English, Post PhD

P as in Post-PhD Life

Have you ever wondered if there is life after a PhD? The most obvious answer is ‘of course there’s life after a PhD!’, and even the most anxious PhD student knows that.

What we don’t know is what *kind* of life there is after a PhD.

It is hard to understand for those who haven’t spent years researching a topic that became the centre of their life. I remember the day I submitted my thesis as if it were yesterday! In that moment, I understood what a mother feels like on the first day of school of their baby. I was letting my thesis, my baby!, go out in the wide wild world, all on its own, ready to be judged! Then the judgement came, and it was a such a positive one! I then understood how a mother feels when their baby finally graduates.

But then…then all I felt was emptiness. I submitted the thesis, I celebrated wildly, I waited for my viva, I passed my viva, I printed and deposited the copy of the final approved thesis. Then I was left with uncertainty, lack of purpose and, well, lack of perspective.

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(F)Utilities, PhD, Post PhD

D come Disoccupazione

Il dottorato è finito, manca solo la cerimonia ma il titolo di Dr è ormai un dato certo!

E poi? C’è vita dopo il dottorato?

Ni.

Se come me non siete tra quei fortunati che, sostenuti dal vostro mentore o supervisor, o aiutati da una mano divina – perché, diciamocelo, le capacità anche nel mondo accademico passano in secondo piano – non avete fatto altro che collezionare impersonali email di rifiuto, la vita post PhD non è propriamente rosea.
Certo, ci si può prendere il tempo per recuperare tutti quei romanzi e film messi in lista in attesa di tempi migliori; ci si può sparare intere stagioni Netflix senza sensi di colpa e vivere (finalmente) i ritmi notturni che la vita reale non concede, ma la verità è che passati i primi mesi di vita da inoccupati la triste realtà chiede a gran voce di essere affrontata: bisogna trovare un lavoro.

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PhD

D come Dottorato #10

Quanto in fretta cambiano le cose durante un dottorato, soprattutto in un ambiente universitario come quello di Oxbridge. Non solo cambiano le case, i coinquilini, le abitudini, gli studenti a cui insegni, ma soprattutto cambiano la ricerca, le aspettative accademiche, le preoccupazioni future. Ricordo ancora uno dei primi training universitari ‘get the PhD started’, quando ci dissero che non è mai troppo presto per pensare al post-dottorato. Cercare post-doc sembrava allora qualcosa di assurdo, così lontano che il consiglio ‘non è mai troppo presto per pensare e organizzare le domande’ sembrava folle. Come potrei concentrarmi sulle domande di post-doc quando ancora non ho iniziato a organizzare il mio dottorato?

Beh, avevano ragione. Ma su questo ci tornerò più avanti.

La fine del dottorato è caratterizzata principalmente da due fattori: ANSIA e  TERRORE.

Ansia perché le persone intorno a te insistono col dire ‘ah quindi hai finito! Complimenti’, quando ancora non hai neanche iniziato a mettere insieme la bibliografia né riletto tutti i capitoli uno dietro l’altro.*

Terrore perché chiunque ti chiede ‘e cosa farai dopo?’ e tu neanche sai cosa farai tra un paio d’ore, perché la lista delle cose da fare per finire la tesi è talmente lunga che vorresti solo piangere.

Il quarto anno – che qui è common practice ed è il writing up year – è come un tunnel di cui non vedi la fine. Ogni tanto intravedi la luce, ma presto ti rendi conto che era solo frutto della tua immaginazione.

Però.

Però a un certo punto ti ritrovi a fare incubi sulla discussione, o su feedback esterni che ti dicono ‘dovresti lavorarci su almeno altri 6 mesi’, o sull’avere il lapidario giudizio: ‘rewrite and resubmit’, un gradino sopra il fail. Ed è quel momento che ti rendi conto che la fine tutto sommato è vicina. Che devi metterti alle spalle i rifiuti alle domande di post-doc collezionati nel corso degli ultimi mesi. E ti trovi a pensare agli acknowledgments, e guardando indietro ti rendi conto cosa è stato realmente questo dottorato, un incredibile momento di crescita personale (e professionale) che ti ha reso una persona completamente diversa (in meglio o in peggio, questo è ancora tutto da vedere).

Quindi non disperate: sembra infinito, lacrime e frustrazione sono all’ordine del giorno; pensieri come ‘ma chi me l’ha fatto fare’ sono il mantra di ogni dottorando. Nella disperazione e frustrazione, noi dottorandi siamo tutti sulla stessa barca. Cerchiamo solo di non affondare.

http://www.phdcomics.com: una delle migliori risorse per ogni dottorando.

 

*Bibliografia: ascoltate il mio consiglio, iniziate a compilarla dal primo giorno. Era una delle cose che mi ero ripromessa di fare e che ovviamente non ho fatto. Provo tanta di quella frustrazione nei confronti della me del passato che se potessi tornare indietro la prenderei a schiaffi. Aggiungo anche di non affidarsi troppo a meravigliosi programmi come zotero: sono utilissimi, ma anche un’arma a doppio taglio. E se siete svampiti come me e vi ritrovate con un HD bruciato nel bel mezzo del vostro dottorato, e a non ricordare minimamente i vostri dati di accesso, si rivelano solo un’enorme perdita di tempo. Prevenire è meglio che curare!

