(F)Utilities, PhD

C come Cambridge #3

Come si vive a Cambridge? E’ una città molto cara? Ci si può mantenere con la borsa di studio? Ma si può lavorare durante il dottorato?

Queste sono le domande che mi vengono poste con più frequenza. E’ giunta l’ora di dare una risposta a ognuna di esse. Cominciamo.

Come si vive a Cambridge? Confesso che la prima cosa che mi viene da rispondere è ‘che intendi?’. Si tratta di una domanda talmente generica e personale che la risposta non può che essere generica e personale. Cambridge è una piccola cittadina che ruota intorno ai  31 college ed è popolata principalmente da studenti. Se volete vivere la città come tale, e non come polo universitario, dovete spostarvi fuori dal centro, nelle aree residenziali – che però sono anche parecchio costose. Perché vale la pena ricordare ancora che Cambridge è molto cara, poco sotto Londra, e sta vivendo un’incredibile espansione. La città negli ultimi tre anni è cambiata moltissimo, stanno aprendo una seconda stazione, costruendo nuovi quartieri e attraendo principalmente tech firms. Detto questo, si può raggiungere ogni luogo in mezz’oretta, ci si muove bene in bici – occhio ad acquistare un buon lucchetto, le rubano moltissimo – e ci sono vari parchi in cui godere il sole nelle poche giornate estive che il clima inglese ci regala. Vita notturna: c’è poca scelta. A meno che non vi piaccia andare a ballare nei club, qui c’è poco da fare. D’estate c’è più offerta, cinema all’aperto e Shakespeare nei college, ma i ristoranti chiudono la cucina alle 9 (alle 8 la domenica), la maggior parte dei locali chiude verso le 11 e non restano aperti che i club e il cinema. Il tutto è concentrato al centro, tranne il cinema e il bowling dietro alla stazione, che chiudono verso mezzanotte. Insomma, scordatevi gli orari italiani e un’ampia varietà di scelta: Cambridge è una cittadina che non ha niente a che vedere con Londra. In compenso i treni da Londra per Cambridge ci sono fino all’1 di notte – ma non viceversa! E’ una città molto rumorosa: se vivete in centro o comunque nelle zone frequentate dagli studenti, preparatevi a orde di giovincelli ubriachi che disturbano la quiete pubblica anche durante la settimana.
Nonostante tutto, se non vi pesa vivere in una città piccolina, a Cambridge si vive piuttosto bene. C’è il mercato tutti i giorni dove oltre ai banchi per i turisti si trovano frutta e verdure ‘esotiche’ (il radicchio l’ho trovato solo lì!) e la domenica mattina c’è il banco dei contadini locali.
Le persone: mi è stato chiesto varie volte come sono le persone qui, ma questa è una domanda difficilissima a cui rispondere. Cambridge è una cittadina molto internazionale, e si incontrano persone di tutti i tipi. L’ambiente universitario è in generale molto accogliente, per il resto dipende anche dalle aspettative personali e da come una persona interagisce con il prossimo. Da quel punto di vista, il college è un ottimo inizio per socializzare, anche se la media d’età delle persone è tra i 20 e i 24 anni (ma ci sono eccezioni, fortunatamente). Ci sono anche college solo per graduates, dove la media di età si alza un pochino – ma ricordate sempre che qui iniziano l’università a 19 anni, a 21 si laureano e a 22 hanno finito il master.

E’ una città molto cara? Sì. Dell’affitto e i prezzi medi ne ho già parlato qui, e la casa non è l’unica cosa cara. I costi medi di tutto sono più alti rispetto ad altre città – e dopo il referendum pro-Brexit è aumentato tutto – e a parte il junk food, mangiare costa caro. Una colazione in una catena tipo Caffè Nero o Costa, per esempio, con caffè e cornetto costa sui £5, una cena in un pub intorno a £15, mentre un ristorante può arrivare tranquillamente a £30. Ovviamente dipende sempre da dove si va e cosa si mangia. Un pranzo al sacco con il meal deal al supermercato (un panino + bevanda + snack) costa £3, un pezzo di pizza dal siciliano in centro costa £5, mentre l’insalata pronta in vaschetta lasciatela costa un occhio dell testa (£1 la basic dove ci sono ben 100gr di foglie di insalata iceberg e basta, o £3,75 per 80gr di insalata, 4 olive e un po’ di formaggio). In compenso, la birra costa poco. La catena Wetherspoon in particolare ha prezzi piuttosto bassi. E anche il sidro si trova a poco e la scelta è infinita. Il vino invece è caro e tendenzialmente orrendo.

Ci si può mantenere con la borsa di studio? Dipende dalla borsa. Ci sono borse che coprono solo le tasse, altre che coprono le tasse e il mantenimento e quelle che coprono solo il mantenimento. Se ne può vincere anche più di una insieme, ma nel caso di una borsa solo tasse o di mantenimento minimo, no, non basta. Se considerate che un affitto costa sui £500, e volete mangiare in maniera sana e non solo cibo pronto, difficilmente riuscirete a vivere con 600 sterline al mese, ad esempio. Poi è tutto molto personale, magari c’è chi ha poche esigenze e riesce a vivere con poco ed è pronto a rinunciare alla vita sociale; le variabili sono infinite.
Io, ad esempio, in media spendo di spesa sui £200-£300 al mese (e sono vegetariana).

