PhD

D come Dottorato #10

Quanto in fretta cambiano le cose durante un dottorato, soprattutto in un ambiente universitario come quello di Oxbridge. Non solo cambiano le case, i coinquilini, le abitudini, gli studenti a cui insegni, ma soprattutto cambiano la ricerca, le aspettative accademiche, le preoccupazioni future. Ricordo ancora uno dei primi training universitari ‘get the PhD started’, quando ci dissero che non è mai troppo presto per pensare al post-dottorato. Cercare post-doc sembrava allora qualcosa di assurdo, così lontano che il consiglio ‘non è mai troppo presto per pensare e organizzare le domande’ sembrava folle. Come potrei concentrarmi sulle domande di post-doc quando ancora non ho iniziato a organizzare il mio dottorato?

Beh, avevano ragione. Ma su questo ci tornerò più avanti.

La fine del dottorato è caratterizzata principalmente da due fattori: ANSIA e  TERRORE.

Ansia perché le persone intorno a te insistono col dire ‘ah quindi hai finito! Complimenti’, quando ancora non hai neanche iniziato a mettere insieme la bibliografia né riletto tutti i capitoli uno dietro l’altro.*

Terrore perché chiunque ti chiede ‘e cosa farai dopo?’ e tu neanche sai cosa farai tra un paio d’ore, perché la lista delle cose da fare per finire la tesi è talmente lunga che vorresti solo piangere.

Il quarto anno – che qui è common practice ed è il writing up year – è come un tunnel di cui non vedi la fine. Ogni tanto intravedi la luce, ma presto ti rendi conto che era solo frutto della tua immaginazione.

Però.

Però a un certo punto ti ritrovi a fare incubi sulla discussione, o su feedback esterni che ti dicono ‘dovresti lavorarci su almeno altri 6 mesi’, o sull’avere il lapidario giudizio: ‘rewrite and resubmit’, un gradino sopra il fail. Ed è quel momento che ti rendi conto che la fine tutto sommato è vicina. Che devi metterti alle spalle i rifiuti alle domande di post-doc collezionati nel corso degli ultimi mesi. E ti trovi a pensare agli acknowledgments, e guardando indietro ti rendi conto cosa è stato realmente questo dottorato, un incredibile momento di crescita personale (e professionale) che ti ha reso una persona completamente diversa (in meglio o in peggio, questo è ancora tutto da vedere).

Quindi non disperate: sembra infinito, lacrime e frustrazione sono all’ordine del giorno; pensieri come ‘ma chi me l’ha fatto fare’ sono il mantra di ogni dottorando. Nella disperazione e frustrazione, noi dottorandi siamo tutti sulla stessa barca. Cerchiamo solo di non affondare.

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*Bibliografia: ascoltate il mio consiglio, iniziate a compilarla dal primo giorno. Era una delle cose che mi ero ripromessa di fare e che ovviamente non ho fatto. Provo tanta di quella frustrazione nei confronti della me del passato che se potessi tornare indietro la prenderei a schiaffi. Aggiungo anche di non affidarsi troppo a meravigliosi programmi come zotero: sono utilissimi, ma anche un’arma a doppio taglio. E se siete svampiti come me e vi ritrovate con un HD bruciato nel bel mezzo del vostro dottorato, e a non ricordare minimamente i vostri dati di accesso, si rivelano solo un’enorme perdita di tempo. Prevenire è meglio che curare!

(F)Utilities, PhD

C come Cambridge #3

Come si vive a Cambridge? E’ una città molto cara? Ci si può mantenere con la borsa di studio? Ma si può lavorare durante il dottorato?

Queste sono le domande che mi vengono poste con più frequenza. E’ giunta l’ora di dare una risposta a ognuna di esse. Cominciamo.