(F)Utilities, PhD

C come Cambridge #3

Come si vive a Cambridge? E’ una città molto cara? Ci si può mantenere con la borsa di studio? Ma si può lavorare durante il dottorato?

Queste sono le domande che mi vengono poste con più frequenza. E’ giunta l’ora di dare una risposta a ognuna di esse. Cominciamo.

Come si vive a Cambridge? Confesso che la prima cosa che mi viene da rispondere è ‘che intendi?’. Si tratta di una domanda talmente generica e personale che la risposta non può che essere generica e personale. Cambridge è una piccola cittadina che ruota intorno ai  31 college ed è popolata principalmente da studenti. Se volete vivere la città come tale, e non come polo universitario, dovete spostarvi fuori dal centro, nelle aree residenziali – che però sono anche parecchio costose. Perché vale la pena ricordare ancora che Cambridge è molto cara, poco sotto Londra, e sta vivendo un’incredibile espansione. La città negli ultimi tre anni è cambiata moltissimo, stanno aprendo una seconda stazione, costruendo nuovi quartieri e attraendo principalmente tech firms. Detto questo, si può raggiungere ogni luogo in mezz’oretta, ci si muove bene in bici – occhio ad acquistare un buon lucchetto, le rubano moltissimo – e ci sono vari parchi in cui godere il sole nelle poche giornate estive che il clima inglese ci regala. Vita notturna: c’è poca scelta. A meno che non vi piaccia andare a ballare nei club, qui c’è poco da fare. D’estate c’è più offerta, cinema all’aperto e Shakespeare nei college, ma i ristoranti chiudono la cucina alle 9 (alle 8 la domenica), la maggior parte dei locali chiude verso le 11 e non restano aperti che i club e il cinema. Il tutto è concentrato al centro, tranne il cinema e il bowling dietro alla stazione, che chiudono verso mezzanotte. Insomma, scordatevi gli orari italiani e un’ampia varietà di scelta: Cambridge è una cittadina che non ha niente a che vedere con Londra. In compenso i treni da Londra per Cambridge ci sono fino all’1 di notte – ma non viceversa! E’ una città molto rumorosa: se vivete in centro o comunque nelle zone frequentate dagli studenti, preparatevi a orde di giovincelli ubriachi che disturbano la quiete pubblica anche durante la settimana.
Nonostante tutto, se non vi pesa vivere in una città piccolina, a Cambridge si vive piuttosto bene. C’è il mercato tutti i giorni dove oltre ai banchi per i turisti si trovano frutta e verdure ‘esotiche’ (il radicchio l’ho trovato solo lì!) e la domenica mattina c’è il banco dei contadini locali.
Le persone: mi è stato chiesto varie volte come sono le persone qui, ma questa è una domanda difficilissima a cui rispondere. Cambridge è una cittadina molto internazionale, e si incontrano persone di tutti i tipi. L’ambiente universitario è in generale molto accogliente, per il resto dipende anche dalle aspettative personali e da come una persona interagisce con il prossimo. Da quel punto di vista, il college è un ottimo inizio per socializzare, anche se la media d’età delle persone è tra i 20 e i 24 anni (ma ci sono eccezioni, fortunatamente). Ci sono anche college solo per graduates, dove la media di età si alza un pochino – ma ricordate sempre che qui iniziano l’università a 19 anni, a 21 si laureano e a 22 hanno finito il master.

E’ una città molto cara? Sì. Dell’affitto e i prezzi medi ne ho già parlato qui, e la casa non è l’unica cosa cara. I costi medi di tutto sono più alti rispetto ad altre città – e dopo il referendum pro-Brexit è aumentato tutto – e a parte il junk food, mangiare costa caro. Una colazione in una catena tipo Caffè Nero o Costa, per esempio, con caffè e cornetto costa sui £5, una cena in un pub intorno a £15, mentre un ristorante può arrivare tranquillamente a £30. Ovviamente dipende sempre da dove si va e cosa si mangia. Un pranzo al sacco con il meal deal al supermercato (un panino + bevanda + snack) costa £3, un pezzo di pizza dal siciliano in centro costa £5, mentre l’insalata pronta in vaschetta lasciatela costa un occhio dell testa (£1 la basic dove ci sono ben 100gr di foglie di insalata iceberg e basta, o £3,75 per 80gr di insalata, 4 olive e un po’ di formaggio). In compenso, la birra costa poco. La catena Wetherspoon in particolare ha prezzi piuttosto bassi. E anche il sidro si trova a poco e la scelta è infinita. Il vino invece è caro e tendenzialmente orrendo.

Ci si può mantenere con la borsa di studio? Dipende dalla borsa. Ci sono borse che coprono solo le tasse, altre che coprono le tasse e il mantenimento e quelle che coprono solo il mantenimento. Se ne può vincere anche più di una insieme, ma nel caso di una borsa solo tasse o di mantenimento minimo, no, non basta. Se considerate che un affitto costa sui £500, e volete mangiare in maniera sana e non solo cibo pronto, difficilmente riuscirete a vivere con 600 sterline al mese, ad esempio. Poi è tutto molto personale, magari c’è chi ha poche esigenze e riesce a vivere con poco ed è pronto a rinunciare alla vita sociale; le variabili sono infinite.
Io, ad esempio, in media spendo di spesa sui £200-£300 al mese (e sono vegetariana).