Ma si può lavorare durante il dottorato? No, scordatevelo. A meno che non facciate un dottorato part-time non potete lavorare più di 8 o 10 ore settimanali. Al massimo potete fare baby sitting o cose simili, ma non potete assolutamente avere un contratto di lavoro al di fuori dell’università. Questo non significa che se non siete ricchi non possiate venire a studiare qui, significa solo che in quel caso i tempi sono più lunghi poiché un corso part-time raddoppia gli anni di durata del corso stesso, ma permette allo stesso tempo di lavorare. Fermo restando che ogni corso di dottorato è a sé e che oltre al lavoro di ricerca ci sono anche seminari da seguire, se considerate la scelta part-time parlatene a fondo col potenziale supervisor.

Tirando le somme, Cambridge è una cittadina in cui si può vivere bene se si hanno le risorse. E’ pieno di ragazzi giovani, quindi per molti potrebbe essere l’ideale. La città di per sé è un gioiellino, tenuta molto pulita e curata dall’aspetto estetico. Ci sono vari musei spesso gratis e molti negozi fanno uno sconto del 10% agli studenti. Se vi piace l’idea di una città a misura d’uomo e non vi aspettate la quantità di offerte che può avere una Londra, ad esempio, Cambridge potrebbe fare per voi. Ci sono moltissimi italiani e d’estate si cammina a fatica per via dei turisti, ma è una delle città più carina dell’area. Occhio al clima: il vento arriva direttamente dagli Urali senza ostacoli ed è molto freddo. E grigio, il cielo è quasi sempre un velo grigio. Ma questa è l’Inghilterra.

 

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C come Casa #3

Immaginiamo ora che, dopo una faticosa ricerca, siete riusciti a trovare una casa che corrisponde – almeno vagamente – alle vostre esigenze. Come fare ad affittare una casa in Inghilterra?

Prima di tutto, una volta deciso che l’appartamento vi piace, dovete compilare un modulo dell’agenzia (in genere ve lo danno direttamente alla viewing nel momento in cui dite che vi interessa la casa). Vi chiederanno per lo più informazioni generali (chi si trasferisce nella property, quanti adulti, se fumate, se avete figli o animali, contatti ecc.) e la vostra situazione attuale, ovvero se siete in affitto e quando siete disponibili a trasferirvi. Quest’ultimo punto è cruciale. Essendo la ricerca di una casa una lotta, prima potete trasferirvi, più appetibili sarete per il landlord. Questo è potenzialmente l’ostacolo maggiore per chi ha già un contratto di affitto. La lezione che ho imparato sulla mia pelle è di non iniziare a cercare prima di un mese dalla scadenza del contratto in vigore. Il mercato immobiliare è talmente dinamico che ogni settimana cambia tutto. I proprietari vogliono rimpiazzare subito gli inquilini uscenti, perciò prediligeranno chi è pronto a trasferirsi immediatamente. Le agenzie, da parte loro, fanno gli interessi del landlord, perciò cercheranno i tenant che garantiranno maggior profitto. Dunque, non mettetevi a cercare casa con largo anticipo, sarebbe solo fonte di frustrazione.
Lo stesso discorso vale per le vostre richieste: più ne fate, più rischiate che il proprietario accetti qualcuno che la casa se la prende così com’è. Facciamo un esempio pratico: se la casa è senza white goods, ovvero elettrodomestici di base come lavatrice e frigorifero, e voi chiedete che ne venga installato qualcuno, è più probabile che il landlord scelga qualcuno che invece se la prenderebbe così com’è. Se invece la casa non è richiesta, forse riuscite anche a ottenere ciò che volete, quindi diciamo che dipende da quanta fretta avete di trovare un appartamento.

Ma torniamo al processo di affitto di una casa. Compilato il modulo, l’agenzia contatterà il proprietario per sottoporgli la vostra ‘candidatura’. Una volta che il proprietario decide – in base al modulo e il feedback dell’agente – che andate bene come tenants, inizia la burocrazia. Prima di tutto, dovrete pagare una fee di circa £300 per il referencing. Cos’è il referencing? E’ praticamente un ‘background check’ che l’agenzia fa su di voi: dove avete vissuto negli ultimi 6 anni, che lavoro fate, quanto prendete, qual è la vostra banca, se avete risparmi ecc. In tutto questo, se siete già in affitto, dovrete anche pagare alla vostra agenzia una tassa per il rilascio delle referenze (circa £35-40). Superato il referencing, si può iniziare la pratica per la stesura e firma del contratto d’affitto. In genere, si paga circa £180-200 per application (somma che sale a seconda di quanti inquilini ci sono e che varia a seconda dell’agenzia). Infine, la firma del contratto, che prevede altre infinite fees (come, per fare un esempio, £480 nel caso di recessione dal contratto prima dei termini stabiliti, le check-out fees di circa £150, ecc.). Una volta firmato il contratto ed eventualmente fatto il check-out, siete pronti per trasferirvi nella vostra nuova dimora!

Considerando tutte le spese di base solo dell’agenzia, per ogni contratto d’affitto dovete considerare almeno £500, escludendo il deposito ed eventuali altre spese di uscita dal precedente contratto. Insomma, alla fine di tutto sarete quasi senza soldi, ma almeno avrete un posto dove stare.

 

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(F)Utilities, PhD

C come Casa #2

Partiamo dalle basi: per chiunque si trasferisce in un’altra città/paese/Stato, avere un posto dove stare è una questione primaria. Ma quando ci si trasferisce, come si trova una casa?

