struttura anglosassone dopo un po’ la si comprende, una noiosa ripetizione di ciò che stai per scrivere, di ciò che stai scrivendo e ciò che hai scritto che – in teoria – prende per mano il lettore e lo guida nel vostro ragionamento, ma il flow è un po’ come il buco della ciambella: essenziale, ma invisibile. In poche parole, e dopo attente riflessioni, sono giunta alla conclusione che si tratta di una pura e semplice supercazzola. Essenziale, ma invisibile, il flow è centrale nel quarto anno.

Ma sto bruciando le tappe, parlavamo del terzo.

Per affrontare il terzo anno, l’ideale è prepararsi psicologicamente a domande come: ‘ah, dai, ma allora ormai ci sei!’, ‘il terzo anno! Sembra un sogno, ormai vedi il traguardo!’ e ‘quando hai gli esami finali?’ (giuro!). Insomma, tutte domande che ti fanno venire voglia di sbattere la testa al muro – se la tua o quella del tuo interlocutore è una scelta da fare sul momento. La dura realtà è che il terzo anno è fatto dei soliti mille impegni diversi – organizzazione di seminari, conferenze, lezioni, preparazione paper, poster, articoli da pubblicare etc. – e che la tesi è lì che attende che tu abbia cinque minuti da dedicarle. Non per niente il quarto anno è qui concepito per il ‘writing up’, perché nei tre anni precedenti tempo non ne hai. Soprattutto per chi, come me, non è madrelingua inglese o non ha fatto l’università in Inghilterra, e deve dimenticare tutto ciò che ha imparato all’università italiana. Ricominciare da zero, sentirsi uno zero, e rimettersi continuamente in discussione sono capisaldi di ogni buon dottorato che si rispetti.
Ma noi PhD candidates non molliamo, e giorno dopo giorno, lacrima dopo lacrima, carboidrato dopo carboidrato, proseguiamo imperterriti per quella strada che tanto avevamo sognato di prendere e che ormai malediciamo ogni giorno.
In fondo, però, è questo che ci piace, è per quella scoperta fatta dopo giorni e giorni passati in archivio – virtuale o fisico – , per quell’intuizione venuta dopo migliaia di pagine lette e rilette e l’emozione che ci provoca che lo facciamo. E che importa se nella tesi quel singolo momento che vale tutto il dottorato si risolve in una breve nota a pie’ di pagina. Noi lo sappiamo, quanto vale, quell’identità dietro uno pseudonimo scoperta per caso, quell’idea in cui noi crediamo, quell’equazione che finalmente spiega la tua teoria. E sono quei momenti a cui bisogna aggrapparsi per uscire dai second year blues e abbracciare il terzo anno, sapendo che non sarà l’ultimo ma che ti devi dare una mossa. La cosa più importante, la vera chiave per il successo, è aver trovato qualcuno con cui poter bitch and moan del dottorato. Un altro dottorando squattrinato come te, che ama e odia ciò che fa proprio come te.

Certo, se poi avete anche qualcun altro in grado di sopportarvi e supportarvi quando non volete uscire da sotto le coperte per affrontare le frustrazioni quotidiane, è anche meglio. In mancanza di quel qualcuno, un buon gelato o uno scone fatto come si deve sono soluzioni accettabili.

Good luck!

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