Come si vive a Cambridge? Confesso che la prima cosa che mi viene da rispondere è ‘che intendi?’. Si tratta di una domanda talmente generica e personale che la risposta non può che essere generica e personale. Cambridge è una piccola cittadina che ruota intorno ai  31 college ed è popolata principalmente da studenti. Se volete vivere la città come tale, e non come polo universitario, dovete spostarvi fuori dal centro, nelle aree residenziali – che però sono anche parecchio costose. Perché vale la pena ricordare ancora che Cambridge è molto cara, poco sotto Londra, e sta vivendo un’incredibile espansione. La città negli ultimi tre anni è cambiata moltissimo, stanno aprendo una seconda stazione, costruendo nuovi quartieri e attraendo principalmente tech firms. Detto questo, si può raggiungere ogni luogo in mezz’oretta, ci si muove bene in bici – occhio ad acquistare un buon lucchetto, le rubano moltissimo – e ci sono vari parchi in cui godere il sole nelle poche giornate estive che il clima inglese ci regala. Vita notturna: c’è poca scelta. A meno che non vi piaccia andare a ballare nei club, qui c’è poco da fare. D’estate c’è più offerta, cinema all’aperto e Shakespeare nei college, ma i ristoranti chiudono la cucina alle 9 (alle 8 la domenica), la maggior parte dei locali chiude verso le 11 e non restano aperti che i club e il cinema. Il tutto è concentrato al centro, tranne il cinema e il bowling dietro alla stazione, che chiudono verso mezzanotte. Insomma, scordatevi gli orari italiani e un’ampia varietà di scelta: Cambridge è una cittadina che non ha niente a che vedere con Londra. In compenso i treni da Londra per Cambridge ci sono fino all’1 di notte – ma non viceversa! E’ una città molto rumorosa: se vivete in centro o comunque nelle zone frequentate dagli studenti, preparatevi a orde di giovincelli ubriachi che disturbano la quiete pubblica anche durante la settimana.
Nonostante tutto, se non vi pesa vivere in una città piccolina, a Cambridge si vive piuttosto bene. C’è il mercato tutti i giorni dove oltre ai banchi per i turisti si trovano frutta e verdure ‘esotiche’ (il radicchio l’ho trovato solo lì!) e la domenica mattina c’è il banco dei contadini locali.
Le persone: mi è stato chiesto varie volte come sono le persone qui, ma questa è una domanda difficilissima a cui rispondere. Cambridge è una cittadina molto internazionale, e si incontrano persone di tutti i tipi. L’ambiente universitario è in generale molto accogliente, per il resto dipende anche dalle aspettative personali e da come una persona interagisce con il prossimo. Da quel punto di vista, il college è un ottimo inizio per socializzare, anche se la media d’età delle persone è tra i 20 e i 24 anni (ma ci sono eccezioni, fortunatamente). Ci sono anche college solo per graduates, dove la media di età si alza un pochino – ma ricordate sempre che qui iniziano l’università a 19 anni, a 21 si laureano e a 22 hanno finito il master.

E’ una città molto cara? Sì. Dell’affitto e i prezzi medi ne ho già parlato qui, e la casa non è l’unica cosa cara. I costi medi di tutto sono più alti rispetto ad altre città – e dopo il referendum pro-Brexit è aumentato tutto – e a parte il junk food, mangiare costa caro. Una colazione in una catena tipo Caffè Nero o Costa, per esempio, con caffè e cornetto costa sui £5, una cena in un pub intorno a £15, mentre un ristorante può arrivare tranquillamente a £30. Ovviamente dipende sempre da dove si va e cosa si mangia. Un pranzo al sacco con il meal deal al supermercato (un panino + bevanda + snack) costa £3, un pezzo di pizza dal siciliano in centro costa £5, mentre l’insalata pronta in vaschetta lasciatela costa un occhio dell testa (£1 la basic dove ci sono ben 100gr di foglie di insalata iceberg e basta, o £3,75 per 80gr di insalata, 4 olive e un po’ di formaggio). In compenso, la birra costa poco. La catena Wetherspoon in particolare ha prezzi piuttosto bassi. E anche il sidro si trova a poco e la scelta è infinita. Il vino invece è caro e tendenzialmente orrendo.

Ci si può mantenere con la borsa di studio? Dipende dalla borsa. Ci sono borse che coprono solo le tasse, altre che coprono le tasse e il mantenimento e quelle che coprono solo il mantenimento. Se ne può vincere anche più di una insieme, ma nel caso di una borsa solo tasse o di mantenimento minimo, no, non basta. Se considerate che un affitto costa sui £500, e volete mangiare in maniera sana e non solo cibo pronto, difficilmente riuscirete a vivere con 600 sterline al mese, ad esempio. Poi è tutto molto personale, magari c’è chi ha poche esigenze e riesce a vivere con poco ed è pronto a rinunciare alla vita sociale; le variabili sono infinite.
Io, ad esempio, in media spendo di spesa sui £200-£300 al mese (e sono vegetariana).