Per gli studenti di Oxbridge la situazione è piuttosto semplice: il proprio college di appartenenza garantisce una stanza per il primo anno e generalmente è in grado di offrirla anche per i successivi. In alternativa, si può fare richiesta ad altri college; negli oltre 30 college di Cambridge, ad esempio, se ne trova sempre uno con una stanza vuota che sarà ben felice di affittare a un PhD student disperatamente alla ricerca di un tetto sopra la testa. Tuttavia, se avete un partner con cui volete vivere, o se semplicemente vi siete stufati di condividere la casa con persone che al 90% avranno standard di igiene più bassi dei vostri (o almeno voglio sperare), la cosa si fa più complicata.

Del condividere una casa inglese (leggasi: moquette ovunque) e dei problemi che possono sorgere dalla convivenza con altri studenti ne parlavo qui. Potete facilmente immaginare che, due anni di house sharing dopo, sono andata a vivere per conto mio. O meglio, sono andata a convivere con una persona con cui condivido ben più di una casa, il che mi rende incline ad accettare anche le sue abitudini peggiori (leggasi: spugna lasciata nel lavandino sotto la pila dei piatti da lavare).
La ricerca della casa nelle aree vicino Londra non è affatto facile. Prima di tutto, Londra, Oxford e Cambridge (nell’ordine) sono le città più care d’Inghilterra e i prezzi degli affitti lo dimostrano. A Cambridge, se volete vivere da soli, entrate nell’ordine d’idee che per un monolocale vi possono tranquillamente arrivare a chiedere £900bills excluded. Nei paesi limitrofi la situazione è più accessibile, ma se siete sulla linea ferroviaria che collega Cambridge e Londra, preparatevi a vedere cose inimmaginabili e prezzi assurdi.
Ma partiamo con le questioni pratiche. I principali siti su cui cercare stanze o case sono rightmove.co.uk e zoopla.co.uk – siti su cui le principali agenzie mettono ciò che hanno a disposizione (alcuni ads hanno la dicitura esplicita ‘student friendly’, anche se in genere si applica agli undergrad potrebbe essere più facile affittarli). Le case e le stanze vengono aggiunte giornalmente e tolte con anche maggiore rapidità. Capita spessissimo che un appartamento venga tolto nel giro di poche ore: la richiesta è tale che chi va a vedere una casa ci va con tutta la documentazione pronta per essere consegnata e firmare il contratto. Le decisioni vanno prese nel giro di pochi minuti, non c’è tempo né per pensarci troppo, né per vedere altre case e valutare quale piace di più (o meglio, c’è, ma più tempo passa, più sono alte le probabilità che qualcuno la prenda). Poi c’è la questione più importante (e frustrante): non ha importanza che tu possa permetterti di pagare l’affitto, sulla carta puoi essere perfetto, ma è il landlord che decide se ti vuole o meno. Una volta fatta domanda formale per la casa, l’agenzia inoltra al landlord tutte le richieste e questi decide quale tenant vuole. Su quali basi viene presa la decisione? Prima di tutto, dalla risposta che avete dato a domande standard quali: do you have any pets? Do you have children? Do you smoke? Ogni ‘yes’ alzerà le probabilità che la vostra domanda venga rifiutata. Poi c’è la questione cruciale dell’essere uno studente di dottorato. Nonostante infatti un dottorando non sia più uno sbarbatello (eccezion fatta per gli inglesi che escono dall’università a 21-22 anni), il landlord recepisce solo la parola studente. Nel modulo, infatti, bisogna indicare chi andrà a vivere nella proprietà e il rispettivo ruolo professionale di ognuno. In breve, il landlord vuole assicurarsi che possiate pagare e tenere la casa in condizioni decenti – leggendo la parola studente, tendono a mettere in dubbio entrambe le cose (e per questo una casa ‘student friendly’ può essere più facile da ottenere).

Cosa offre il mercato? Il mercato segue le leggi del profitto, e visto che la domanda supera largamente l’offerta, le agenzie sono in grado di chiedere prezzi spropositati. Ma iniziamo con qualche esempio. Una casa descritta come ‘2 bedroom’ significa che avrete una stanza dove poter infilare un double bed (che è molto più piccolo del nostro matrimoniale, leggermente più grande del nostro piazza e mezza) e se siete fortunati un armadio, ma non contate troppo sull’avere un comodino a ogni lato del letto. La seconda stanza varia di dimensioni, è sempre più piccola della master bedroom (o main) e può arrivare a non avere le dimensioni necessarie per un letto singolo (giuro!). I ‘1 bedroom flat’ dovrebbero corrispondere ai nostri bilocali, ma la cucina spesso è parte del lounge, in cui bisogna scegliere se metterci un tavolo o un divano, e la stanza ha sempre quel piccolo problema di dimensioni. E non dimenticatevi che il bagno – che in alcune case ha la moquette – generalmente non ha finestre. Certo, poi tutto dipende dalle aspettative di ognuno, da quello che significa ‘casa’ e da che tipo di persone siete. Una persona che a casa ci sta per dormire e basta, troverà soddisfacente lo spazio di 1 bedroom flat (ammesso che non abbia molti vestiti). Se cercate cose economiche, invece, tenete presente la regola massima: se costa poco ed è strategicamente vicino Londra, c’è la fregatura. Nello specifico, la casa in cui vivo ora rientra in questa categoria. Una splendida semi-detached house con finestrone vittoriane che di epoca vittoriana hanno anche i vetri; niente gas, efficienza energetica pari a zero, ma in compenso ampio spazio a (relativamente) poco prezzo. Dipende tutto dalle priorità di ognuno.

