PhD, Post PhD

D come Dottorato #11

Dopo aver abbandonato il blog per un po’ per impegni lavorativi (per fortuna!), ho deciso di tornare su queste pagine con un tema che nell’ultimo anno è diventato una questione urgente per ogni ricercatore: come portare avanti una ricerca in piena pandemia, con archivi e librerie chiuse? Indubbiamente la grandezza del problema varia a seconda del tema della ricerca, soprattutto per la mancanza della digitalizzazione di moltissime risorse (una questione spinosa in Italia, dove un patrimonio ricco come quello dell’Archivio di Stato si sta deteriorando e perdendo a causa della cronica mancanza di investimenti nella cultura). Tuttavia, in questi mesi di lockdown e chiusure generalizzate, portare avanti la ricerca si può.

Prima di tutto, le risorse delle librerie universitarie offrono una serie di informazioni molto utili per la ricerca. Tra risorse digitali e reindirizzamenti verso lidi più prolifici, è sempre un ottimo punto di partenza. Spesso i dottorandi, o i postdoc, e comunque in generale tutti i ricercatori affiliati a una università, hanno accesso gratuitamente a una serie di archivi online, soprattutto di articoli e riviste scientifiche (primo fra tutti JStor, ma anche Taylor&Francis etc.). Sfortunatamente per chi fa ricerca senza essere ancora affiliato a una università l’accesso a tali risorse è limitato ma non impossibile. Sempre JStor offre infatti la lettura gratuita di ben 100 articoli (!). Non si possono scaricare, ma almeno si ha l’accesso ad articoli che, diciamolo, in un momento di stallo possono essere un’ottima risorsa per costruire la propria literature review e mappare la ricerca esistente sul tema da noi scelto.

Un’altra risorsa piena di sorprese e accessibile a chiunque è archive.org, un vasto archivio digitale dove è possibile trovare risorse gratuite da scaricare o da consultare. Infatti, una risorsa ancora poco sfruttata è quella del prestito bibliotecario virtuale. Molte biblioteche e archivi digitali hanno infatti a disposizione molti libri in formato digitale che è possibile prendere in prestito proprio come un libro fisico. La Biblioteca Nazionale Centrale di Roma ha una collezione digitale facilmente consultabile online (qui), ma non è la sola. Per fare una ricerca sul patrimonio digitalizzato è possibile consultare il catalogo di Internet Culturale, che come scritto nel sito, è un ‘aggregatore di repository digitali sparsi sul territorio italiano appartenenti a biblioteche di varia provenienza e specializzazione’. C’è poi MLOL, anch’essa provvista di un catalogo di ricerca integrata per consultare le risorse digitali delle biblioteche italiane. E queste sono solo alcune delle risorse disponibili! Spesso le biblioteche hanno delle emeroteche digitali, dove è possibile consultare quotidiani e settimanali d’epoca, risorse per me essenziali durante il dottorato, quando i viaggi in Italia non sempre coincidevano con le mie esigenze di ricerca!

In lingua inglese, poi, il panorama è ancora più ricco. La prima biblioteca digitale da citare è la World Digital Library (nata sull’iniziativa del Congresso degli Stati Uniti e dell’UNESCO), seguita dalla European Digital Library, la quale contiene risorse di vario tipo facilmente consultabili. Project Gutenberg è forse una delle piattaforme più conosciute in cui trovare centinaia di libri privi di copyright da poter consultare e scaricare. Simile al Project Gutenber c’è Public Domain, in cui si possono trovare anche molti saggi, tutto senza problemi di copyright e pertanto liberamente scaricabili. La Open Library è un’altra risorsa molto ricca e utile, affiliata al già menzionato archive.org, dove si possono prendere in prestito libri digitali in maniera del tutto gratuita. Persino Getty Images ha una sua libreria digitale, comprensiva di libri Open Access (è possibile consultare il catalogo qui).

Nonostante tutte queste risorse non siete riusciti a cercare ciò che vi serviva? Non disperate, si può ricorrere al metodo più antico del mondo: chiedere. Vi stupirete di quanti studiosi saranno felici di condividere i loro articoli (o addrittura i propri libri) per aiutarvi nella ricerca. Chiedendo in maniera cortese ma diretta riuscii ad ottenere durante il mio dottorato la digitalizzazione di intere annate di una rivista, due libri in formato pdf, e una serie di articoli! Non siate dunque timidi, per uno studioso poter diffondere la propria ricerca è un piacere, ed è anche gratificante sapere che tutta quella fatica sia valsa a qualcosa. Infine, vale la pena tentare una ricerca su academia.edu, in cui si possono trovare non solo pdf di articoli caricati dagli autori, ma è anche possibile fare richiesta di pubblicazione di specifici articoli (caricati a discrezione degli autori!).

Fortunatamente anche in questo periodo di pandemia in cui molti di noi non possono uscire di casa e le biblioteche sono chiuse, la ricerca può continuare grazie alla digitalizzazione di molte risorse. E se poi proprio non abbiamo la testa per continuare la nostra ricerca, possiamo sempre prendere in prestito un bel romanzo!