Ma si può lavorare durante il dottorato? No, scordatevelo. A meno che non facciate un dottorato part-time non potete lavorare più di 8 o 10 ore settimanali. Al massimo potete fare baby sitting o cose simili, ma non potete assolutamente avere un contratto di lavoro al di fuori dell’università. Questo non significa che se non siete ricchi non possiate venire a studiare qui, significa solo che in quel caso i tempi sono più lunghi poiché un corso part-time raddoppia gli anni di durata del corso stesso, ma permette allo stesso tempo di lavorare. Fermo restando che ogni corso di dottorato è a sé e che oltre al lavoro di ricerca ci sono anche seminari da seguire, se considerate la scelta part-time parlatene a fondo col potenziale supervisor.

Tirando le somme, Cambridge è una cittadina in cui si può vivere bene se si hanno le risorse. E’ pieno di ragazzi giovani, quindi per molti potrebbe essere l’ideale. La città di per sé è un gioiellino, tenuta molto pulita e curata dall’aspetto estetico. Ci sono vari musei spesso gratis e molti negozi fanno uno sconto del 10% agli studenti. Se vi piace l’idea di una città a misura d’uomo e non vi aspettate la quantità di offerte che può avere una Londra, ad esempio, Cambridge potrebbe fare per voi. Ci sono moltissimi italiani e d’estate si cammina a fatica per via dei turisti, ma è una delle città più carina dell’area. Occhio al clima: il vento arriva direttamente dagli Urali senza ostacoli ed è molto freddo. E grigio, il cielo è quasi sempre un velo grigio. Ma questa è l’Inghilterra.

 

(F)Utilities, PhD

C come Casa #2

Partiamo dalle basi: per chiunque si trasferisce in un’altra città/paese/Stato, avere un posto dove stare è una questione primaria. Ma quando ci si trasferisce, come si trova una casa?

Per gli studenti di Oxbridge la situazione è piuttosto semplice: il proprio college di appartenenza garantisce una stanza per il primo anno e generalmente è in grado di offrirla anche per i successivi. In alternativa, si può fare richiesta ad altri college; negli oltre 30 college di Cambridge, ad esempio, se ne trova sempre uno con una stanza vuota che sarà ben felice di affittare a un PhD student disperatamente alla ricerca di un tetto sopra la testa. Tuttavia, se avete un partner con cui volete vivere, o se semplicemente vi siete stufati di condividere la casa con persone che al 90% avranno standard di igiene più bassi dei vostri (o almeno voglio sperare), la cosa si fa più complicata.

Del condividere una casa inglese (leggasi: moquette ovunque) e dei problemi che possono sorgere dalla convivenza con altri studenti ne parlavo qui. Potete facilmente immaginare che, due anni di house sharing dopo, sono andata a vivere per conto mio. O meglio, sono andata a convivere con una persona con cui condivido ben più di una casa, il che mi rende incline ad accettare anche le sue abitudini peggiori (leggasi: spugna lasciata nel lavandino sotto la pila dei piatti da lavare).
La ricerca della casa nelle aree vicino Londra non è affatto facile. Prima di tutto, Londra, Oxford e Cambridge (nell’ordine) sono le città più care d’Inghilterra e i prezzi degli affitti lo dimostrano. A Cambridge, se volete vivere da soli, entrate nell’ordine d’idee che per un monolocale vi possono tranquillamente arrivare a chiedere £900bills excluded. Nei paesi limitrofi la situazione è più accessibile, ma se siete sulla linea ferroviaria che collega Cambridge e Londra, preparatevi a vedere cose inimmaginabili e prezzi assurdi.
Ma partiamo con le questioni pratiche. I principali siti su cui cercare stanze o case sono rightmove.co.uk e zoopla.co.uk – siti su cui le principali agenzie mettono ciò che hanno a disposizione (alcuni ads hanno la dicitura esplicita ‘student friendly’, anche se in genere si applica agli undergrad potrebbe essere più facile affittarli). Le case e le stanze vengono aggiunte giornalmente e tolte con anche maggiore rapidità. Capita spessissimo che un appartamento venga tolto nel giro di poche ore: la richiesta è tale che chi va a vedere una casa ci va con tutta la documentazione pronta per essere consegnata e firmare il contratto. Le decisioni vanno prese nel giro di pochi minuti, non c’è tempo né per pensarci troppo, né per vedere altre case e valutare quale piace di più (o meglio, c’è, ma più tempo passa, più sono alte le probabilità che qualcuno la prenda). Poi c’è la questione più importante (e frustrante): non ha importanza che tu possa permetterti di pagare l’affitto, sulla carta puoi essere perfetto, ma è il landlord che decide se ti vuole o meno. Una volta fatta domanda formale per la casa, l’agenzia inoltra al landlord tutte le richieste e questi decide quale tenant vuole. Su quali basi viene presa la decisione? Prima di tutto, dalla risposta che avete dato a domande standard quali: do you have any pets? Do you have children? Do you smoke? Ogni ‘yes’ alzerà le probabilità che la vostra domanda venga rifiutata. Poi c’è la questione cruciale dell’essere uno studente di dottorato. Nonostante infatti un dottorando non sia più uno sbarbatello (eccezion fatta per gli inglesi che escono dall’università a 21-22 anni), il landlord recepisce solo la parola studente. Nel modulo, infatti, bisogna indicare chi andrà a vivere nella proprietà e il rispettivo ruolo professionale di ognuno. In breve, il landlord vuole assicurarsi che possiate pagare e tenere la casa in condizioni decenti – leggendo la parola studente, tendono a mettere in dubbio entrambe le cose (e per questo una casa ‘student friendly’ può essere più facile da ottenere).

