PhD

V come Vacanze

Vacanze, una parola che ci faceva sognare da bambini ma soprattutto da adolescenti.

Da profonda odiatrice del liceo, vacanze significava respirare, finalmente lontana dalla puzza di ascelle e dalla stupidità dei miei compagni di classe. Presenti esclusi, si capisce.

Vacanze significava grandi abbuffatte autorizzate, dormite epiche e soprattutto nullafacenza. Grattarsi la pancia mangiando pandoro e nutella di fronte a Dawson’s Creek penso sia uno dei piaceri che qualsiasi lettore over 23 e under 35 ricorda con nostalgia. Pacey e Joey, Joey e Dawson, Joey e quell’altro che chissà come si chiamava. Un modello di vita, insomma. Per non parlare di Dawson, il protagonista entrato nella storia per la sua totale inutilità. Un vero mito.

Ma non perdiamo il filo, parlavamo delle vacanze. Quelle che io non ho più.

Ché si sa, noi PhD student passiamo tutti i nostri presunti tre anni a studiare e basta. E ad andare alle formal e altri eventi, ovviamente. Ma quello è networking, quindi non conta, no?

Cambridge conclude il term e io concludo il bilancio di questi primi tre mesi da dottoranda (che poi in realtà sono due). Il mio supervisor sembrava addirittura soddisfatto, pare che come inizio io abbia lavorato! Ho scritto quasi settemila parole di literature review (“però fammi altri essays di circa mille parole l’uno sui tre libri principali”), rielaborato il research statement alla disperata ricerca di fondi (“è chiaro, un ottimo punto di partenza, ma va riscritto tutto”), strutturato l’indice per puro caso (“ah, sì, il discorso fila, possiamo renderlo un indice per la tua tesi”) e…e basta. Mi chiedo cosa sia lavorare poco, dunque.
E così, mentre il mio supervisor lascia tutto e si gode il suo anno sabbatico, io invio mail su mail alla ricerca di dati sulle riviste diffuse in Italia negli anni Trenta (“mi è venuto in mente, perché oltre a scrivere il primo capitolo e analizzare il primo rotocalco e scrivere i tre essays e preparare le domande per i fondi di gennaio non fai anche una bibliografia ragionata su tutte le riviste illustrate diffuse in Italia spiegando dove, quando, come, perché e quanto sono state pubblicate e perché ti sono utili? Non so, dici che un mese non ti basta?”). E ricevo risposte. Dal magnifico “non lo so, ma puoi venire a dare un’occhiata” di uno dei più famosi editori italiani, al silenzio più totale di tutte le altre case editrici. Perché in fondo, il silenzio è una risposta.
Come il mio, di fronte alla domanda “allora, come le passi queste vacanze?!”.
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