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Credits: Charles Schultz Museum

Pensieri & Parole

O come Ottimismo

Ripensavo ultimamente alle cose della vita. Non perché io stia entrando nell’ultima settimana di lavoro prima di essere risucchiata nuovamente dalla disoccupazione, o perché la mia vita al momento sembrano pezzi spaiati di puzzle cubisti, ma così, in generale, perché ogni tanto la riflessione chiama e la mente risponde.

Così, guardando il mio twitter feed mi sono resa conto di quanto siamo pessimisti, noi trentenni, sconfitti dalla società che ci vuole poveri millennials. E dico poveri in senso concreto, non metaforico. Tra improvvisati virologi, il totolockdown per settembre, le polemiche, le guardie che invece di proteggere spacciano, il mio mondo virtuale è una finestra sulle cose che non vanno nella nostra vita. Ogni tanto, per quanto mi riguarda, lo è anche il mio blog.

Oggi, però, mentre sudavo ogni goccia di liquidi presenti nel mio corpo nel caldo torrido di un’estate romana poco cinematografica, mi sono sentita leggera, e anche un po’ felice. Sarà stato lo Spritz con una nuova amica, sarà stata una vecchia amicizia che si è fatta sentire da oltreoceano, sarà che ho fatto pace con il più caro amico che ho (e come lui non mi fa arrabbiare nessuno!), sarà stato lo Spritz, ma insomma, il punto è che in questo caos si può anche essere felici. Perché la felicità sta nelle piccole cose, nello Spritz – ho già detto Spritz? – e, comincio a pensare, nelle scelte coraggiose. Ci vuole coraggio a vivere e a non lasciare che la vita ci scivoli addosso. Così vorrei dire ai miei sparuti lettori di prendere coraggio, di fare quelle scelte di vita che sembrano folli. Seguire il cuore, prendete coraggio, vivete d’impulso! Scrivete alla persona a cui ancora pensate, prendete coraggio e rischiate un rifiuto, dichiaratevi! L’amore è cosa rara, non lasciatevelo scappare senza averci provato!

E fatelo quel dottorato, metteteci tutta la passione che avete, mettetecela tutta (senza farvi venire un crollo nervoso) e godetevi la vostra ricerca!

Male che vada, avrete qualcosa di nuovo di cui lamentarvi e con cui conquistare i social media.

Balcone crollato

PhD

D come Dottorato #10

Quanto in fretta cambiano le cose durante un dottorato, soprattutto in un ambiente universitario come quello di Oxbridge. Non solo cambiano le case, i coinquilini, le abitudini, gli studenti a cui insegni, ma soprattutto cambiano la ricerca, le aspettative accademiche, le preoccupazioni future. Ricordo ancora uno dei primi training universitari ‘get the PhD started’, quando ci dissero che non è mai troppo presto per pensare al post-dottorato. Cercare post-doc sembrava allora qualcosa di assurdo, così lontano che il consiglio ‘non è mai troppo presto per pensare e organizzare le domande’ sembrava folle. Come potrei concentrarmi sulle domande di post-doc quando ancora non ho iniziato a organizzare il mio dottorato?

Beh, avevano ragione. Ma su questo ci tornerò più avanti.

La fine del dottorato è caratterizzata principalmente da due fattori: ANSIA e  TERRORE.

Ansia perché le persone intorno a te insistono col dire ‘ah quindi hai finito! Complimenti’, quando ancora non hai neanche iniziato a mettere insieme la bibliografia né riletto tutti i capitoli uno dietro l’altro.*

Terrore perché chiunque ti chiede ‘e cosa farai dopo?’ e tu neanche sai cosa farai tra un paio d’ore, perché la lista delle cose da fare per finire la tesi è talmente lunga che vorresti solo piangere.

Il quarto anno – che qui è common practice ed è il writing up year – è come un tunnel di cui non vedi la fine. Ogni tanto intravedi la luce, ma presto ti rendi conto che era solo frutto della tua immaginazione.

Però.

Però a un certo punto ti ritrovi a fare incubi sulla discussione, o su feedback esterni che ti dicono ‘dovresti lavorarci su almeno altri 6 mesi’, o sull’avere il lapidario giudizio: ‘rewrite and resubmit’, un gradino sopra il fail. Ed è quel momento che ti rendi conto che la fine tutto sommato è vicina. Che devi metterti alle spalle i rifiuti alle domande di post-doc collezionati nel corso degli ultimi mesi. E ti trovi a pensare agli acknowledgments, e guardando indietro ti rendi conto cosa è stato realmente questo dottorato, un incredibile momento di crescita personale (e professionale) che ti ha reso una persona completamente diversa (in meglio o in peggio, questo è ancora tutto da vedere).

Quindi non disperate: sembra infinito, lacrime e frustrazione sono all’ordine del giorno; pensieri come ‘ma chi me l’ha fatto fare’ sono il mantra di ogni dottorando. Nella disperazione e frustrazione, noi dottorandi siamo tutti sulla stessa barca. Cerchiamo solo di non affondare.

http://www.phdcomics.com: una delle migliori risorse per ogni dottorando.