Cosa offre il mercato? Il mercato segue le leggi del profitto, e visto che la domanda supera largamente l’offerta, le agenzie sono in grado di chiedere prezzi spropositati. Ma iniziamo con qualche esempio. Una casa descritta come ‘2 bedroom’ significa che avrete una stanza dove poter infilare un double bed (che è molto più piccolo del nostro matrimoniale, leggermente più grande del nostro piazza e mezza) e se siete fortunati un armadio, ma non contate troppo sull’avere un comodino a ogni lato del letto. La seconda stanza varia di dimensioni, è sempre più piccola della master bedroom (o main) e può arrivare a non avere le dimensioni necessarie per un letto singolo (giuro!). I ‘1 bedroom flat’ dovrebbero corrispondere ai nostri bilocali, ma la cucina spesso è parte del lounge, in cui bisogna scegliere se metterci un tavolo o un divano, e la stanza ha sempre quel piccolo problema di dimensioni. E non dimenticatevi che il bagno – che in alcune case ha la moquette – generalmente non ha finestre. Certo, poi tutto dipende dalle aspettative di ognuno, da quello che significa ‘casa’ e da che tipo di persone siete. Una persona che a casa ci sta per dormire e basta, troverà soddisfacente lo spazio di 1 bedroom flat (ammesso che non abbia molti vestiti). Se cercate cose economiche, invece, tenete presente la regola massima: se costa poco ed è strategicamente vicino Londra, c’è la fregatura. Nello specifico, la casa in cui vivo ora rientra in questa categoria. Una splendida semi-detached house con finestrone vittoriane che di epoca vittoriana hanno anche i vetri; niente gas, efficienza energetica pari a zero, ma in compenso ampio spazio a (relativamente) poco prezzo. Dipende tutto dalle priorità di ognuno.

Quali sono i costi medi dei bills? Qui in Inghilterra bisogna pagare mensilmente la council tax, una tassa di residenza che fortunatamente non si applica agli studenti ma con cui bisogna fare i conti se si vive con qualcuno che non lo è. In genere si parla di circa £100 al mese. Un contratto di internet adsl base costa circa £25 al mese, l’elettricità sui £50 e l’acqua varia moltissimo. Ho notato che i monolocali spesso hanno tutto incluso, quindi se siete da soli o non avete bisogno di spazio, sono la soluzione più economica.

Detto questo, se siete un dottorando adulto che convive e non ama spazi ristretti e claustrofobici, preparati a una lunga e dolorosa ricerca, fatta di rifiuti e case ridotte in condizioni pietose proposte a prezzi che vanno dai £700 in su. Di recente, abbiamo visto un appartamento molto carino che aveva un buco sul soffitto per via di un’infiltrazione. ‘The landlord is aware of this and will be repaired’, ci disse l’agente – ma voi vi trasferireste in un appartamento del genere, sapendo che qui in Inghilterra le case sono costruite come quella dei primi due porcellini?