Quali sono i costi medi dei bills? Qui in Inghilterra bisogna pagare mensilmente la council tax, una tassa di residenza che fortunatamente non si applica agli studenti ma con cui bisogna fare i conti se si vive con qualcuno che non lo è. In genere si parla di circa £100 al mese. Un contratto di internet adsl base costa circa £25 al mese, l’elettricità sui £50 e l’acqua varia moltissimo. Ho notato che i monolocali spesso hanno tutto incluso, quindi se siete da soli o non avete bisogno di spazio, sono la soluzione più economica.

Detto questo, se siete un dottorando adulto che convive e non ama spazi ristretti e claustrofobici, preparati a una lunga e dolorosa ricerca, fatta di rifiuti e case ridotte in condizioni pietose proposte a prezzi che vanno dai £700 in su. Di recente, abbiamo visto un appartamento molto carino che aveva un buco sul soffitto per via di un’infiltrazione. ‘The landlord is aware of this and will be repaired’, ci disse l’agente – ma voi vi trasferireste in un appartamento del genere, sapendo che qui in Inghilterra le case sono costruite come quella dei primi due porcellini?

 

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PhD

D come Dottorato #7

Settembre 2016. Siamo ormai alla vigilia dell’inizio del terzo anno di dottorato.
Articoli scritti sul blog a proposito del dottorato: 7.
Articoli scritti mentalmente a proposito del dottorato: più di un milione.

13 Settembre 2016. 11 giorni al pullman che in sole 4 ore mi porterà a Oxford per una conferenza. 16 giorni alla conferenza che ho organizzato con l’unica PhD non fuori di testa che sono riuscita a incontrare a Cambridge. 21 giorni all’inizio del Michalemas Term e, ufficialmente, del mio terzo anno.

Cosa comporta essere uno studente del terzo anno? La risposta è molto semplice: ANSIA. Quando sei nel tuo ultimo anno – teorico – le persone intorno a te pensano che tu ormai abbia quasi finito, che manchino gli ultimi ritocchi. Ebbene, non si potrebbe essere più lontani dalla realtà. Infatti, non solo qui in Inghilterra in generale, e a Cambridge in particolare, il 4° anno di dottorato è scontato, ma nel terzo non potresti essere più lontano dalla fine. Ho conosciuto PhD candidates che nel loro quarto anno dovevano ancora iniziare a scrivere la tesi. E per iniziare intendo letteralmente iniziare. Certo, in sciences è più comune, noi nel tanto denigrato campo delle humanities scriviamo dal giorno 1, ma all’inizio del mio terzo anno, con oltre 40000 parole scritte (e un limite massimo di 80000 note incluse, ahimè) ci si sente comunque in alto mare. Certo, la tesi prende forma, ma da qui ad avere un senso compiuto ce ne manca.
‘The chapters need to talk to each other’, ‘it doesn’t flow’, o ‘you need a better structure’ sono i commenti più noti a ogni dottorando oltremanica. Commenti che nel PhD student suscitano un’unica domanda, dal sapore esistenziale: ‘ma che vor dì?’. Sì, vabbè che i capitoli debbano essere tra loro collegati e formare, nell’insieme, un discorso coerente ci sta pure, ma vi giuro che ‘sto flow è una spada di Damocle pronta a uccidervi il dottorato. La struttura anglosassone dopo un po’ la si comprende, una noiosa ripetizione di ciò che stai per scrivere, di ciò che stai scrivendo e ciò che hai scritto che – in teoria – prende per mano il lettore e lo guida nel vostro ragionamento, ma il flow è un po’ come il buco della ciambella: essenziale, ma invisibile. In poche parole, e dopo attente riflessioni, sono giunta alla conclusione che si tratta di una pura e semplice supercazzola. Essenziale, ma invisibile, il flow è centrale nel quarto anno.

Ma sto bruciando le tappe, parlavamo del terzo.

Per affrontare il terzo anno, l’ideale è prepararsi psicologicamente a domande come: ‘ah, dai, ma allora ormai ci sei!’, ‘il terzo anno! Sembra un sogno, ormai vedi il traguardo!’ e ‘quando hai gli esami finali?’ (giuro!). Insomma, tutte domande che ti fanno venire voglia di sbattere la testa al muro – se la tua o quella del tuo interlocutore è una scelta da fare sul momento. La dura realtà è che il terzo anno è fatto dei soliti mille impegni diversi – organizzazione di seminari, conferenze, lezioni, preparazione paper, poster, articoli da pubblicare etc. – e che la tesi è lì che attende che tu abbia cinque minuti da dedicarle. Non per niente il quarto anno è qui concepito per il ‘writing up’, perché nei tre anni precedenti tempo non ne hai. Soprattutto per chi, come me, non è madrelingua inglese o non ha fatto l’università in Inghilterra, e deve dimenticare tutto ciò che ha imparato all’università italiana. Ricominciare da zero, sentirsi uno zero, e rimettersi continuamente in discussione sono capisaldi di ogni buon dottorato che si rispetti.
Ma noi PhD candidates non molliamo, e giorno dopo giorno, lacrima dopo lacrima, carboidrato dopo carboidrato, proseguiamo imperterriti per quella strada che tanto avevamo sognato di prendere e che ormai malediciamo ogni giorno.
In fondo, però, è questo che ci piace, è per quella scoperta fatta dopo giorni e giorni passati in archivio – virtuale o fisico – , per quell’intuizione venuta dopo migliaia di pagine lette e rilette e l’emozione che ci provoca che lo facciamo. E che importa se nella tesi quel singolo momento che vale tutto il dottorato si risolve in una breve nota a pie’ di pagina. Noi lo sappiamo, quanto vale, quell’identità dietro uno pseudonimo scoperta per caso, quell’idea in cui noi crediamo, quell’equazione che finalmente spiega la tua teoria. E sono quei momenti a cui bisogna aggrapparsi per uscire dai second year blues e abbracciare il terzo anno, sapendo che non sarà l’ultimo ma che ti devi dare una mossa. La cosa più importante, la vera chiave per il successo, è aver trovato qualcuno con cui poter bitch and moan del dottorato. Un altro dottorando squattrinato come te, che ama e odia ciò che fa proprio come te.