 

*Bibliografia: ascoltate il mio consiglio, iniziate a compilarla dal primo giorno. Era una delle cose che mi ero ripromessa di fare e che ovviamente non ho fatto. Provo tanta di quella frustrazione nei confronti della me del passato che se potessi tornare indietro la prenderei a schiaffi. Aggiungo anche di non affidarsi troppo a meravigliosi programmi come zotero: sono utilissimi, ma anche un’arma a doppio taglio. E se siete svampiti come me e vi ritrovate con un HD bruciato nel bel mezzo del vostro dottorato, e a non ricordare minimamente i vostri dati di accesso, si rivelano solo un’enorme perdita di tempo. Prevenire è meglio che curare!

PhD

D come Dottorato #9

O meglio, ‘P come Procrastinazione’, visto che invece di lavorare sono qui a scrivere.

Quattro mesi sono passati dall’ultimo post, e a me sembrano due giorni. Il lavoro di studente del terzo anno assorbe ogni energia e pensiero finché non si arriva al momento del rifiuto totale per la propria tesi. Che è più o meno il punto dove mi trovo io ora, proprio quando dovrei – in teoria – vedere la luce alla fine del tunnel.

La mia tesi è composta di 4 capitoli: 1 introduttivo e 3 di ricerca sui case studies. Ecco, il grosso della ricerca è fatto, e ora mi trovo alle prese col grosso capitolo introduttivo, altrimenti noto come ‘questa cosa lì la metterò dopo nel capitolo 1’. Mi ritrovo perciò a fare i conti non solo con tutte le questioni aperte negli altri capitoli, ma anche a dover finalmente definire la research question e il mio approccio. Addio libertà di esplorare, addio potenzialità: la tesi prende una forma definitiva. Ed è una cosa spaventosa. Un po’ come quando finito il liceo si sceglie l’università e mano a mano ci si specializza e si dice addio a tutti quei grandi progetti. ‘Diventerò una filologa’, ‘mi specializzerò in genetica’, ‘studierò l’origine della dittatura dominicana’, ‘analizzerò l’influenza degli Stati Uniti nella politica degli stati Sudamericani’ e tutti gli altri grandi sogni di gloria mi salutano mentre mi appresto a dire addio alle infinite possibilità di ricerca e accolgo la ricerca ben definita in una strattura metodologica e interpretativa. Struttura che oltretutto deve essere solidissima, a prova di examiners, per capirci.

Preparatevi quindi al terzo anno, in cui la domanda ‘quando finisci?’ o l’ancor più irritante affermazione ‘dai, ormai hai finito’ sono il leitmotiv portante di questa esperienza. Dunque, come sopravvivere al terzo anno? Prima di tutto, senza guardare il calendario. In termini di ricerca il tempo è veramente relativo, e visto che in due giorni particolarmente produttivi si può recuperare il tempo perso in due settimane – ad esempio – smettere di guardare il calendario e seguire la corrente può essere una salvezza. Certo, pianificare è cruciale, ma bisogna anche tener conto che la ricerca e la scrittura sono processi creativi che hanno bisogno del loro tempo. Quindi sì alla pianificazione, ma no all’autoimposizione di ritmi da ufficio: ‘oggi lavoro 5 ore piene senza distrazioni’ può scontrarsi con l’aver fatto le 2 di notte a leggere dei saggi (o a giocare al computer per staccare un po’, per dire). ‘Domani vado in biblioteca alle 9’ si può scontrare con la storm Dory che blocca tutti i treni, per fare un esempio. Insomma, bisogna essere flessibili e accettare che a volte non si riesce a essere produttivi*, pena una frustrazione infinita che causa un rifiuto assoluto nei confronti della tesi e crea un circolo vizioso risolvibile solo con un bigietto di sola andata per i Caraibi.

A volte, però, non si può assecondare i propri ritmi perché ci sono un numero di parole da consegnare, capitoli e sezioni da finire, tempi da rispettare. Come fare in questi casi? La mia soluzione è fare una lista delle cose da fare e, soprattutto, dare loro la giusta priorità che hanno. Poi, per partire, mi do mezz’ora in cui siamo solo io e il documento su cui sto lavorando – niente telefono, email, internet. Solo Mozart, che si dice aiuti la concentrazione ed è un eccellente placebo. In genere, dopo questa mezz’ora forzata di concentrazione – in cui se mi viene l’urgenza di consultare o cercare altre cose, le annoto su un foglio anziché interrompere il flusso di concentrazione che mi sto imponendo – inizio a lavorare senza problemi. Prendo il ritmo, ecco. A volte invece non c’è verso: ho il rifiuto. Come oggi, ad esempio, che passata mezz’ora di concentrazione, rilette le 2000 parole scarse del nuovo capitolo che avrei dovuto consegnare la settimana scorsa, ho staccato tutto e sono qui a scrivere. La mia lista delle cose da fare (scrivere 500 parole, organizzare il lavoro, andare a comprare acqua e carta igienica) mi guarda con aria colpevolizzante. E visto che è già ora di pranzo, non resta che attenermi alle priorità.

Vado a comprare la carta igienica.