 

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PhD

D come Dottorato #6

Il primo anno di dottorato è carettrizzato dalla scoperta di cosa sia effettivamente un PhD. Infatti, come accennai in altri post in merito, cosa sia effettivamente un Dottorato è un qualcosa di estremamente oscuro fino a…diciamo la fine del primo anno. Idealmente, per una matricola, il Secondo Anno rappresenta il culmine della ricerca.

Mi immaginavo, un anno fa, che a quest’ora sarei stata lanciatissima, producendo ricerca degna di una tesi, partecipando a eventi altamente intellettuali contribuendovi con i miei ultimi risultati. Effettivamente sono lanciatissima, ma contro un muro.

Il Secondo Anno è terribilmente caratterizzato dal Second Year Blues, e quell’immagine ideale di ricercatore finamente sicuro di sé che avevi l’anno prima, viene sostituita dall’immagine reale di te, a guglare cose come ‘quitting your PhD’, ‘Life over Academia’ e ‘I just want to give up this stupid PhD and move on with my life’. E la cosa peggiore, è che un blues come quello che stai avendo tu, non lo ha avuto nessuno! E tutti i tuoi colleghi, in genere ben più avanti di te, se non già “dottorati”, non fanno che dirti che sì, ci sono passati, ma andrà meglio. Ma ogni ricerca ha il suo specifico momento di crisi, e tu hai forti dubbi che la tua supererà questo ennesimo test, ovvero una risposta positiva alla costante domanda “ne varrà la pena?”. Perché, parliamoci chiaro, la vita da dottorando fa schifo. Devi combattere ogni giorno con richieste di funding e i conseguenti rifiuti (a detta del mio supervisor stiamo su un successo del 10% – io sono ancora ferma allo 0%); gestire contemporaneamente: la tua ricerca*, le richieste di fondi, le application per le conferenze, i paper per le conferenze, le richieste di fondi specifici per partecipare alle conferenze, i training per dottorandi, i meeting con il supervisor e – last but not least – tentare di pubblicare articoli su periodici rilevanti. Nel frattempo sarebbe anche carino provare ad avere una vita sociale e, perché no, mantenere i contatti con quella cosa chiamata “famiglia” e che vive in un altro stato. Perché per chi non è dentro quest’orribile viaggio chiamato PhD, è facile chiedersi come mai sei sparito, e perché non riesci a trovare tempo per stare su Skype. E non è facile fargli capire che avresti bisogno di una giornata di almeno 48 ore, e che a volte vorresti solo dormire tutto il giorno per dimenticare quanto la tua ricerca sia in un momento di stallo. La strada verso il Dottorato è lastricata di frustrazioni, rifiuti e fallimenti. Questo però, quando inizi, mica te lo dicono. Lo devi scoprire sulla tua pelle. E sentirti anche privilegiato, perché, in fondo, noi dottorandi abbiamo grandi privilegi. Io, ad esempio, oggi sono qui a scrivere sdraiata a letto (emulando Irene Brin nella speranza che ciò mi porti una certa ispirazione) mentre il proprietario del pc da cui scrivo sta lavorando e passerà la domenica chiuso in un impianto. L’autonomia di lavoro è qualcosa di magnifico. Il non dover render conto a (quasi) nessuno dei propri orari è un privilegio non da poco. E anche poter fare un dottorato invece che continuare a fare volantinaggio o rispondere al call centre di una pizzeria è un dono non da poco! Però questo non vuol dire che sia facile. Noi PhD all’estero non stiamo facendo un Erasmus, non passiamo le nostre serate a fare toga party o a visitare ogni angolo del paese in cui ci siamo trasferiti. Come se le quotidiane difficoltà del nostro lavoro non fossero abbastanza, dobbiamo anche sentirci dire che siamo solo fannulloni parcheggiati all’Università; abbiamo addosso il peso dell’idea che fare un dottorato è meglio di niente, che è una buona soluzione alla disoccupazione di noi giovani d’oggi. No, non è così. Se in questo momento potessi tornare indietro, forse questo viaggio chiamato PhD non lo intraprenderei. Perché quando ero ancora in Italia, illusa neolaureata, a lavorare per una pizzeria di quartiere sicuramente non vedevo riconosciuti i miei titoli di studio, ma avevo una vita molto più serena e con meno preoccupazioni. Un dottorato è pieno di grandi responsabilità, prima fra tutte l’investimento che si sta facendo su se stessi (spesso un investimento anche economico). E poi c’è questo maledetto Second Year Blues. Non resta che sperare in un Terzo Anno migliore.