Ma si può lavorare durante il dottorato? No, scordatevelo. A meno che non facciate un dottorato part-time non potete lavorare più di 8 o 10 ore settimanali. Al massimo potete fare baby sitting o cose simili, ma non potete assolutamente avere un contratto di lavoro al di fuori dell’università. Questo non significa che se non siete ricchi non possiate venire a studiare qui, significa solo che in quel caso i tempi sono più lunghi poiché un corso part-time raddoppia gli anni di durata del corso stesso, ma permette allo stesso tempo di lavorare. Fermo restando che ogni corso di dottorato è a sé e che oltre al lavoro di ricerca ci sono anche seminari da seguire, se considerate la scelta part-time parlatene a fondo col potenziale supervisor.

Tirando le somme, Cambridge è una cittadina in cui si può vivere bene se si hanno le risorse. E’ pieno di ragazzi giovani, quindi per molti potrebbe essere l’ideale. La città di per sé è un gioiellino, tenuta molto pulita e curata dall’aspetto estetico. Ci sono vari musei spesso gratis e molti negozi fanno uno sconto del 10% agli studenti. Se vi piace l’idea di una città a misura d’uomo e non vi aspettate la quantità di offerte che può avere una Londra, ad esempio, Cambridge potrebbe fare per voi. Ci sono moltissimi italiani e d’estate si cammina a fatica per via dei turisti, ma è una delle città più carina dell’area. Occhio al clima: il vento arriva direttamente dagli Urali senza ostacoli ed è molto freddo. E grigio, il cielo è quasi sempre un velo grigio. Ma questa è l’Inghilterra.

 

PhD

D come Dottorato #9

O meglio, ‘P come Procrastinazione’, visto che invece di lavorare sono qui a scrivere.

Quattro mesi sono passati dall’ultimo post, e a me sembrano due giorni. Il lavoro di studente del terzo anno assorbe ogni energia e pensiero finché non si arriva al momento del rifiuto totale per la propria tesi. Che è più o meno il punto dove mi trovo io ora, proprio quando dovrei – in teoria – vedere la luce alla fine del tunnel.

La mia tesi è composta di 4 capitoli: 1 introduttivo e 3 di ricerca sui case studies. Ecco, il grosso della ricerca è fatto, e ora mi trovo alle prese col grosso capitolo introduttivo, altrimenti noto come ‘questa cosa lì la metterò dopo nel capitolo 1’. Mi ritrovo perciò a fare i conti non solo con tutte le questioni aperte negli altri capitoli, ma anche a dover finalmente definire la research question e il mio approccio. Addio libertà di esplorare, addio potenzialità: la tesi prende una forma definitiva. Ed è una cosa spaventosa. Un po’ come quando finito il liceo si sceglie l’università e mano a mano ci si specializza e si dice addio a tutti quei grandi progetti. ‘Diventerò una filologa’, ‘mi specializzerò in genetica’, ‘studierò l’origine della dittatura dominicana’, ‘analizzerò l’influenza degli Stati Uniti nella politica degli stati Sudamericani’ e tutti gli altri grandi sogni di gloria mi salutano mentre mi appresto a dire addio alle infinite possibilità di ricerca e accolgo la ricerca ben definita in una strattura metodologica e interpretativa. Struttura che oltretutto deve essere solidissima, a prova di examiners, per capirci.

Preparatevi quindi al terzo anno, in cui la domanda ‘quando finisci?’ o l’ancor più irritante affermazione ‘dai, ormai hai finito’ sono il leitmotiv portante di questa esperienza. Dunque, come sopravvivere al terzo anno? Prima di tutto, senza guardare il calendario. In termini di ricerca il tempo è veramente relativo, e visto che in due giorni particolarmente produttivi si può recuperare il tempo perso in due settimane – ad esempio – smettere di guardare il calendario e seguire la corrente può essere una salvezza. Certo, pianificare è cruciale, ma bisogna anche tener conto che la ricerca e la scrittura sono processi creativi che hanno bisogno del loro tempo. Quindi sì alla pianificazione, ma no all’autoimposizione di ritmi da ufficio: ‘oggi lavoro 5 ore piene senza distrazioni’ può scontrarsi con l’aver fatto le 2 di notte a leggere dei saggi (o a giocare al computer per staccare un po’, per dire). ‘Domani vado in biblioteca alle 9’ si può scontrare con la storm Dory che blocca tutti i treni, per fare un esempio. Insomma, bisogna essere flessibili e accettare che a volte non si riesce a essere produttivi*, pena una frustrazione infinita che causa un rifiuto assoluto nei confronti della tesi e crea un circolo vizioso risolvibile solo con un bigietto di sola andata per i Caraibi.