Certo, se poi avete anche qualcun altro in grado di sopportarvi e supportarvi quando non volete uscire da sotto le coperte per affrontare le frustrazioni quotidiane, è anche meglio. In mancanza di quel qualcuno, un buon gelato o uno scone fatto come si deve sono soluzioni accettabili.

Good luck!

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PhD

C come Ciccia

Potrà sembrare strano, ma questo è un post sul dottorato, poiché è giunta l’ora che qualcuno dica la verità sugli effetti collaterali del PhD: fa ingrassare.

Avete presente come nei film, telefilm o in qualche libro il dottorando di turno si alza la mattina alle 6, va a correre* in uno di quei meravigliosi parchi che sempre circondano i campus universitari? Ecco, sono tutte balle. Il dottorando medio si alza verso le 9 – leggi: apre gli occhi alle 9 e faticosamente rotola fuori dal letto verso le 10 – dopo essere andato a dormire tardissimo dopo aver stilato una lunga to-do-list per il giorno dopo. Perché durante il dottorato, ispirazione e motivazione colpiscono sempre quando stai per staccare il cervello. Riporto qui uno schema generale di come funziona il cervello del dottorando – relativamente al PhD:

Ore 9: è un nuovo giorno, ho così tante cose da fare che il solo pensiero mi schiaccia. Non ce la posso fare, lasciatemi rimanere a letto ancora un po’. Ore 10,30: oddio è tardissimo, mi faccio il caffè e inizio a essere operativa. Anzi, acceleriamo i tempi, controllo le mail mentre faccio colazione. Meno male che ho ancora dei chewy coconut and dark chocolate chunk cookies (circa 250 calorie a biscotto – colazione media: 700 calorie) con cui darmi la carica. Ore 12,30: Non è possibile, una mattinata intera passata a controllare mail e sbrigare burocrazia! Ecco, fammi mettere a lavorare sul serio adesso. Ore 13:15: è intuile. E’ ora di pranzo, fammi andare a prepare qualcosa da mangiare al volo – leggi: aprire una scatoletta di cibo ready to eat (la mia prima scelta nei momenti di disperazione sono gli Heinz Beans in tomato sauce, yum! – circa 200 calorie a scatola, ma contano come 1 of your 5 a day!). Magari mi faccio compagnia con un telefilm nel mentre. Ore 15. Ecco, la giornata è già mezza andata, fammi mettere sotto con il lavoro. Ore 17. Non è possibile, bloccata da due ore alla ricerca di uno stupido dettaglio. Fammi fare una pausa, mi faccio un tè e faccio merenda (circa 350 calorie in media). Ore 18. Forza, concentriamoci. Ore 21. Già le nove?! Ma ho scritto a malapena 500 parole, non è possibile! Basta, chiudiamo questa orribile giornata, domani è un altro giorno. Mi consolerò con la cena (circa 800 calorie di cena conosolatoria). Mezzanotte. Mi sento proprio meglio, domani mi metto sotto e finisco il paragrafo X, cerco la bibiografia per il paragrafo Y – anzi, fammi fare uno schema dei temi che voglio affrontare domani, così ho un programma da seguire. Ore 1,30. Uh, com’è tardi! Meglio che mi metta a dormire. Ore 2,30. I pensieri sulle cose da fare domani, l’ispirazione e la motivazione non permettono al cervello di staccare. Ore 3. Catalessi.

Con una media di oltre 2000 calorie giornaliere, e il movimento fisico limitato al percorso scrivania – cucina – supermercato – cucina – scrivania – letto, è evidente che dottorato chiama ciccia. In Inghilterra, poi, non ne parliamo. La verdura è poca e costa un occhio della testa (es: 1 melanzana costa circa £1 – spendereste mai quasi 2€ per una melanzana?!; Un cespo di insalata costa circa 80 pence. Per contro, una  unità di cibo pronto che vi sfama per almeno due pasti, costa circa £1. Viene da sé che noi studenti, senza un soldo bucato in tasca, finiamo per privilegiare il junk food, che oltretutto conforta l’animo (avete mai provato a consolarvi per una brutta giornata con un’insalatina scondita? Ecco.). E ancora non vi ho parlato del cream tea – tè e scones con marmellata e clotted cream. Altro che colesterolo!
Certo, non è così per tutti. Almeno qui a Cambridge, i rowers mostrano una forma fisica invidiabile. Ci ho provato anche io durante il mio primo anno, è stata un’esperienza bellissima che ho chiuso felicemente dopo che la sveglia alle 5 per gli allenamenti mi faceva dormire il resto della giornata. Dopotutto, ho un dottorato da fare io, mica posso perdere tempo dietro la mia forma fisica!

 

Snoopy Writing Eating

 

* Per dovere di cronaca devo ammettere che con un paio di amiche anche io ho iniziato questa routine della corsa mattutina (con una sveglia prestissima alle 8), aprendo persino un account su una popolare app di corsa. Siamo durate circa 2 mesi – fatti di corse a intervalli irregolari a causa dei diversi impegni universitari – e le mie ginocchia, 3 mesi dopo, si devono ancora riprendere dallo shock.