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*ricerca che comprende: trovare articoli/libri/trattati/documenti rilevanti, ovvero ricerca d’archivio – che può anche risultare in settimane e settimane di lavoro assolutamente inutile e irrilevante; produzione scritta – la tesi non si scrive da sola e il tuo supervisor vuole verificare che tu stia andando per la strada giusta!; continuo editing, soprattutto per chi scrive una tesi in una lingua che non è la sua – il che apre la porta a infinite altre difficoltà da superare (ma del disagio linguistico ne parleremo un’altra volta…)

PhD

D come Dottorato #5

Passato quasi un mese di vacanza e di disintossicazione dopo due mesi di intenso e logorante lavoro, sono finalmente in grado di scrivere del mio first year report senza avere una crisi di nervi.

Ma partiamo dall’inizio.

Il first year report è quello step necessario per ogni dottorando del Regno Unito. Si tratta di un report, appunto, che a Cambridge viene stilato dal supervisor e da due examiners, e che sancisce la fine del periodo di prova (probationary) e l’ufficializzazione dello status di candidato per il PhD. Insomma, un passo importante che decide se sei in grado di andare avanti o meno. E che in parole povere significa presentare parte della propria ricerca, un 10-15000 parole che dimostrino che siete a) in grado di scrivere in inglese accademico, b) di portare avanti la ricerca che avete proposto ormai più di un anno prima e c) di reggere il carico di lavoro. Che si traduce in notti insonni a scrivere e riscrivere il capitolo che appena rileggete a distanza di pochi giorni vi viene voglia di buttare nel cestino, e non solo in quello virtuale.

Insomma gli ultimi mesi a Cambridge, caratterizzati dalla English Summer fatta di massime di 15 gradi e pioggia a dirotto, sono stati per me caratterizzati dalla scrittura compulsiva, a volte insensata, del mio primo capitolo. Ormai al solo leggere nomi di alcuni scrittori contemporanei che firmarono gli articoli di cui mi occupo, inizio a piangere sommessamente.
Dall’inizio del terzo – e ultimo – term del primo anno ho attraversato diverse fasi. Quando il mio supervisor ha iniziato a dirmi di cominciare a scrivere sono partita carica, con ogni parte di me che entusiasta gridava celapossiamofareee. E’ bastato molto poco per cadere nello sconforto del “nulla ha senso” e “non so cosa scrivere, magari descrivo il taglio di capelli del redattore così allungo un po’”. Alla consegna della prima bozza mi son detta che in fondo ci potevo riuscire, vaga speranza crollata dopo le prime correzioni del mio supervisor. Come forse già accennai, la mia guida accademica e spirituale è puramente british. Sotto ogni punto di vista. Il che significa che ha un modo tutto suo, sempre estremamente polite, per dirmi che quello che scrivo non va bene, che fa schifo, che bisogna rifare tutto da capo. Così, dopo lacrime e lacrime versate su quel maledetto scomodissimo materasso fornitomi dal college, mi sono rimboccata le maniche e ho ricominciato a scrivere il capitolo a venti giorni dalla consegna. Mandata la prima metà, ero sicura che avrei fallito. Idea che è diventata quasi una speranza a cui ho iniziato ad aggrapparmi quando il supervisor ha rimandato insieme la bozza della bozza dicendomi che era da rifare. Se non superavo il primo anno e mi buttavano fuori, in fondo, non avrei più dovuto preoccuparmi. Insomma, a dieci giorni dalla scadenza dovevo ancora scrivere le mie diecimila parole, preparare un paper per la mia prima conferenza e organizzare gli eventi estivi del college – perché nel frattempo, non avendo niente da fare, mi sono fatta coinvolgere nel comitato della comunità dei graduates del mio college, e a giugno si è in piena May week e tutti i party da organizzare non hanno alcuna pietà per la tua deadline.