A volte, però, non si può assecondare i propri ritmi perché ci sono un numero di parole da consegnare, capitoli e sezioni da finire, tempi da rispettare. Come fare in questi casi? La mia soluzione è fare una lista delle cose da fare e, soprattutto, dare loro la giusta priorità che hanno. Poi, per partire, mi do mezz’ora in cui siamo solo io e il documento su cui sto lavorando – niente telefono, email, internet. Solo Mozart, che si dice aiuti la concentrazione ed è un eccellente placebo. In genere, dopo questa mezz’ora forzata di concentrazione – in cui se mi viene l’urgenza di consultare o cercare altre cose, le annoto su un foglio anziché interrompere il flusso di concentrazione che mi sto imponendo – inizio a lavorare senza problemi. Prendo il ritmo, ecco. A volte invece non c’è verso: ho il rifiuto. Come oggi, ad esempio, che passata mezz’ora di concentrazione, rilette le 2000 parole scarse del nuovo capitolo che avrei dovuto consegnare la settimana scorsa, ho staccato tutto e sono qui a scrivere. La mia lista delle cose da fare (scrivere 500 parole, organizzare il lavoro, andare a comprare acqua e carta igienica) mi guarda con aria colpevolizzante. E visto che è già ora di pranzo, non resta che attenermi alle priorità.

Vado a comprare la carta igienica.

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*produttività è una parola che odio. Qui tutti parlano in termini di produttività, ma la ricerca è un processo creativo che a volte ha bisogno di tempo e spazio per crescere e prendere forma, un processo che non sempre si può quantificare. L’idea di essere produttivi in ambito accademico (e specialmente di ricerca) incatena il pensiero e adatta la creatività a principi economici che ne svalutano il valore, appunto, creativo. Dunque suggerisco di essere più gentili con noi stessi e avere più amore per la ricerca, e accettare che non siamo macchine e ci sono dei giorni che il nostro cervello semplicemente lavora più piano, che ci sono momenti in cui non troviamo l’informazione che ci serve per andare avanti rapidamente. Nell’intenso viaggio che è il dottorato, la tesi è solo la punta dell’iceberg di una ricerca fatta di piccoli passi.

PhD

D come Dottorato #8

E’ successo.

L’altro ieri sono andata alla prima graduate supper dell’anno (ovvero: cena semi-formale in college organizzata dal college per far conoscere tra loro i vari membri della comunità dei graduates), e non solo mi ha ricordato che e il primo term è agli sgoccioli, ma mi ha sbattuto in faccia il mio nuovo status di PhD student al terzo anno. Non so se vi rendete conto: terzo anno, ufficialmente l’ultimo anno (anche se qua il quarto – il writing up year – è automatico). L’anno in cui devi finire la tesiFINIRE LA TESI. Roba che io sono ancora indecisa sul titolo, figuriamoci finire.
Ma torniamo alla grad supper.
Seduta di fronte a me, una ragazza cinese al suo primo anno di dottorato esprimeva la sua ansia per l’assoluta confusione dell’argomento della sua ricerca. E mentre mi comunicava, ridendo nervosamente, i suoi dubbi sul suo dottorato, mi sono ritrovata a dirgli di stare tranquilla, che è normalepart of the process. Eppure, lo giuro!, era ieri che, seduta al suo stesso posto, facevo le stesse osservazioni agli altri dottorandi più avanti di me. Era ieri che nel mio inglese insicuro balbettavo dubbi riguardo alla mia ricerca, alla tesi che non aveva neanche forma nella mia test; e invece oggi mi ritrovo ad aver inviato il capitolo per l’ultimo dei miei tre case studies, 61 pagine e 18milaequalcosa parole. E ad aver presentato la mia ricerca di fronte a tutti gli altri graduates del college, improvvisando la presentazione con il sostegno di alcune slide preparate in fretta e furia il giorno prima, tra la correzione di un compito e la scrittura di un abstract per una conferenza.*

Il dottorato è così: ti cambia profondamente senza che tu te ne accorga. Cioè, le ansie restano tutte, non fatevi illusioni. Tipo l’ansia per ogni mail ricevuta dal supervisor, quella resta tutta. Anzi, forse aumenta pure, perché ti chiedi chissà cosa pensa dopo tre anni di lavoro insieme. Ma sulle ansie di un dottorando rispetto al proprio supervisor dovrò dedicare un post a parte.

Insomma, questo breve post è solo per incoraggiare tutti gli aspiranti dottorandi, e quei dottorandi che hanno appena iniziato e si sentono completamente persi: non preoccupatevi, è normale, is part of the process. Ah, e anche l’improvvisa comparsa di capelli bianchi è part of the process. Rassegnatevi.

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*un grazie al meraviglioso uomo che mi ha incoraggiata nonostante io gli abbia urlato varie volte, lacrime agli occhi incluse, ‘tu non capisci!‘ dopo aver provato la presentazione e non essere riuscita a fare un discorso coerente. Ebbene sì: anche le crisi isteriche sono part of the process.

PhD

D come Dottorato #7

Settembre 2016. Siamo ormai alla vigilia dell’inizio del terzo anno di dottorato.
Articoli scritti sul blog a proposito del dottorato: 7.
Articoli scritti mentalmente a proposito del dottorato: più di un milione.