Pensieri & Parole, PhD

G come Giugno

Pochi giorni fa ho ricevuto, via mail, l’invito al Garden Party del mio dipartimento. Ora, i garden party sono qui  Cambridge una cosa comune – ogni società e istituzione dell’università ne organizza uno – ma il problema è che accadono in giugno, e celebrano la fine dell’anno accademico.

Quindi, letta la mail, mi sono fermata un attimo e ho fatto due conti.

Garden Party = Giugno = Fine anno accademico = SIAMO GIA’ A GIUGNO?!

L’ultimo mio post risale a gennaio. Ecco, nella mia testa siamo ancora tipo a febbraio – tanto che ci sono 9 gradi e il vento gelido che arriva senza ostacoli dagli Urali. Non può essere giugno! Ho a malapena finito di abbozzare un capitolo, non può proprio essere già giugno.

In effetti, però, c’erano stati dei segnali che dovevano farmi capire che quel momento era arrivato. Gli inglesi che sono vestiti come noi romani ad agosto, con la sola differenza di circa 20 gradi.
Sono adorabili, i britannici. Da fine marzo si spogliano di quei pochi strati con cui si proteggono dal freddo invernale, e non lo fanno perché fa caldo ma perché ormai è “estate”. Non ha importanza se c’è un crollo delle temperature, se ci sono 9° di massima il 25 maggio o se c’è una tempesta di pioggia ghiacciata e nevischio. Loro vanno in giro in infradito e vestitino estivo, perché ormai è estate. In fondo anche io mi sono acclimatata, tanto che oggi ho sfidato la pioggia con le converse e il vento con un pile e una sciarpina in cotone. Il fatto che ho già messo via i maglioni sottovuoto e che appena tornata a casa ho fatto un tè caldo e ho ammiccato alla borsa dell’acqua calda sono dettagli insignificanti.

E quindi siamo a giugno. Non mi resta che trovare un vestitino di lana per il Garden Party e celebrare questo disastroso anno di un dottorato di cui si vedono solo scogli e mai la fine.

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PhD

D come Dottorato #5

Passato quasi un mese di vacanza e di disintossicazione dopo due mesi di intenso e logorante lavoro, sono finalmente in grado di scrivere del mio first year report senza avere una crisi di nervi.

Ma partiamo dall’inizio.

Il first year report è quello step necessario per ogni dottorando del Regno Unito. Si tratta di un report, appunto, che a Cambridge viene stilato dal supervisor e da due examiners, e che sancisce la fine del periodo di prova (probationary) e l’ufficializzazione dello status di candidato per il PhD. Insomma, un passo importante che decide se sei in grado di andare avanti o meno. E che in parole povere significa presentare parte della propria ricerca, un 10-15000 parole che dimostrino che siete a) in grado di scrivere in inglese accademico, b) di portare avanti la ricerca che avete proposto ormai più di un anno prima e c) di reggere il carico di lavoro. Che si traduce in notti insonni a scrivere e riscrivere il capitolo che appena rileggete a distanza di pochi giorni vi viene voglia di buttare nel cestino, e non solo in quello virtuale.

Insomma gli ultimi mesi a Cambridge, caratterizzati dalla English Summer fatta di massime di 15 gradi e pioggia a dirotto, sono stati per me caratterizzati dalla scrittura compulsiva, a volte insensata, del mio primo capitolo. Ormai al solo leggere nomi di alcuni scrittori contemporanei che firmarono gli articoli di cui mi occupo, inizio a piangere sommessamente.
Dall’inizio del terzo – e ultimo – term del primo anno ho attraversato diverse fasi. Quando il mio supervisor ha iniziato a dirmi di cominciare a scrivere sono partita carica, con ogni parte di me che entusiasta gridava celapossiamofareee. E’ bastato molto poco per cadere nello sconforto del “nulla ha senso” e “non so cosa scrivere, magari descrivo il taglio di capelli del redattore così allungo un po’”. Alla consegna della prima bozza mi son detta che in fondo ci potevo riuscire, vaga speranza crollata dopo le prime correzioni del mio supervisor. Come forse già accennai, la mia guida accademica e spirituale è puramente british. Sotto ogni punto di vista. Il che significa che ha un modo tutto suo, sempre estremamente polite, per dirmi che quello che scrivo non va bene, che fa schifo, che bisogna rifare tutto da capo. Così, dopo lacrime e lacrime versate su quel maledetto scomodissimo materasso fornitomi dal college, mi sono rimboccata le maniche e ho ricominciato a scrivere il capitolo a venti giorni dalla consegna. Mandata la prima metà, ero sicura che avrei fallito. Idea che è diventata quasi una speranza a cui ho iniziato ad aggrapparmi quando il supervisor ha rimandato insieme la bozza della bozza dicendomi che era da rifare. Se non superavo il primo anno e mi buttavano fuori, in fondo, non avrei più dovuto preoccuparmi. Insomma, a dieci giorni dalla scadenza dovevo ancora scrivere le mie diecimila parole, preparare un paper per la mia prima conferenza e organizzare gli eventi estivi del college – perché nel frattempo, non avendo niente da fare, mi sono fatta coinvolgere nel comitato della comunità dei graduates del mio college, e a giugno si è in piena May week e tutti i party da organizzare non hanno alcuna pietà per la tua deadline.