Poi non so cosa sia successo. Sarà stato il caffè solubile Sainsbury’s basic, sarà stato il caldo che non arrivava, la forza della disperazione, Leo Longanesi che ormai mi appariva anche in sogno; qualsiasi cosa sia accaduta, sono riuscita a consegnare tutto in tempo. Non solo ho consegnato oltre 10,000, ma sembrava anche che messe insieme avessero un senso. Non fraintendetemi, ho continuato a piangere a ogni email del supervisor che insisteva con la structure che doveva essere più chiara, con il dover pinpoint il mio argument che a quanto pare continuava a essere troppo poco esplicito etc. Però ci sono riuscita. La mattina prima della conferenza ho inviato tutti i documenti, poi sono andata a Reading a incontrare un sacco di gente così piena da sé che ancora non so come facciano a non scoppiare, ho esposto parte della mia ricerca per la prima volta in assoluto e di fronte al massimo esperto del campo – che era ovviamente anche il mio examiner che incontravo per la prima volta-, ho scoperto che gli inglesi si suicidano lanciandosi sotto i treni veloci e in 5 ore e 7 treni diversi ero finalmente a Cambridge, senza dover far altro che traslocare. Sommersa dagli scatoloni, con una tonsillite che è diventata una splendida laringofaringite, sono giunta al giorno del mio mini viva, ovvero un piccolo informale incontro con due esaminatori che hanno il compito di farti a pezzi, attaccandoti da ogni angolo. Ovvero, fornirti un feedback sul tuo lavoro. Senza voce e con una tosse che neanche un fumatore accanito, ho difeso le mie scelte e il mio argument di fronte al massimo esperto e a un professore interno, che guardava più l’orologio che me. Insomma, una passeggiata che mi ha dato nuovi spunti per il mio lavoro e mi ha fatto tornare la carica. Non c’è sensazione più bella della propria ricerca che prende forma e direzione, il cui senso viene riconosciuto da gente di cui studi i libri.

E poi, di fronte a un trasloco, al dover mettere ogni cosa – comprese pentole e lenzuola e asciugamani e libri – in due miseri scatoloni che non sono neanche rettangolari, difendere la propria tesi è un gioco da ragazzi.

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T come Term

E’ venerdì sera, primo maggio. Un giorno lavorativo come un altro.

Sì, avete letto bene. Primo maggio, un giorno lavorativo come un altro. Perché qui nel Regno Unito si festeggia la Early May Bank Holiday, il giorno dei lavoratori. Come il nostro, solo che loro lo festeggiano il primo lunedì di maggio. Mica scemi, visto che non si sa mai di che giorno cade. Dovesse essere una domenica, finisce che non si festeggia. Si vede che negli anni ’70 i sindacati inglesi sapevano il fatto loro. Certo, poi i britannici hanno eletto la Tatcher, ma il Regno Unito non è chiamato Perfida Albione per nulla, no?

Ma non siamo qui per parlare di bank holidays o pessima gestione governativa di cui ancora paghiamo lo scotto, no? No, appunto.

Siamo qui perché questo è l’ultimo term dell’anno, l’Easter Term, il più breve. Ci si avvicina alla fine, miei cari lettori. Per molti significa lasciare Cambridge, dopo i nove mesi di MA o MPhil (rispettivamente un Master con esami e lezioni e un Master di ricerca, detta terra terra). I legami qui a Cambridge sono molto fugaci, tutto corre, anche le connessioni che si stabiliscono con le persone. Magari un giorno ti ritrovi a passare dal guardare con invidia gruppi di persone con una cassetta di birra che si dirigono a passare un venerdì sera tutti insieme appassionatamente, a essere uno di loro. E poi? Poi non fai in tempo a costruire un legame solido, oltre la superficie, che già inizi a salutarli.

Io ho già iniziato a salutare, partendo dal mio coinquilino siriano Alaa. L’unico pulito in questa casa, a parte me ovviamente. Una di quelle persone che si possono definire davvero genuine. Non mi viene in mente neanche una cosa negativa su di lui, neanche contro la sua padella con strato di pesce annesso che lasciava ammollo tutta notte e mi ritrovavo nel lavandino il giorno dopo. Una bella persona che mi ha fornito uno sguardo con la Siria che mai avrei immaginato. Se ne è andato a Manchester, Alaa. Neanche ha fatto il suo viva che già ha iniziato a lavorare.

Cavolo, nel mondo scientifico tutto è davvero possibile.