13 Settembre 2016. 11 giorni al pullman che in sole 4 ore mi porterà a Oxford per una conferenza. 16 giorni alla conferenza che ho organizzato con l’unica PhD non fuori di testa che sono riuscita a incontrare a Cambridge. 21 giorni all’inizio del Michalemas Term e, ufficialmente, del mio terzo anno.

Cosa comporta essere uno studente del terzo anno? La risposta è molto semplice: ANSIA. Quando sei nel tuo ultimo anno – teorico – le persone intorno a te pensano che tu ormai abbia quasi finito, che manchino gli ultimi ritocchi. Ebbene, non si potrebbe essere più lontani dalla realtà. Infatti, non solo qui in Inghilterra in generale, e a Cambridge in particolare, il 4° anno di dottorato è scontato, ma nel terzo non potresti essere più lontano dalla fine. Ho conosciuto PhD candidates che nel loro quarto anno dovevano ancora iniziare a scrivere la tesi. E per iniziare intendo letteralmente iniziare. Certo, in sciences è più comune, noi nel tanto denigrato campo delle humanities scriviamo dal giorno 1, ma all’inizio del mio terzo anno, con oltre 40000 parole scritte (e un limite massimo di 80000 note incluse, ahimè) ci si sente comunque in alto mare. Certo, la tesi prende forma, ma da qui ad avere un senso compiuto ce ne manca.
‘The chapters need to talk to each other’, ‘it doesn’t flow’, o ‘you need a better structure’ sono i commenti più noti a ogni dottorando oltremanica. Commenti che nel PhD student suscitano un’unica domanda, dal sapore esistenziale: ‘ma che vor dì?’. Sì, vabbè che i capitoli debbano essere tra loro collegati e formare, nell’insieme, un discorso coerente ci sta pure, ma vi giuro che ‘sto flow è una spada di Damocle pronta a uccidervi il dottorato. La struttura anglosassone dopo un po’ la si comprende, una noiosa ripetizione di ciò che stai per scrivere, di ciò che stai scrivendo e ciò che hai scritto che – in teoria – prende per mano il lettore e lo guida nel vostro ragionamento, ma il flow è un po’ come il buco della ciambella: essenziale, ma invisibile. In poche parole, e dopo attente riflessioni, sono giunta alla conclusione che si tratta di una pura e semplice supercazzola. Essenziale, ma invisibile, il flow è centrale nel quarto anno.

Ma sto bruciando le tappe, parlavamo del terzo.

Per affrontare il terzo anno, l’ideale è prepararsi psicologicamente a domande come: ‘ah, dai, ma allora ormai ci sei!’, ‘il terzo anno! Sembra un sogno, ormai vedi il traguardo!’ e ‘quando hai gli esami finali?’ (giuro!). Insomma, tutte domande che ti fanno venire voglia di sbattere la testa al muro – se la tua o quella del tuo interlocutore è una scelta da fare sul momento. La dura realtà è che il terzo anno è fatto dei soliti mille impegni diversi – organizzazione di seminari, conferenze, lezioni, preparazione paper, poster, articoli da pubblicare etc. – e che la tesi è lì che attende che tu abbia cinque minuti da dedicarle. Non per niente il quarto anno è qui concepito per il ‘writing up’, perché nei tre anni precedenti tempo non ne hai. Soprattutto per chi, come me, non è madrelingua inglese o non ha fatto l’università in Inghilterra, e deve dimenticare tutto ciò che ha imparato all’università italiana. Ricominciare da zero, sentirsi uno zero, e rimettersi continuamente in discussione sono capisaldi di ogni buon dottorato che si rispetti.
Ma noi PhD candidates non molliamo, e giorno dopo giorno, lacrima dopo lacrima, carboidrato dopo carboidrato, proseguiamo imperterriti per quella strada che tanto avevamo sognato di prendere e che ormai malediciamo ogni giorno.
In fondo, però, è questo che ci piace, è per quella scoperta fatta dopo giorni e giorni passati in archivio – virtuale o fisico – , per quell’intuizione venuta dopo migliaia di pagine lette e rilette e l’emozione che ci provoca che lo facciamo. E che importa se nella tesi quel singolo momento che vale tutto il dottorato si risolve in una breve nota a pie’ di pagina. Noi lo sappiamo, quanto vale, quell’identità dietro uno pseudonimo scoperta per caso, quell’idea in cui noi crediamo, quell’equazione che finalmente spiega la tua teoria. E sono quei momenti a cui bisogna aggrapparsi per uscire dai second year blues e abbracciare il terzo anno, sapendo che non sarà l’ultimo ma che ti devi dare una mossa. La cosa più importante, la vera chiave per il successo, è aver trovato qualcuno con cui poter bitch and moan del dottorato. Un altro dottorando squattrinato come te, che ama e odia ciò che fa proprio come te.

Certo, se poi avete anche qualcun altro in grado di sopportarvi e supportarvi quando non volete uscire da sotto le coperte per affrontare le frustrazioni quotidiane, è anche meglio. In mancanza di quel qualcuno, un buon gelato o uno scone fatto come si deve sono soluzioni accettabili.