Poi non so cosa sia successo. Sarà stato il caffè solubile Sainsbury’s basic, sarà stato il caldo che non arrivava, la forza della disperazione, Leo Longanesi che ormai mi appariva anche in sogno; qualsiasi cosa sia accaduta, sono riuscita a consegnare tutto in tempo. Non solo ho consegnato oltre 10,000, ma sembrava anche che messe insieme avessero un senso. Non fraintendetemi, ho continuato a piangere a ogni email del supervisor che insisteva con la structure che doveva essere più chiara, con il dover pinpoint il mio argument che a quanto pare continuava a essere troppo poco esplicito etc. Però ci sono riuscita. La mattina prima della conferenza ho inviato tutti i documenti, poi sono andata a Reading a incontrare un sacco di gente così piena da sé che ancora non so come facciano a non scoppiare, ho esposto parte della mia ricerca per la prima volta in assoluto e di fronte al massimo esperto del campo – che era ovviamente anche il mio examiner che incontravo per la prima volta-, ho scoperto che gli inglesi si suicidano lanciandosi sotto i treni veloci e in 5 ore e 7 treni diversi ero finalmente a Cambridge, senza dover far altro che traslocare. Sommersa dagli scatoloni, con una tonsillite che è diventata una splendida laringofaringite, sono giunta al giorno del mio mini viva, ovvero un piccolo informale incontro con due esaminatori che hanno il compito di farti a pezzi, attaccandoti da ogni angolo. Ovvero, fornirti un feedback sul tuo lavoro. Senza voce e con una tosse che neanche un fumatore accanito, ho difeso le mie scelte e il mio argument di fronte al massimo esperto e a un professore interno, che guardava più l’orologio che me. Insomma, una passeggiata che mi ha dato nuovi spunti per il mio lavoro e mi ha fatto tornare la carica. Non c’è sensazione più bella della propria ricerca che prende forma e direzione, il cui senso viene riconosciuto da gente di cui studi i libri.

E poi, di fronte a un trasloco, al dover mettere ogni cosa – comprese pentole e lenzuola e asciugamani e libri – in due miseri scatoloni che non sono neanche rettangolari, difendere la propria tesi è un gioco da ragazzi.

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PhD

T come Term

E’ venerdì sera, primo maggio. Un giorno lavorativo come un altro.

Sì, avete letto bene. Primo maggio, un giorno lavorativo come un altro. Perché qui nel Regno Unito si festeggia la Early May Bank Holiday, il giorno dei lavoratori. Come il nostro, solo che loro lo festeggiano il primo lunedì di maggio. Mica scemi, visto che non si sa mai di che giorno cade. Dovesse essere una domenica, finisce che non si festeggia. Si vede che negli anni ’70 i sindacati inglesi sapevano il fatto loro. Certo, poi i britannici hanno eletto la Tatcher, ma il Regno Unito non è chiamato Perfida Albione per nulla, no?

Ma non siamo qui per parlare di bank holidays o pessima gestione governativa di cui ancora paghiamo lo scotto, no? No, appunto.

Siamo qui perché questo è l’ultimo term dell’anno, l’Easter Term, il più breve. Ci si avvicina alla fine, miei cari lettori. Per molti significa lasciare Cambridge, dopo i nove mesi di MA o MPhil (rispettivamente un Master con esami e lezioni e un Master di ricerca, detta terra terra). I legami qui a Cambridge sono molto fugaci, tutto corre, anche le connessioni che si stabiliscono con le persone. Magari un giorno ti ritrovi a passare dal guardare con invidia gruppi di persone con una cassetta di birra che si dirigono a passare un venerdì sera tutti insieme appassionatamente, a essere uno di loro. E poi? Poi non fai in tempo a costruire un legame solido, oltre la superficie, che già inizi a salutarli.

Io ho già iniziato a salutare, partendo dal mio coinquilino siriano Alaa. L’unico pulito in questa casa, a parte me ovviamente. Una di quelle persone che si possono definire davvero genuine. Non mi viene in mente neanche una cosa negativa su di lui, neanche contro la sua padella con strato di pesce annesso che lasciava ammollo tutta notte e mi ritrovavo nel lavandino il giorno dopo. Una bella persona che mi ha fornito uno sguardo con la Siria che mai avrei immaginato. Se ne è andato a Manchester, Alaa. Neanche ha fatto il suo viva che già ha iniziato a lavorare.

Cavolo, nel mondo scientifico tutto è davvero possibile.

Io invece sono qua, di venerdì sera, nella mia stanza, dopo una giornata passata a vegetare. Ho avuto questa brillante idea di entrare nella squadra di rowing – un cliché, lo so – e quindi stamattina la mia sveglia ha suonato alle 5,45. Eh sì, perché l’allenamento sul fiume si fa la mattina presto! Anzi anzi che adesso quando esco c’è la luce e non si forma il ghiaccio sul cancelletto del remo. Che non è neanche il fatto che ti si spaccano le mani e si congelano i bronchi a causa del gelido, umido, inverno inglese. E’ che poi ci metti due ore a svitare la vite e togliere il remo. Insomma, dopo aver remato sotto la piogga – ma che ve lo dico a fare – il vento gelido e la neve, ti pare che smettevo di allenarmi proprio ora che viene il “bel” tempo?!

E quindi niente, ho passato tutto il giorno come un’ameba sdraiata sul letto a giocare a giochini per cerebrolesi e leggere pigramente articoli da una decina di libri. Però ho scritto ben una frase. Quindi mi sono sentita autorizzata a festeggiare non cucinando e facendo invece fuori un pacchetto di kettle chips salt and balsamic vinegar. E di non uscire. Per la prima sera a settimana, ho deciso che resto a casa a poltrire.

Come? Ho poltrito tutto il giorno? Sì, vero. Ma oggi è primo maggio, in Italia non si lavora.

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C come Casa

E come Coinquilini.

Dopo una brevissima fuga nel mio caro vecchio accogliente Bel Paese, son tornata nell’East Anglia.