Io invece sono qua, di venerdì sera, nella mia stanza, dopo una giornata passata a vegetare. Ho avuto questa brillante idea di entrare nella squadra di rowing – un cliché, lo so – e quindi stamattina la mia sveglia ha suonato alle 5,45. Eh sì, perché l’allenamento sul fiume si fa la mattina presto! Anzi anzi che adesso quando esco c’è la luce e non si forma il ghiaccio sul cancelletto del remo. Che non è neanche il fatto che ti si spaccano le mani e si congelano i bronchi a causa del gelido, umido, inverno inglese. E’ che poi ci metti due ore a svitare la vite e togliere il remo. Insomma, dopo aver remato sotto la piogga – ma che ve lo dico a fare – il vento gelido e la neve, ti pare che smettevo di allenarmi proprio ora che viene il “bel” tempo?!

E quindi niente, ho passato tutto il giorno come un’ameba sdraiata sul letto a giocare a giochini per cerebrolesi e leggere pigramente articoli da una decina di libri. Però ho scritto ben una frase. Quindi mi sono sentita autorizzata a festeggiare non cucinando e facendo invece fuori un pacchetto di kettle chips salt and balsamic vinegar. E di non uscire. Per la prima sera a settimana, ho deciso che resto a casa a poltrire.

Come? Ho poltrito tutto il giorno? Sì, vero. Ma oggi è primo maggio, in Italia non si lavora.

PhD

C come Casa

E come Coinquilini.

Dopo una brevissima fuga nel mio caro vecchio accogliente Bel Paese, son tornata nell’East Anglia.

Ripresa la mia fedele brand new abandoned bike, con cui i rapporti migliorano quotidianamente, in meno di venti minuti son arrivata a casa. Park Parade, splendida strada di fronte al Jesus Green, uno dei parchi più belli di tutta Cambridge. Quello che bisogna attraversare per arrivare al fiume, il River Cam, su cui gli studenti di Cambridge si allenano in barca (sì, persino io!).

Devo dirlo, ormai sono quasi cinque mesi che vivo in questa casa, ma l’impatto con il suo odore è sempre letale. E’ la moquette, la moquette ovunque, che assorbe e riproduce odori e polveri. Certo, l’odore adolescenziale dell’occupante del pianterreno non aiuta, ma l’odore della moquette è inconfondibile. Caratteristico della maggior parte delle case inglesi. Questa fissa per la moquette, giuro, non la capirò mai. “It’s soft and warm”, dicono loro. Anche il parquet lo è, dico io. E non puzza neanche. E non accumula polvere su polvere.

Poi, la cucina. Luogo essenziale della casa che riserva sempre le migliori sorprese. Come la spugna per i piatti, immancabilmente intrisa di cibo. Potete immaginare la sensazione che si prova ad andare a lavare le pentole e trovare la spugna piena di riso. O pesce. Che son le cose maggiormente cucinate in questa casa, dopo le patate.

Ma la cucina non è solo il luogo in cui si tratta il cibo. Non per gli inglesi. No! Per loro il lavandino è il luogo ideale dove togliere l’eccesso di fango ed escrementi di cavallo dai pantaloni prima di metterli in lavatrice. Ma ancora meglio, è il posto adatto alla pulizia delle scarpe totalmente immerse nelle suddette feci. Messe poi ad asciugare insieme ai piatti, ovviamente. Le scarpe, non le feci*. Quelle sono rimaste nel lavandino.

Sarà il fatto che in cucina ci sono anche lavatrice ed asciugatrice, ma il ripiano viene utilizzato anche come deposito di vestiti sporchi. Abiti che ovviamente hanno prima stazionato per giorni per terra, sulla moquette. Poi, ovviamente, c’è il caso che ci si dimentichi un paio di mutande.

Così, mentre cerchi di preparare qualcosa di appetibile, i boxer di qualcuno ti guardano dal ripiano su cui in teoria dovresti affettare le verdure, e ti tengono compagnia*.

Il tavolo, poi, è assolutamente perfetto per appoggiarci le scarpe prima di infilarsele e uscire. Sì, perché gli inglesi hanno la fissa di camminare scalzi. Sarà che la lurida moquette è tanto soft and warm, fatto sta che loro le pantofole non sanno cosa siano. E neanche il tavolo, evidentemente.

E se trattano così la cucina, immaginatevi il bagno!

Come dicevo, oggi son tornata dopo una breve fuga nella pulita casa natale. Ed ecco che trovo la mia pentola, la mia unica e amatissima nonché essenziale pentola, messa nel catino delle “stoviglie abbandonate sporche”, piena di una poltiglia fatta di riso e una pappetta rosa-arancio.

Ho fatto spazio nel mio armadietto, e ci ho ficcato la mia pentola. Pulita.

Ah, casa.

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