Good luck!

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PhD

C come Ciccia

Potrà sembrare strano, ma questo è un post sul dottorato, poiché è giunta l’ora che qualcuno dica la verità sugli effetti collaterali del PhD: fa ingrassare.

Avete presente come nei film, telefilm o in qualche libro il dottorando di turno si alza la mattina alle 6, va a correre* in uno di quei meravigliosi parchi che sempre circondano i campus universitari? Ecco, sono tutte balle. Il dottorando medio si alza verso le 9 – leggi: apre gli occhi alle 9 e faticosamente rotola fuori dal letto verso le 10 – dopo essere andato a dormire tardissimo dopo aver stilato una lunga to-do-list per il giorno dopo. Perché durante il dottorato, ispirazione e motivazione colpiscono sempre quando stai per staccare il cervello. Riporto qui uno schema generale di come funziona il cervello del dottorando – relativamente al PhD:

Ore 9: è un nuovo giorno, ho così tante cose da fare che il solo pensiero mi schiaccia. Non ce la posso fare, lasciatemi rimanere a letto ancora un po’. Ore 10,30: oddio è tardissimo, mi faccio il caffè e inizio a essere operativa. Anzi, acceleriamo i tempi, controllo le mail mentre faccio colazione. Meno male che ho ancora dei chewy coconut and dark chocolate chunk cookies (circa 250 calorie a biscotto – colazione media: 700 calorie) con cui darmi la carica. Ore 12,30: Non è possibile, una mattinata intera passata a controllare mail e sbrigare burocrazia! Ecco, fammi mettere a lavorare sul serio adesso. Ore 13:15: è intuile. E’ ora di pranzo, fammi andare a prepare qualcosa da mangiare al volo – leggi: aprire una scatoletta di cibo ready to eat (la mia prima scelta nei momenti di disperazione sono gli Heinz Beans in tomato sauce, yum! – circa 200 calorie a scatola, ma contano come 1 of your 5 a day!). Magari mi faccio compagnia con un telefilm nel mentre. Ore 15. Ecco, la giornata è già mezza andata, fammi mettere sotto con il lavoro. Ore 17. Non è possibile, bloccata da due ore alla ricerca di uno stupido dettaglio. Fammi fare una pausa, mi faccio un tè e faccio merenda (circa 350 calorie in media). Ore 18. Forza, concentriamoci. Ore 21. Già le nove?! Ma ho scritto a malapena 500 parole, non è possibile! Basta, chiudiamo questa orribile giornata, domani è un altro giorno. Mi consolerò con la cena (circa 800 calorie di cena conosolatoria). Mezzanotte. Mi sento proprio meglio, domani mi metto sotto e finisco il paragrafo X, cerco la bibiografia per il paragrafo Y – anzi, fammi fare uno schema dei temi che voglio affrontare domani, così ho un programma da seguire. Ore 1,30. Uh, com’è tardi! Meglio che mi metta a dormire. Ore 2,30. I pensieri sulle cose da fare domani, l’ispirazione e la motivazione non permettono al cervello di staccare. Ore 3. Catalessi.

Con una media di oltre 2000 calorie giornaliere, e il movimento fisico limitato al percorso scrivania – cucina – supermercato – cucina – scrivania – letto, è evidente che dottorato chiama ciccia. In Inghilterra, poi, non ne parliamo. La verdura è poca e costa un occhio della testa (es: 1 melanzana costa circa £1 – spendereste mai quasi 2€ per una melanzana?!; Un cespo di insalata costa circa 80 pence. Per contro, una  unità di cibo pronto che vi sfama per almeno due pasti, costa circa £1. Viene da sé che noi studenti, senza un soldo bucato in tasca, finiamo per privilegiare il junk food, che oltretutto conforta l’animo (avete mai provato a consolarvi per una brutta giornata con un’insalatina scondita? Ecco.). E ancora non vi ho parlato del cream tea – tè e scones con marmellata e clotted cream. Altro che colesterolo!
Certo, non è così per tutti. Almeno qui a Cambridge, i rowers mostrano una forma fisica invidiabile. Ci ho provato anche io durante il mio primo anno, è stata un’esperienza bellissima che ho chiuso felicemente dopo che la sveglia alle 5 per gli allenamenti mi faceva dormire il resto della giornata. Dopotutto, ho un dottorato da fare io, mica posso perdere tempo dietro la mia forma fisica!

 

Snoopy Writing Eating

 

* Per dovere di cronaca devo ammettere che con un paio di amiche anche io ho iniziato questa routine della corsa mattutina (con una sveglia prestissima alle 8), aprendo persino un account su una popolare app di corsa. Siamo durate circa 2 mesi – fatti di corse a intervalli irregolari a causa dei diversi impegni universitari – e le mie ginocchia, 3 mesi dopo, si devono ancora riprendere dallo shock.

PhD

D come Dottorato #6

Il primo anno di dottorato è carettrizzato dalla scoperta di cosa sia effettivamente un PhD. Infatti, come accennai in altri post in merito, cosa sia effettivamente un Dottorato è un qualcosa di estremamente oscuro fino a…diciamo la fine del primo anno. Idealmente, per una matricola, il Secondo Anno rappresenta il culmine della ricerca.