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*produttività è una parola che odio. Qui tutti parlano in termini di produttività, ma la ricerca è un processo creativo che a volte ha bisogno di tempo e spazio per crescere e prendere forma, un processo che non sempre si può quantificare. L’idea di essere produttivi in ambito accademico (e specialmente di ricerca) incatena il pensiero e adatta la creatività a principi economici che ne svalutano il valore, appunto, creativo. Dunque suggerisco di essere più gentili con noi stessi e avere più amore per la ricerca, e accettare che non siamo macchine e ci sono dei giorni che il nostro cervello semplicemente lavora più piano, che ci sono momenti in cui non troviamo l’informazione che ci serve per andare avanti rapidamente. Nell’intenso viaggio che è il dottorato, la tesi è solo la punta dell’iceberg di una ricerca fatta di piccoli passi.

PhD

D come Dottorato #8

E’ successo.

L’altro ieri sono andata alla prima graduate supper dell’anno (ovvero: cena semi-formale in college organizzata dal college per far conoscere tra loro i vari membri della comunità dei graduates), e non solo mi ha ricordato che e il primo term è agli sgoccioli, ma mi ha sbattuto in faccia il mio nuovo status di PhD student al terzo anno. Non so se vi rendete conto: terzo anno, ufficialmente l’ultimo anno (anche se qua il quarto – il writing up year – è automatico). L’anno in cui devi finire la tesiFINIRE LA TESI. Roba che io sono ancora indecisa sul titolo, figuriamoci finire.
Ma torniamo alla grad supper.
Seduta di fronte a me, una ragazza cinese al suo primo anno di dottorato esprimeva la sua ansia per l’assoluta confusione dell’argomento della sua ricerca. E mentre mi comunicava, ridendo nervosamente, i suoi dubbi sul suo dottorato, mi sono ritrovata a dirgli di stare tranquilla, che è normalepart of the process. Eppure, lo giuro!, era ieri che, seduta al suo stesso posto, facevo le stesse osservazioni agli altri dottorandi più avanti di me. Era ieri che nel mio inglese insicuro balbettavo dubbi riguardo alla mia ricerca, alla tesi che non aveva neanche forma nella mia test; e invece oggi mi ritrovo ad aver inviato il capitolo per l’ultimo dei miei tre case studies, 61 pagine e 18milaequalcosa parole. E ad aver presentato la mia ricerca di fronte a tutti gli altri graduates del college, improvvisando la presentazione con il sostegno di alcune slide preparate in fretta e furia il giorno prima, tra la correzione di un compito e la scrittura di un abstract per una conferenza.*

Il dottorato è così: ti cambia profondamente senza che tu te ne accorga. Cioè, le ansie restano tutte, non fatevi illusioni. Tipo l’ansia per ogni mail ricevuta dal supervisor, quella resta tutta. Anzi, forse aumenta pure, perché ti chiedi chissà cosa pensa dopo tre anni di lavoro insieme. Ma sulle ansie di un dottorando rispetto al proprio supervisor dovrò dedicare un post a parte.

Insomma, questo breve post è solo per incoraggiare tutti gli aspiranti dottorandi, e quei dottorandi che hanno appena iniziato e si sentono completamente persi: non preoccupatevi, è normale, is part of the process. Ah, e anche l’improvvisa comparsa di capelli bianchi è part of the process. Rassegnatevi.

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*un grazie al meraviglioso uomo che mi ha incoraggiata nonostante io gli abbia urlato varie volte, lacrime agli occhi incluse, ‘tu non capisci!‘ dopo aver provato la presentazione e non essere riuscita a fare un discorso coerente. Ebbene sì: anche le crisi isteriche sono part of the process.

PhD

D come Dottorato #7

Settembre 2016. Siamo ormai alla vigilia dell’inizio del terzo anno di dottorato.
Articoli scritti sul blog a proposito del dottorato: 7.
Articoli scritti mentalmente a proposito del dottorato: più di un milione.

13 Settembre 2016. 11 giorni al pullman che in sole 4 ore mi porterà a Oxford per una conferenza. 16 giorni alla conferenza che ho organizzato con l’unica PhD non fuori di testa che sono riuscita a incontrare a Cambridge. 21 giorni all’inizio del Michalemas Term e, ufficialmente, del mio terzo anno.

Cosa comporta essere uno studente del terzo anno? La risposta è molto semplice: ANSIA. Quando sei nel tuo ultimo anno – teorico – le persone intorno a te pensano che tu ormai abbia quasi finito, che manchino gli ultimi ritocchi. Ebbene, non si potrebbe essere più lontani dalla realtà. Infatti, non solo qui in Inghilterra in generale, e a Cambridge in particolare, il 4° anno di dottorato è scontato, ma nel terzo non potresti essere più lontano dalla fine. Ho conosciuto PhD candidates che nel loro quarto anno dovevano ancora iniziare a scrivere la tesi. E per iniziare intendo letteralmente iniziare. Certo, in sciences è più comune, noi nel tanto denigrato campo delle humanities scriviamo dal giorno 1, ma all’inizio del mio terzo anno, con oltre 40000 parole scritte (e un limite massimo di 80000 note incluse, ahimè) ci si sente comunque in alto mare. Certo, la tesi prende forma, ma da qui ad avere un senso compiuto ce ne manca.
‘The chapters need to talk to each other’, ‘it doesn’t flow’, o ‘you need a better structure’ sono i commenti più noti a ogni dottorando oltremanica. Commenti che nel PhD student suscitano un’unica domanda, dal sapore esistenziale: ‘ma che vor dì?’. Sì, vabbè che i capitoli debbano essere tra loro collegati e formare, nell’insieme, un discorso coerente ci sta pure, ma vi giuro che ‘sto flow è una spada di Damocle pronta a uccidervi il dottorato. La struttura anglosassone dopo un po’ la si comprende, una noiosa ripetizione di ciò che stai per scrivere, di ciò che stai scrivendo e ciò che hai scritto che – in teoria – prende per mano il lettore e lo guida nel vostro ragionamento, ma il flow è un po’ come il buco della ciambella: essenziale, ma invisibile. In poche parole, e dopo attente riflessioni, sono giunta alla conclusione che si tratta di una pura e semplice supercazzola. Essenziale, ma invisibile, il flow è centrale nel quarto anno.