Ripresa la mia fedele brand new abandoned bike, con cui i rapporti migliorano quotidianamente, in meno di venti minuti son arrivata a casa. Park Parade, splendida strada di fronte al Jesus Green, uno dei parchi più belli di tutta Cambridge. Quello che bisogna attraversare per arrivare al fiume, il River Cam, su cui gli studenti di Cambridge si allenano in barca (sì, persino io!).

Devo dirlo, ormai sono quasi cinque mesi che vivo in questa casa, ma l’impatto con il suo odore è sempre letale. E’ la moquette, la moquette ovunque, che assorbe e riproduce odori e polveri. Certo, l’odore adolescenziale dell’occupante del pianterreno non aiuta, ma l’odore della moquette è inconfondibile. Caratteristico della maggior parte delle case inglesi. Questa fissa per la moquette, giuro, non la capirò mai. “It’s soft and warm”, dicono loro. Anche il parquet lo è, dico io. E non puzza neanche. E non accumula polvere su polvere.

Poi, la cucina. Luogo essenziale della casa che riserva sempre le migliori sorprese. Come la spugna per i piatti, immancabilmente intrisa di cibo. Potete immaginare la sensazione che si prova ad andare a lavare le pentole e trovare la spugna piena di riso. O pesce. Che son le cose maggiormente cucinate in questa casa, dopo le patate.

Ma la cucina non è solo il luogo in cui si tratta il cibo. Non per gli inglesi. No! Per loro il lavandino è il luogo ideale dove togliere l’eccesso di fango ed escrementi di cavallo dai pantaloni prima di metterli in lavatrice. Ma ancora meglio, è il posto adatto alla pulizia delle scarpe totalmente immerse nelle suddette feci. Messe poi ad asciugare insieme ai piatti, ovviamente. Le scarpe, non le feci*. Quelle sono rimaste nel lavandino.

Sarà il fatto che in cucina ci sono anche lavatrice ed asciugatrice, ma il ripiano viene utilizzato anche come deposito di vestiti sporchi. Abiti che ovviamente hanno prima stazionato per giorni per terra, sulla moquette. Poi, ovviamente, c’è il caso che ci si dimentichi un paio di mutande.

Così, mentre cerchi di preparare qualcosa di appetibile, i boxer di qualcuno ti guardano dal ripiano su cui in teoria dovresti affettare le verdure, e ti tengono compagnia*.

Il tavolo, poi, è assolutamente perfetto per appoggiarci le scarpe prima di infilarsele e uscire. Sì, perché gli inglesi hanno la fissa di camminare scalzi. Sarà che la lurida moquette è tanto soft and warm, fatto sta che loro le pantofole non sanno cosa siano. E neanche il tavolo, evidentemente.

E se trattano così la cucina, immaginatevi il bagno!

Come dicevo, oggi son tornata dopo una breve fuga nella pulita casa natale. Ed ecco che trovo la mia pentola, la mia unica e amatissima nonché essenziale pentola, messa nel catino delle “stoviglie abbandonate sporche”, piena di una poltiglia fatta di riso e una pappetta rosa-arancio.

Ho fatto spazio nel mio armadietto, e ci ho ficcato la mia pentola. Pulita.

Ah, casa.

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* prove fotografiche disponibili su richiesta

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D come Dottorato #4

Passata l’euforia delle novità caratteristica del primo term, nel secondo resta la realtà della vita del PhD student. Almeno, quella dei 1st year.

Tornati dopo la pausa natalizia, restano i chili di troppo e la nostalgia del buon cibo di casa. Si torna alla spesa basic, alle melanzane a una sterlina l’una e al riso precotto in busta. Per non parlare delle verdure congelate cotte al microonde.

La frenesia dell’inizio lascia il posto alla dura realtà: non sai dove sbattere la testa. Tolta l’euforia, restano solo i dubbi. Sono in grado di portare avanti una ricerca originale? Troverò le fonti? La mia ricerca è effettivamente fattibile? E soprattutto, la mia ricerca ha senso?

Tutte domande che, unite al costante grigiore inglese, portano a una sola soluzione: muffin, muffin e ancora muffin. Quelli al mirtillo, contrariamente alla mia sfrenata passione per qualsiasi cosa che contenga cacao o cioccolato fondente, sono decisamente i miei preferiti.

Il problema è che i blueberry muffin non trovano fonti, né scrivono capitoli o abbozzano idee utili. Ma a chi ti chiede con l’entusiasmo nella voce “allora, com’è la vita a Cambridge?”, non puoi certo rispondere “è uno schifo, sei solo e il tempo cambia ogni due secondi con l’unica costante che non vedi mai il sole”. Ah, per non dimenticare che hai appena cominciato e il tuo supervisor si prende non uno ma ben due anni sabbatici. Esatto, se avete iniziato a fare due conti il risultato è giusto: due anni su tre senza supervisor. In pratica, questo PhD bisogna affrontarlo da soli sotto ogni punto di vista.

Ma queste sono le cose che i dottorandi si confessano sottovoce quando nessuno li sente. A voce alta ci si dice che i dubbi sono parte integrante del processo. In fondo, cos’è la ricerca se non un continuo porsi domande e scoprire nuove risposte?

Se c’è una cosa, però, dove la vita da dottorando non ha eguali è ciò che proietta all’esterno. Cene, seminari, conferenze messe su dal nulla, riconoscimenti, contatti con le più brillanti menti in ambito accademico. Questo, però, arriva dopo.

Per noi del primo anno, al secondo term, ci sono solo i dubbi.

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