Mi immaginavo, un anno fa, che a quest’ora sarei stata lanciatissima, producendo ricerca degna di una tesi, partecipando a eventi altamente intellettuali contribuendovi con i miei ultimi risultati. Effettivamente sono lanciatissima, ma contro un muro.

Il Secondo Anno è terribilmente caratterizzato dal Second Year Blues, e quell’immagine ideale di ricercatore finamente sicuro di sé che avevi l’anno prima, viene sostituita dall’immagine reale di te, a guglare cose come ‘quitting your PhD’, ‘Life over Academia’ e ‘I just want to give up this stupid PhD and move on with my life’. E la cosa peggiore, è che un blues come quello che stai avendo tu, non lo ha avuto nessuno! E tutti i tuoi colleghi, in genere ben più avanti di te, se non già “dottorati”, non fanno che dirti che sì, ci sono passati, ma andrà meglio. Ma ogni ricerca ha il suo specifico momento di crisi, e tu hai forti dubbi che la tua supererà questo ennesimo test, ovvero una risposta positiva alla costante domanda “ne varrà la pena?”. Perché, parliamoci chiaro, la vita da dottorando fa schifo. Devi combattere ogni giorno con richieste di funding e i conseguenti rifiuti (a detta del mio supervisor stiamo su un successo del 10% – io sono ancora ferma allo 0%); gestire contemporaneamente: la tua ricerca*, le richieste di fondi, le application per le conferenze, i paper per le conferenze, le richieste di fondi specifici per partecipare alle conferenze, i training per dottorandi, i meeting con il supervisor e – last but not least – tentare di pubblicare articoli su periodici rilevanti. Nel frattempo sarebbe anche carino provare ad avere una vita sociale e, perché no, mantenere i contatti con quella cosa chiamata “famiglia” e che vive in un altro stato. Perché per chi non è dentro quest’orribile viaggio chiamato PhD, è facile chiedersi come mai sei sparito, e perché non riesci a trovare tempo per stare su Skype. E non è facile fargli capire che avresti bisogno di una giornata di almeno 48 ore, e che a volte vorresti solo dormire tutto il giorno per dimenticare quanto la tua ricerca sia in un momento di stallo. La strada verso il Dottorato è lastricata di frustrazioni, rifiuti e fallimenti. Questo però, quando inizi, mica te lo dicono. Lo devi scoprire sulla tua pelle. E sentirti anche privilegiato, perché, in fondo, noi dottorandi abbiamo grandi privilegi. Io, ad esempio, oggi sono qui a scrivere sdraiata a letto (emulando Irene Brin nella speranza che ciò mi porti una certa ispirazione) mentre il proprietario del pc da cui scrivo sta lavorando e passerà la domenica chiuso in un impianto. L’autonomia di lavoro è qualcosa di magnifico. Il non dover render conto a (quasi) nessuno dei propri orari è un privilegio non da poco. E anche poter fare un dottorato invece che continuare a fare volantinaggio o rispondere al call centre di una pizzeria è un dono non da poco! Però questo non vuol dire che sia facile. Noi PhD all’estero non stiamo facendo un Erasmus, non passiamo le nostre serate a fare toga party o a visitare ogni angolo del paese in cui ci siamo trasferiti. Come se le quotidiane difficoltà del nostro lavoro non fossero abbastanza, dobbiamo anche sentirci dire che siamo solo fannulloni parcheggiati all’Università; abbiamo addosso il peso dell’idea che fare un dottorato è meglio di niente, che è una buona soluzione alla disoccupazione di noi giovani d’oggi. No, non è così. Se in questo momento potessi tornare indietro, forse questo viaggio chiamato PhD non lo intraprenderei. Perché quando ero ancora in Italia, illusa neolaureata, a lavorare per una pizzeria di quartiere sicuramente non vedevo riconosciuti i miei titoli di studio, ma avevo una vita molto più serena e con meno preoccupazioni. Un dottorato è pieno di grandi responsabilità, prima fra tutte l’investimento che si sta facendo su se stessi (spesso un investimento anche economico). E poi c’è questo maledetto Second Year Blues. Non resta che sperare in un Terzo Anno migliore.

phdcomic

*ricerca che comprende: trovare articoli/libri/trattati/documenti rilevanti, ovvero ricerca d’archivio – che può anche risultare in settimane e settimane di lavoro assolutamente inutile e irrilevante; produzione scritta – la tesi non si scrive da sola e il tuo supervisor vuole verificare che tu stia andando per la strada giusta!; continuo editing, soprattutto per chi scrive una tesi in una lingua che non è la sua – il che apre la porta a infinite altre difficoltà da superare (ma del disagio linguistico ne parleremo un’altra volta…)

PhD

D come Dottorato #5

Passato quasi un mese di vacanza e di disintossicazione dopo due mesi di intenso e logorante lavoro, sono finalmente in grado di scrivere del mio first year report senza avere una crisi di nervi.

Ma partiamo dall’inizio.