Ma sto bruciando le tappe, parlavamo del terzo.

Per affrontare il terzo anno, l’ideale è prepararsi psicologicamente a domande come: ‘ah, dai, ma allora ormai ci sei!’, ‘il terzo anno! Sembra un sogno, ormai vedi il traguardo!’ e ‘quando hai gli esami finali?’ (giuro!). Insomma, tutte domande che ti fanno venire voglia di sbattere la testa al muro – se la tua o quella del tuo interlocutore è una scelta da fare sul momento. La dura realtà è che il terzo anno è fatto dei soliti mille impegni diversi – organizzazione di seminari, conferenze, lezioni, preparazione paper, poster, articoli da pubblicare etc. – e che la tesi è lì che attende che tu abbia cinque minuti da dedicarle. Non per niente il quarto anno è qui concepito per il ‘writing up’, perché nei tre anni precedenti tempo non ne hai. Soprattutto per chi, come me, non è madrelingua inglese o non ha fatto l’università in Inghilterra, e deve dimenticare tutto ciò che ha imparato all’università italiana. Ricominciare da zero, sentirsi uno zero, e rimettersi continuamente in discussione sono capisaldi di ogni buon dottorato che si rispetti.
Ma noi PhD candidates non molliamo, e giorno dopo giorno, lacrima dopo lacrima, carboidrato dopo carboidrato, proseguiamo imperterriti per quella strada che tanto avevamo sognato di prendere e che ormai malediciamo ogni giorno.
In fondo, però, è questo che ci piace, è per quella scoperta fatta dopo giorni e giorni passati in archivio – virtuale o fisico – , per quell’intuizione venuta dopo migliaia di pagine lette e rilette e l’emozione che ci provoca che lo facciamo. E che importa se nella tesi quel singolo momento che vale tutto il dottorato si risolve in una breve nota a pie’ di pagina. Noi lo sappiamo, quanto vale, quell’identità dietro uno pseudonimo scoperta per caso, quell’idea in cui noi crediamo, quell’equazione che finalmente spiega la tua teoria. E sono quei momenti a cui bisogna aggrapparsi per uscire dai second year blues e abbracciare il terzo anno, sapendo che non sarà l’ultimo ma che ti devi dare una mossa. La cosa più importante, la vera chiave per il successo, è aver trovato qualcuno con cui poter bitch and moan del dottorato. Un altro dottorando squattrinato come te, che ama e odia ciò che fa proprio come te.

Certo, se poi avete anche qualcun altro in grado di sopportarvi e supportarvi quando non volete uscire da sotto le coperte per affrontare le frustrazioni quotidiane, è anche meglio. In mancanza di quel qualcuno, un buon gelato o uno scone fatto come si deve sono soluzioni accettabili.

Good luck!

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PhD

C come Ciccia

Potrà sembrare strano, ma questo è un post sul dottorato, poiché è giunta l’ora che qualcuno dica la verità sugli effetti collaterali del PhD: fa ingrassare.

Avete presente come nei film, telefilm o in qualche libro il dottorando di turno si alza la mattina alle 6, va a correre* in uno di quei meravigliosi parchi che sempre circondano i campus universitari? Ecco, sono tutte balle. Il dottorando medio si alza verso le 9 – leggi: apre gli occhi alle 9 e faticosamente rotola fuori dal letto verso le 10 – dopo essere andato a dormire tardissimo dopo aver stilato una lunga to-do-list per il giorno dopo. Perché durante il dottorato, ispirazione e motivazione colpiscono sempre quando stai per staccare il cervello. Riporto qui uno schema generale di come funziona il cervello del dottorando – relativamente al PhD:

Ore 9: è un nuovo giorno, ho così tante cose da fare che il solo pensiero mi schiaccia. Non ce la posso fare, lasciatemi rimanere a letto ancora un po’. Ore 10,30: oddio è tardissimo, mi faccio il caffè e inizio a essere operativa. Anzi, acceleriamo i tempi, controllo le mail mentre faccio colazione. Meno male che ho ancora dei chewy coconut and dark chocolate chunk cookies (circa 250 calorie a biscotto – colazione media: 700 calorie) con cui darmi la carica. Ore 12,30: Non è possibile, una mattinata intera passata a controllare mail e sbrigare burocrazia! Ecco, fammi mettere a lavorare sul serio adesso. Ore 13:15: è intuile. E’ ora di pranzo, fammi andare a prepare qualcosa da mangiare al volo – leggi: aprire una scatoletta di cibo ready to eat (la mia prima scelta nei momenti di disperazione sono gli Heinz Beans in tomato sauce, yum! – circa 200 calorie a scatola, ma contano come 1 of your 5 a day!). Magari mi faccio compagnia con un telefilm nel mentre. Ore 15. Ecco, la giornata è già mezza andata, fammi mettere sotto con il lavoro. Ore 17. Non è possibile, bloccata da due ore alla ricerca di uno stupido dettaglio. Fammi fare una pausa, mi faccio un tè e faccio merenda (circa 350 calorie in media). Ore 18. Forza, concentriamoci. Ore 21. Già le nove?! Ma ho scritto a malapena 500 parole, non è possibile! Basta, chiudiamo questa orribile giornata, domani è un altro giorno. Mi consolerò con la cena (circa 800 calorie di cena conosolatoria). Mezzanotte. Mi sento proprio meglio, domani mi metto sotto e finisco il paragrafo X, cerco la bibiografia per il paragrafo Y – anzi, fammi fare uno schema dei temi che voglio affrontare domani, così ho un programma da seguire. Ore 1,30. Uh, com’è tardi! Meglio che mi metta a dormire. Ore 2,30. I pensieri sulle cose da fare domani, l’ispirazione e la motivazione non permettono al cervello di staccare. Ore 3. Catalessi.

Con una media di oltre 2000 calorie giornaliere, e il movimento fisico limitato al percorso scrivania – cucina – supermercato – cucina – scrivania – letto, è evidente che dottorato chiama ciccia. In Inghilterra, poi, non ne parliamo. La verdura è poca e costa un occhio della testa (es: 1 melanzana costa circa £1 – spendereste mai quasi 2€ per una melanzana?!; Un cespo di insalata costa circa 80 pence. Per contro, una  unità di cibo pronto che vi sfama per almeno due pasti, costa circa £1. Viene da sé che noi studenti, senza un soldo bucato in tasca, finiamo per privilegiare il junk food, che oltretutto conforta l’animo (avete mai provato a consolarvi per una brutta giornata con un’insalatina scondita? Ecco.). E ancora non vi ho parlato del cream tea – tè e scones con marmellata e clotted cream. Altro che colesterolo!
Certo, non è così per tutti. Almeno qui a Cambridge, i rowers mostrano una forma fisica invidiabile. Ci ho provato anche io durante il mio primo anno, è stata un’esperienza bellissima che ho chiuso felicemente dopo che la sveglia alle 5 per gli allenamenti mi faceva dormire il resto della giornata. Dopotutto, ho un dottorato da fare io, mica posso perdere tempo dietro la mia forma fisica!

 

Snoopy Writing Eating

 

* Per dovere di cronaca devo ammettere che con un paio di amiche anche io ho iniziato questa routine della corsa mattutina (con una sveglia prestissima alle 8), aprendo persino un account su una popolare app di corsa. Siamo durate circa 2 mesi – fatti di corse a intervalli irregolari a causa dei diversi impegni universitari – e le mie ginocchia, 3 mesi dopo, si devono ancora riprendere dallo shock.

Pensieri & Parole, PhD

G come Giugno

Pochi giorni fa ho ricevuto, via mail, l’invito al Garden Party del mio dipartimento. Ora, i garden party sono qui  Cambridge una cosa comune – ogni società e istituzione dell’università ne organizza uno – ma il problema è che accadono in giugno, e celebrano la fine dell’anno accademico.

Quindi, letta la mail, mi sono fermata un attimo e ho fatto due conti.

Garden Party = Giugno = Fine anno accademico = SIAMO GIA’ A GIUGNO?!

L’ultimo mio post risale a gennaio. Ecco, nella mia testa siamo ancora tipo a febbraio – tanto che ci sono 9 gradi e il vento gelido che arriva senza ostacoli dagli Urali. Non può essere giugno! Ho a malapena finito di abbozzare un capitolo, non può proprio essere già giugno.

In effetti, però, c’erano stati dei segnali che dovevano farmi capire che quel momento era arrivato. Gli inglesi che sono vestiti come noi romani ad agosto, con la sola differenza di circa 20 gradi.
Sono adorabili, i britannici. Da fine marzo si spogliano di quei pochi strati con cui si proteggono dal freddo invernale, e non lo fanno perché fa caldo ma perché ormai è “estate”. Non ha importanza se c’è un crollo delle temperature, se ci sono 9° di massima il 25 maggio o se c’è una tempesta di pioggia ghiacciata e nevischio. Loro vanno in giro in infradito e vestitino estivo, perché ormai è estate. In fondo anche io mi sono acclimatata, tanto che oggi ho sfidato la pioggia con le converse e il vento con un pile e una sciarpina in cotone. Il fatto che ho già messo via i maglioni sottovuoto e che appena tornata a casa ho fatto un tè caldo e ho ammiccato alla borsa dell’acqua calda sono dettagli insignificanti.

E quindi siamo a giugno. Non mi resta che trovare un vestitino di lana per il Garden Party e celebrare questo disastroso anno di un dottorato di cui si vedono solo scogli e mai la fine.

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PhD

D come Dottorato #6

Il primo anno di dottorato è carettrizzato dalla scoperta di cosa sia effettivamente un PhD. Infatti, come accennai in altri post in merito, cosa sia effettivamente un Dottorato è un qualcosa di estremamente oscuro fino a…diciamo la fine del primo anno. Idealmente, per una matricola, il Secondo Anno rappresenta il culmine della ricerca.

Mi immaginavo, un anno fa, che a quest’ora sarei stata lanciatissima, producendo ricerca degna di una tesi, partecipando a eventi altamente intellettuali contribuendovi con i miei ultimi risultati. Effettivamente sono lanciatissima, ma contro un muro.

Il Secondo Anno è terribilmente caratterizzato dal Second Year Blues, e quell’immagine ideale di ricercatore finamente sicuro di sé che avevi l’anno prima, viene sostituita dall’immagine reale di te, a guglare cose come ‘quitting your PhD’, ‘Life over Academia’ e ‘I just want to give up this stupid PhD and move on with my life’. E la cosa peggiore, è che un blues come quello che stai avendo tu, non lo ha avuto nessuno! E tutti i tuoi colleghi, in genere ben più avanti di te, se non già “dottorati”, non fanno che dirti che sì, ci sono passati, ma andrà meglio. Ma ogni ricerca ha il suo specifico momento di crisi, e tu hai forti dubbi che la tua supererà questo ennesimo test, ovvero una risposta positiva alla costante domanda “ne varrà la pena?”. Perché, parliamoci chiaro, la vita da dottorando fa schifo. Devi combattere ogni giorno con richieste di funding e i conseguenti rifiuti (a detta del mio supervisor stiamo su un successo del 10% – io sono ancora ferma allo 0%); gestire contemporaneamente: la tua ricerca*, le richieste di fondi, le application per le conferenze, i paper per le conferenze, le richieste di fondi specifici per partecipare alle conferenze, i training per dottorandi, i meeting con il supervisor e – last but not least – tentare di pubblicare articoli su periodici rilevanti. Nel frattempo sarebbe anche carino provare ad avere una vita sociale e, perché no, mantenere i contatti con quella cosa chiamata “famiglia” e che vive in un altro stato. Perché per chi non è dentro quest’orribile viaggio chiamato PhD, è facile chiedersi come mai sei sparito, e perché non riesci a trovare tempo per stare su Skype. E non è facile fargli capire che avresti bisogno di una giornata di almeno 48 ore, e che a volte vorresti solo dormire tutto il giorno per dimenticare quanto la tua ricerca sia in un momento di stallo. La strada verso il Dottorato è lastricata di frustrazioni, rifiuti e fallimenti. Questo però, quando inizi, mica te lo dicono. Lo devi scoprire sulla tua pelle. E sentirti anche privilegiato, perché, in fondo, noi dottorandi abbiamo grandi privilegi. Io, ad esempio, oggi sono qui a scrivere sdraiata a letto (emulando Irene Brin nella speranza che ciò mi porti una certa ispirazione) mentre il proprietario del pc da cui scrivo sta lavorando e passerà la domenica chiuso in un impianto. L’autonomia di lavoro è qualcosa di magnifico. Il non dover render conto a (quasi) nessuno dei propri orari è un privilegio non da poco. E anche poter fare un dottorato invece che continuare a fare volantinaggio o rispondere al call centre di una pizzeria è un dono non da poco! Però questo non vuol dire che sia facile. Noi PhD all’estero non stiamo facendo un Erasmus, non passiamo le nostre serate a fare toga party o a visitare ogni angolo del paese in cui ci siamo trasferiti. Come se le quotidiane difficoltà del nostro lavoro non fossero abbastanza, dobbiamo anche sentirci dire che siamo solo fannulloni parcheggiati all’Università; abbiamo addosso il peso dell’idea che fare un dottorato è meglio di niente, che è una buona soluzione alla disoccupazione di noi giovani d’oggi. No, non è così. Se in questo momento potessi tornare indietro, forse questo viaggio chiamato PhD non lo intraprenderei. Perché quando ero ancora in Italia, illusa neolaureata, a lavorare per una pizzeria di quartiere sicuramente non vedevo riconosciuti i miei titoli di studio, ma avevo una vita molto più serena e con meno preoccupazioni. Un dottorato è pieno di grandi responsabilità, prima fra tutte l’investimento che si sta facendo su se stessi (spesso un investimento anche economico). E poi c’è questo maledetto Second Year Blues. Non resta che sperare in un Terzo Anno migliore.

phdcomic

*ricerca che comprende: trovare articoli/libri/trattati/documenti rilevanti, ovvero ricerca d’archivio – che può anche risultare in settimane e settimane di lavoro assolutamente inutile e irrilevante; produzione scritta – la tesi non si scrive da sola e il tuo supervisor vuole verificare che tu stia andando per la strada giusta!; continuo editing, soprattutto per chi scrive una tesi in una lingua che non è la sua – il che apre la porta a infinite altre difficoltà da superare (ma del disagio linguistico ne parleremo un’altra volta…)

PhD

D come Dottorato #5

Passato quasi un mese di vacanza e di disintossicazione dopo due mesi di intenso e logorante lavoro, sono finalmente in grado di scrivere del mio first year report senza avere una crisi di nervi.

Ma partiamo dall’inizio.