Il first year report è quello step necessario per ogni dottorando del Regno Unito. Si tratta di un report, appunto, che a Cambridge viene stilato dal supervisor e da due examiners, e che sancisce la fine del periodo di prova (probationary) e l’ufficializzazione dello status di candidato per il PhD. Insomma, un passo importante che decide se sei in grado di andare avanti o meno. E che in parole povere significa presentare parte della propria ricerca, un 10-15000 parole che dimostrino che siete a) in grado di scrivere in inglese accademico, b) di portare avanti la ricerca che avete proposto ormai più di un anno prima e c) di reggere il carico di lavoro. Che si traduce in notti insonni a scrivere e riscrivere il capitolo che appena rileggete a distanza di pochi giorni vi viene voglia di buttare nel cestino, e non solo in quello virtuale.

Insomma gli ultimi mesi a Cambridge, caratterizzati dalla English Summer fatta di massime di 15 gradi e pioggia a dirotto, sono stati per me caratterizzati dalla scrittura compulsiva, a volte insensata, del mio primo capitolo. Ormai al solo leggere nomi di alcuni scrittori contemporanei che firmarono gli articoli di cui mi occupo, inizio a piangere sommessamente.
Dall’inizio del terzo – e ultimo – term del primo anno ho attraversato diverse fasi. Quando il mio supervisor ha iniziato a dirmi di cominciare a scrivere sono partita carica, con ogni parte di me che entusiasta gridava celapossiamofareee. E’ bastato molto poco per cadere nello sconforto del “nulla ha senso” e “non so cosa scrivere, magari descrivo il taglio di capelli del redattore così allungo un po’”. Alla consegna della prima bozza mi son detta che in fondo ci potevo riuscire, vaga speranza crollata dopo le prime correzioni del mio supervisor. Come forse già accennai, la mia guida accademica e spirituale è puramente british. Sotto ogni punto di vista. Il che significa che ha un modo tutto suo, sempre estremamente polite, per dirmi che quello che scrivo non va bene, che fa schifo, che bisogna rifare tutto da capo. Così, dopo lacrime e lacrime versate su quel maledetto scomodissimo materasso fornitomi dal college, mi sono rimboccata le maniche e ho ricominciato a scrivere il capitolo a venti giorni dalla consegna. Mandata la prima metà, ero sicura che avrei fallito. Idea che è diventata quasi una speranza a cui ho iniziato ad aggrapparmi quando il supervisor ha rimandato insieme la bozza della bozza dicendomi che era da rifare. Se non superavo il primo anno e mi buttavano fuori, in fondo, non avrei più dovuto preoccuparmi. Insomma, a dieci giorni dalla scadenza dovevo ancora scrivere le mie diecimila parole, preparare un paper per la mia prima conferenza e organizzare gli eventi estivi del college – perché nel frattempo, non avendo niente da fare, mi sono fatta coinvolgere nel comitato della comunità dei graduates del mio college, e a giugno si è in piena May week e tutti i party da organizzare non hanno alcuna pietà per la tua deadline.

Poi non so cosa sia successo. Sarà stato il caffè solubile Sainsbury’s basic, sarà stato il caldo che non arrivava, la forza della disperazione, Leo Longanesi che ormai mi appariva anche in sogno; qualsiasi cosa sia accaduta, sono riuscita a consegnare tutto in tempo. Non solo ho consegnato oltre 10,000, ma sembrava anche che messe insieme avessero un senso. Non fraintendetemi, ho continuato a piangere a ogni email del supervisor che insisteva con la structure che doveva essere più chiara, con il dover pinpoint il mio argument che a quanto pare continuava a essere troppo poco esplicito etc. Però ci sono riuscita. La mattina prima della conferenza ho inviato tutti i documenti, poi sono andata a Reading a incontrare un sacco di gente così piena da sé che ancora non so come facciano a non scoppiare, ho esposto parte della mia ricerca per la prima volta in assoluto e di fronte al massimo esperto del campo – che era ovviamente anche il mio examiner che incontravo per la prima volta-, ho scoperto che gli inglesi si suicidano lanciandosi sotto i treni veloci e in 5 ore e 7 treni diversi ero finalmente a Cambridge, senza dover far altro che traslocare. Sommersa dagli scatoloni, con una tonsillite che è diventata una splendida laringofaringite, sono giunta al giorno del mio mini viva, ovvero un piccolo informale incontro con due esaminatori che hanno il compito di farti a pezzi, attaccandoti da ogni angolo. Ovvero, fornirti un feedback sul tuo lavoro. Senza voce e con una tosse che neanche un fumatore accanito, ho difeso le mie scelte e il mio argument di fronte al massimo esperto e a un professore interno, che guardava più l’orologio che me. Insomma, una passeggiata che mi ha dato nuovi spunti per il mio lavoro e mi ha fatto tornare la carica. Non c’è sensazione più bella della propria ricerca che prende forma e direzione, il cui senso viene riconosciuto da gente di cui studi i libri.

E poi, di fronte a un trasloco, al dover mettere ogni cosa – comprese pentole e lenzuola e asciugamani e libri – in due miseri scatoloni che non sono neanche rettangolari, difendere la propria tesi è un gioco da ragazzi.

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