Il first year report è quello step necessario per ogni dottorando del Regno Unito. Si tratta di un report, appunto, che a Cambridge viene stilato dal supervisor e da due examiners, e che sancisce la fine del periodo di prova (probationary) e l’ufficializzazione dello status di candidato per il PhD. Insomma, un passo importante che decide se sei in grado di andare avanti o meno. E che in parole povere significa presentare parte della propria ricerca, un 10-15000 parole che dimostrino che siete a) in grado di scrivere in inglese accademico, b) di portare avanti la ricerca che avete proposto ormai più di un anno prima e c) di reggere il carico di lavoro. Che si traduce in notti insonni a scrivere e riscrivere il capitolo che appena rileggete a distanza di pochi giorni vi viene voglia di buttare nel cestino, e non solo in quello virtuale.

Insomma gli ultimi mesi a Cambridge, caratterizzati dalla English Summer fatta di massime di 15 gradi e pioggia a dirotto, sono stati per me caratterizzati dalla scrittura compulsiva, a volte insensata, del mio primo capitolo. Ormai al solo leggere nomi di alcuni scrittori contemporanei che firmarono gli articoli di cui mi occupo, inizio a piangere sommessamente.
Dall’inizio del terzo – e ultimo – term del primo anno ho attraversato diverse fasi. Quando il mio supervisor ha iniziato a dirmi di cominciare a scrivere sono partita carica, con ogni parte di me che entusiasta gridava celapossiamofareee. E’ bastato molto poco per cadere nello sconforto del “nulla ha senso” e “non so cosa scrivere, magari descrivo il taglio di capelli del redattore così allungo un po’”. Alla consegna della prima bozza mi son detta che in fondo ci potevo riuscire, vaga speranza crollata dopo le prime correzioni del mio supervisor. Come forse già accennai, la mia guida accademica e spirituale è puramente british. Sotto ogni punto di vista. Il che significa che ha un modo tutto suo, sempre estremamente polite, per dirmi che quello che scrivo non va bene, che fa schifo, che bisogna rifare tutto da capo. Così, dopo lacrime e lacrime versate su quel maledetto scomodissimo materasso fornitomi dal college, mi sono rimboccata le maniche e ho ricominciato a scrivere il capitolo a venti giorni dalla consegna. Mandata la prima metà, ero sicura che avrei fallito. Idea che è diventata quasi una speranza a cui ho iniziato ad aggrapparmi quando il supervisor ha rimandato insieme la bozza della bozza dicendomi che era da rifare. Se non superavo il primo anno e mi buttavano fuori, in fondo, non avrei più dovuto preoccuparmi. Insomma, a dieci giorni dalla scadenza dovevo ancora scrivere le mie diecimila parole, preparare un paper per la mia prima conferenza e organizzare gli eventi estivi del college – perché nel frattempo, non avendo niente da fare, mi sono fatta coinvolgere nel comitato della comunità dei graduates del mio college, e a giugno si è in piena May week e tutti i party da organizzare non hanno alcuna pietà per la tua deadline.

Poi non so cosa sia successo. Sarà stato il caffè solubile Sainsbury’s basic, sarà stato il caldo che non arrivava, la forza della disperazione, Leo Longanesi che ormai mi appariva anche in sogno; qualsiasi cosa sia accaduta, sono riuscita a consegnare tutto in tempo. Non solo ho consegnato oltre 10,000, ma sembrava anche che messe insieme avessero un senso. Non fraintendetemi, ho continuato a piangere a ogni email del supervisor che insisteva con la structure che doveva essere più chiara, con il dover pinpoint il mio argument che a quanto pare continuava a essere troppo poco esplicito etc. Però ci sono riuscita. La mattina prima della conferenza ho inviato tutti i documenti, poi sono andata a Reading a incontrare un sacco di gente così piena da sé che ancora non so come facciano a non scoppiare, ho esposto parte della mia ricerca per la prima volta in assoluto e di fronte al massimo esperto del campo – che era ovviamente anche il mio examiner che incontravo per la prima volta-, ho scoperto che gli inglesi si suicidano lanciandosi sotto i treni veloci e in 5 ore e 7 treni diversi ero finalmente a Cambridge, senza dover far altro che traslocare. Sommersa dagli scatoloni, con una tonsillite che è diventata una splendida laringofaringite, sono giunta al giorno del mio mini viva, ovvero un piccolo informale incontro con due esaminatori che hanno il compito di farti a pezzi, attaccandoti da ogni angolo. Ovvero, fornirti un feedback sul tuo lavoro. Senza voce e con una tosse che neanche un fumatore accanito, ho difeso le mie scelte e il mio argument di fronte al massimo esperto e a un professore interno, che guardava più l’orologio che me. Insomma, una passeggiata che mi ha dato nuovi spunti per il mio lavoro e mi ha fatto tornare la carica. Non c’è sensazione più bella della propria ricerca che prende forma e direzione, il cui senso viene riconosciuto da gente di cui studi i libri.

E poi, di fronte a un trasloco, al dover mettere ogni cosa – comprese pentole e lenzuola e asciugamani e libri – in due miseri scatoloni che non sono neanche rettangolari, difendere la propria tesi è un gioco da ragazzi.

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